Umberto Galimberti: La battaglia contro il cancro

La genetica è la nuova frontiera della ricerca sul cancro, dopo che si è appurato che alla base di questa malattia ci sono errori di informazione a livello cellulare. All' individuazione di questi errori e delle loro cause, onde poter intervenire con terapie personalizzate sulle cellule malate senza danneggiare le altre, si dedicano scienziati e ricercatori, che però possono operare più proficuamente se un altro genere di informazione, quello che passa per i media, crea nel grande pubblico una sensibilità e un minimo di competenza intorno alla natura di questa malattia che solo qualche decennio fa faceva allargare le braccia in uno sconsolato segno di impotenza. Oggi non è più così, ma la gente ancora non lo sa, perché la cultura scientifica che si distribuisce a scuola, rispetto a queste nuove frontiere della scienza, è ancora molto arretrata, per non parlare della cultura giornalistica che, fatte alcune eccezioni, è più sensibile alla pillola della felicità contro la depressione, o a quella contro l' obesità o contro l' impotenza, di quanto non lo sia in ordine al compito, ormai ineludibile, di creare una cultura capace di fornire corrette informazioni, anche a livello elementare, in ordine agli scenari che la genetica e la biologia molecolare oggi dispiegano. Eppure c' è una sensibilità diffusa e una curiosità attiva per i problemi della scienza, come ha dimostrato il successo di pubblico riscosso dal Festival della Scienza appena concluso a Genova. Per questo l' Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) ha promosso per il 15 e il 16 novembre due giornate informative in 54 città, che coinvolgeranno università, scuole, giornali, programmi televisivi e persino campi di calcio, allo scopo di sensibilizzare l' opinione pubblica sui problemi della ricerca scientifica, che non può essere appannaggio delle sole industrie farmaceutiche, perché queste si dedicano quasi esclusivamente alla ricerca applicata che dà profitti in tempi brevi, e non alla ricerca di base che è molto costosa, non dà profitti a breve termine, ma è anche l' unica che fa progredire davvero la scienza. Noi italiani, ma dopo aver partecipato a Bruxelles a un convegno sullo stato attuale della genetica, posso dire noi europei, non possiamo lasciare all' America la ricerca di base, portata avanti anche dai nostri cervelli emigrati, raccoglierne i risultati per la produzione di farmaci, e poi lamentarci della nostra dipendenza economica da quel paese per quanto riguarda la cura delle malattie e i rispettivi rimedi. Qualcosa dobbiamo fare anche noi. E siccome gli Stati europei non mettono a disposizione grandi risorse per la ricerca di base (noi italiani siamo agli ultimi posti), dobbiamo intervenire massicciamente con finanziamenti volontari, come ci propongono di fare gli organizzatori delle due giornate per la ricerca sul cancro che verranno inaugurate oggi con una cerimonia al Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica Ciampi. Detto questo, vediamo le difficoltà che ostacolano la sensibilizzazione dell' opinione pubblica ai problemi della ricerca scientifica, le ragioni del disinteresse che la circonda, l' attenzione concentrata su ricette miracolistiche che catturano l' interesse popolare, senza che abbiano alle spalle alcun fondamento scientifico. Al primo posto metterei la sostanziale assenza di informazione scientifica nelle nostre scuole in ordine ai problemi della genetica e della biologia molecolare. Sempre a quel congresso di Bruxelles ho appreso che negli Stati Uniti, fin dalle elementari, i ragazzi che frequentano le scuole hanno a disposizione un cd-rom che, con immagini e narrazioni alla loro portata, si sensibilizzano agli scenari della genetica. Altri cd-rom vengono forniti alle famiglie e ai medici di base. Questo fa sì che, in età adulta, chi è stato da piccolo sensibilizzato, avrà interesse a leggere sui giornali articoli che segnalano lo sviluppo della ricerca in questo campo, e i giornali avranno interesse a dedicare le loro pagine che, invece, in uno stato di incultura come quello attuale, verrebbero baipassate senza esitazione. E questo in base al principio enunciato da Platone secondo il quale: «Conoscere è ricordare», cioè ri-accordare ciò che di nuovo si viene a sapere con ciò che già si sa. Ma se di un certo argomento non si sa niente, nessun ri-accordo è possibile, quindi nessuna curiosità e tantomeno conoscenza. I giornali non avranno alcun interesse a investire su pagine che nessuno legge e le televisioni su trasmissioni che nessuno segue. Quindi la scuola innanzitutto e l' informazione di base, senza la quale non nasce alcuna curiosità e alcun interesse. Ma perché l' informazione di base possa diffondersi e divenire patrimonio comune è necessario che il linguaggio dei ricercatori medici e quello della gente trovino un punto di contatto e riducano la distanza abissale che oggi riflette l' attuale stato di non comunicazione. Qui lo scoglio è più difficile da superare, non perché la gente non sappia cos' è una neoplasia, una metastasi, uno shock anafilattico, una risonanza magnetica, un emocromo, un' elettroforesi, una tac, una pet, anzi, anche senza competenza, usa con disinvoltura questo linguaggio medico, che però non riferisce al proprio «corpo», ma al proprio «organismo». E questo perché la gente parla il linguaggio del corpo che sente un dolore, avverte un' infermità, un impedimento alla vita, mentre il medico parla il linguaggio dell' organismo che non sente un «dolore» ma un «male», non percepisce «un impedimento alla vita», ma una «disfunzione». Con il mio corpo ho un rapporto di identità, per cui non dico che «ho un corpo stanco», ma che «sono stanco», col mio organismo ho un rapporto di estraneità per cui non dico che: «Sono un cancro», ma che «ho un cancro». Quando i medici mi mostrano le lastre dei miei polmoni intasati di nicotina e di catrame posso anche restare indifferente, perché è un referto sul mio organismo, ma non resto indifferente quando «sento» l' affanno dei miei polmoni dopo una corsa per prendere il treno o durante un incontro d' amore. Tra il «corpo» che io vivo nel mondo della vita e l' «organismo» che la scienza mi descrive non c' è tanta parentela, perché quando vado da un oculista il mio occhio è uno sguardo che comunica e che incontra l' occhio del medico che riprende la comunicazione e la rilancia. Poi, quando incomincia la visita, il mio occhio diventa un oggetto osservato. Una «cosa» che si esamina come qualsiasi altra cosa, mentre il medico si assenta come persona, come un tu di fronte a me, per diventare un funzionario del sapere scientifico che parla da solo. La lingua tedesca ha cura di questa distinzione e chiama il corpo «Leib», una parola che ha parentela con «Leben (vita)» e, «Libe (amore)», e chiama l' organismo «Korper» o «Korper-ding (corpo-cosa)» in riferimento al corpo come è visualizzato dalla scienza. Ora, senza l' oggettivazione del corpo, senza la sua riduzione a «cosa», la scienza non avrebbe fatto un solo passo innanzi rispetto al tempo in cui si curava la gente con pratiche magiche e riti propiziatori, però la scienza deve anche sapere e porre rimedio al fatto che per ciascuno di noi è psicologicamente impossibile visualizzare il proprio corpo come pura oggettività, come cosa tra le cose. Se la scienza non fa lo sforzo di adeguare il proprio linguaggio, che è linguaggio dell' organismo ridotto a cosa, con il linguaggio del corpo che ciascuno di noi vive e che non riesce a oggettivare e ridurre a cosa, come purtroppo e tragicamente capita nelle esperienze schizofreniche, sarà difficile che la gente si interessi e visualizzi la ricerca scientifica come ricerca che la riguarda intimamente, personalmente, e in modo così decisivo in ordine al mondo della vita. Nasce da qui la difficoltà di fare entrare nella testa della gente il concetto di «medicina preventiva», perché la gente è disposta a fare diete assurde e in palestra esercizi forsennati, se il risultato è immediatamente percepibile nel mondo della vita in termini estetici. Ma è meno disposta a smettere di fumare, di mangiare fritti, salumi, dolci e altre fetenzie per il vantaggio non del suo corpo ma del suo organismo, con cui c' è un rapporto di sostanziale estraneità. E questo perché io sento come mio il corpo che ha a che fare con il mondo della vita, ma non sento come mio l' organismo che ha a che fare con il mondo della scienza. E allora qui ci vuole uno sforzo congiunto. E' necessario da un lato che i medici, che conoscono solo l' organismo, incomincino a parlare anche il linguaggio del corpo, e dall' altro che la gente cominci a essere educata alla scienza e percepisca il linguaggio dell' organismo come un linguaggio che la riguarda. E questo non solo in occasione della malattia che, come tutti sanno, non è mai solo un evento organico, perché affonda le sue radici nel mondo della vita, se c' è da dar credito, come io ritengo, a quelle parole di Thomas Mann: «Il sintomo della malattia è sempre in qualche modo una metamorfosi dell' amore». E gli oncologi queste cose le sanno, quando, parlando con i pazienti e ascoltando con attenzione le vicende della loro vita, scorgono quella pulsione di distruzione e di morte che Freud segnalava accanto alla pulsione d' amore e di vita. Questa non è solo letteratura, e gli oncologi attenti lo sanno, così come tutti noi sappiamo che non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire. Qui vale il monito di Nietzsche: «Si è cattivi spettatori della vita, se non si vede anche la mano che delicatamente uccide». Dunque sforzo dei medici perché imparino a parlare il linguaggio del corpo oltre a quello dell' organismo che è di loro competenza, e sforzo di noi tutti per renderci la scienza familiare, se non proprio come il nostro corpo, almeno come quel sapere che forse ci riguarda più da vicino di quanto abitualmente siamo soliti credere.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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