Michele Serra: Torna il calcioscommesse

Il calcio italiano, non bastassero i bilanci con le toppe e il caos politico-amministrativo, è di nuovo nella guazza delle partite truccate. L'inchiesta è partita da Napoli, dove la camorra, dai tempi del Totonero, tiene sempre qualche saracinesca aperta per chi vuole combinare i risultati e pilotare le scommesse. Le quattro società di serie A coinvolte (Lecce, Reggina, Siena, Chievo) si dicono parte lesa ed è possibile che abbiano ragione. L'impressione, dalle prime notizie, è che gli accordi illeciti fossero presi, all'insaputa di allenatori e società, tra calciatori dall'etica molto lasca e dalla memoria cortissima (molti loro colleghi, in passato, sono stati inquisiti e puniti per gli stessi traffici). Di differente, rispetto alle vere e proprie retate che nei favolosi Ottanta fecero del calcioscommesse un classico del malcostume e dell'avidità nazionali, c'è la semicomica novità di Internet: pare che molte combines siano state decise per posta elettronica, che dal punto di vista della privacy è un noto colabrodo. A parte questa evoluzione tecnologica, buona per gli sceneggiatori che volessero trarne una commediola noir (l'imbroglione non telefona più dal retro di un bar con gli occhiali neri, ma digita in mutande a casa sua), l'atmosfera socio-ambientale rimane più o meno la stessa degli anni ruggenti: giovanotti di buono stipendio che per poche migliaia di euro sottobanco ed esentasse sono disposti a sputtanarsi la carriera, e il solito entourage di amiconi da discoteca che promettono e minacciano, blandiscono e ricattano. Profilo etico bassissimo, e questo è ovvio, intelligenza e cultura entrambe da anno zero, con serie e inevitabili domande sulla complessiva moralità di uno sport sempre molto permeabile al quattrino facile e refrattario alle domande difficili. Evidentemente, i cattivi esempi messi a nudo e le punizioni severe hanno un effetto assai blando, rispetto all'invincibile inerzia di certi meccanismi perversi della psiche di certi giovani in carriera. Ci ha sbalordito a più riprese la pertinacia con la quale molti ciclisti si dopano e ridopano nonostante i controlli, le squalifiche, le retate, la gogna dei titoli di giornale, da ultima la fine para-suicida del povero Pantani, drogato da morire, drogato da morirci. Ugualmente avvilente è la ricaduta periodica di gruppetti di calciatori nella manfrina sporca dei risultati combinati, oneste partite di provincia (comunque in schedina, e comunque pagate fior di quattrini da tifosi e abbonati tivù) straccamente condotte al pareggio, stipendi arrotondati (neanche tanto, per giunta) simulando un buco difensivo o ingoffandosi davanti alla porta, reputazioni rovinate per diventare ancora più amici dell'amico maneggione conosciuto in chissà quale sotto-premiazione di paese, in chissà quale sauna di albergo. Le mele marce, certo. Molto ben collocate nel cesto, però, almeno a giudicare dal fatto che molti risultati delle partite sospette sono stati esattamente quelli prestabiliti al sabato da uno o due giocatori soltanto. Tanto da pensare che, in certi spogliatoi, in certi ritiri, la puzza delle mele marce venga avvertita solo quando arriva il primo avviso di garanzia. Spiace particolarmente che nella nuova bufera sia coinvolta anche una squadra come il Chievo, che tutti considerano la sola vera e pulita sorpresa del calcio italiano recente, massimo rendimento con minima potenza economica, lo spirito del calcio-calcio che arriva a lambire l'alta classifica. Ascolteremo con particolare rispetto e attenzione quanto diranno il giovane presidente Campedelli, così diverso da tanti ricchi e arroganti colleghi, e l'allenatore Del Neri, che le intercettazioni degli inquirenti già dicono all'oscuro dei fatti. Li ascolteremo per capire perché nemmeno una gestione pansportiva e contagiosamente serena di uno sport che di sportivo e di sereno ha sempre di meno, riesce a tenere al riparo la trasparenza dei risultati sul campo. Nel frattempo, resta il penoso spettacolo di una manciata di ragazzoni che avevano già tutto, soldi e veline (o almeno viceveline), auto sportive e fama, ma evidentemente non lo sapevano. Poveri loro e povero un calcio che chiude ormai ogni campionato aprendo le sue sentine.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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