Michele Serra: Gialli, il sottile piacere dell'enigma

Forse il mio primo "giallo" fu un Padre Brown prelevato dalla libreria del nonno. Protagonisti un campanile, un sasso che cade e la legge di gravità. Non ricordo bene la trama. Ma la sensazione (gratificante per un ragazzino) di essere chiamato a un impegno intellettuale inaspettato, senza il quale mi sarebbe stato impossibile stabilire i nessi, e capire l'intreccio e il suo scioglimento, quella me la ricordo bene. Seppi poi che Chesterton è un grande scrittore e un giallista molto sui generis. Non me ne importava molto, quando presi a leggere uno dopo l'altro tutti i Padre Brown reperibili. Avevo scoperto il piacere dell'enigma e del suo scioglimento, questo mi importava. E l'ulteriore piacere di una scrittura (e di una lettura) insolitamente "cinica", costretta al distacco emotivo per non distrarre energie dal racconto dei fatti, dall'analisi dei dettagli. Non sono diventato, poi, un accanito lettore di gialli (alla stessa stregua non sono mai stato un enigmista praticante), ma se c'è un periodo adatto a rimediare, recuperando i classici trascurati e approfondendo il genere, penso sia esattamente questo. Lo è perché i meccanismi (anche linguistici) della logica, la pratica della ragione, sono in evidente crisi e bisognosi di soccorso. La parola contemporanea è parecchio emotiva, spesso concitata, volentieri chiassosa: la disposizione "scientifica" dello scrittore di gialli, il suo costringersi e costringerti ad amare i fatti e metterli in ordine, ne fa un vero e proprio oppositore rispetto al sentimentalismo e al pathos egemoni in molti luoghi della cultura, della letteratura, della fiction. Il più scarso scrittore di gialli è comunque costretto a fornire un plausibile supporto logico alla sua trama. Potrà scrivere mediocremente, o cadere miseramente nei contrappunti psicologici, o disegnare rozzamente questo o quel personaggio. Ma non può permettersi di sbagliare sul meccanismo del racconto, che potrà essere più o meno appassionante, e con un finale più o meno sorprendente, e però deve necessariamente aprire e chiudere un percorso credibile attorno a un crimine. In questo, il giallo è un genere inoppugnabilmente intellettuale, il cui destino così "popolare" dovrebbe farci riflettere sulle capacità misconosciute che la cultura di massa - volendo, potendo - avrebbe per riscattarsi dalla sua pessima fama. La concentrazione necessaria a leggere un buon poliziesco senza perdere gli snodi decisivi è agli antipodi, per esempio, rispetto allo stracco bivaccare davanti a un televisore acceso. Mi rendo conto di definire il genere secondo una sua forma molto classica, e forse anche molto antica: storie di investigazione, misteri svelati grazie a uno sguardo fermo, alla tenacia di un ragionatore. Maigret, Miss Marple, Nero Wolfe, Padre Brown. Mi tengo prudentemente lontano, dunque, dai confini oscuri (e a me ignoti) con la letteratura nera e fantasy, con il misterismo molto di moda, gli stordenti cocktail a base di templari, negromanzia, forze arcane, dove l'insoluto (il tenebroso, l'irrazionale, il magico) la fa da padrone e il vero brivido della lettura non sta in quello che si riesce a scoprire, ma in ciò che resta irrimediabilmente occulto. Il giallo, almeno per me, rimane un colore luminoso, lo stesso della lampadine che si ritagliano nel buio un piccolo cono (giallo) per orientarsi meglio.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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