Michele Serra: La sindrome della fine

Quando nasce un figlio, per i genitori finisce per sempre qualcosa. Finisce, per esempio, l'epoca della libertà personale. Ma l'elemento (fondamentale) che compensa il lutto con il quale si saluta un pezzo di sé e della propria giovinezza, è che proprio questa fine esprime l'inizio altrui. Anzi, solo questa fine può esprimere l'inizio altrui. Un figlio, come sa ogni madre (e a volte perfino il padre...) è una vera e propria alienazione di vita e di amore. Per altro, è proprio nella vita di quei non-noi che sono i figli che riusciamo a individuare, spesso con grande gioia, la prosecuzione in altre forme della nostra esperienza e della nostra esistenza, anche dopo la morte... Vorrei che questa breve e forse banale considerazione facesse da epigrafe a questo articolo, che prende spunto dalla diffusione, negli Stati Uniti e dunque, presto, anche qui in provincia, del neologismo endism, traducibile in "finismo". Ideologia e moda della fine. Timore e forse voluttà della fine. Il termine è stato coniato dall'accademico Samuel Huntington, evidentemente propenso alle diagnosi poco facete visto che è suo anche un neologismo precedente, declinismo. Siamo negli immediati paraggi del celebre saggio di Francis Fukuyama sulla fine della storia. Il cui percepibile limite era la giustapposizione (magari inconscia) del concetto di storia a quello di civiltà occidentale: in breve, della nostra storia alla Storia tout court. Per questo ho creduto opportuno esordire (non so se per lucidità o per scaramanzia) parlando della nascita, cioè della vita dopo di noi, ma anche della vita da noi: ogni fine di un ciclo (e anche le civiltà più longeve e potenti finiscono) contiene in sé il germe di un inizio, ogni sistema, decomponendosi, offre humus a nuove architetture sociali e culturali. Se si dà fede a questa constatazione, che è biologica prima che politica, è inevitabile guardare al finismo, al declinismo, al catastrofismo e a tutte le culture e sub-culture esiziali della nostra epoca e della nostra civiltà, con un forte e salutare pregiudizio: esse sono, tutte, viziate da una visione ombelicale (provinciale...) del mondo e della storia, e tendono a far coincidere quel potente ego collettivo che è la coscienza di appartenere a un comune destino "occidentale", con il destino dell'umanità intera. Perché se Marx è morto, Dio è morto e neanche Woody Allen si sente tanto bene, esiste un vasto e potente altrove nel quale la vita non solo continua, ma dal quale addirittura erompe. Dalla fine del romanzo alla fine del lavoro (titolo di un saggio di Pierre Carniti), dalla fine della musica alla fine dello sviluppo, il finismo occidentale accumula una quantità di verdetti che, anche fossero inoppugnabili, per la loro somma non arrivano mai (né potrebbero arrivare) al salto di qualità temuto o forse desiderato, quello di fine del mondo. Ai bordi estremi del catastrofismo (ecologico e/o tecnofobico), i vari club delle cassandre sono sempre costretti a ricorrere a suggestioni religiose o pseudo tali, non bastando i dati razionali e scientifici a giustificare la percezione della sola e vera fine che sarebbe globalmente riconoscibile, quella del genere umano. E perfino le pulsioni maso-religiose, quelle che prevedono e invocano per somma punizione della nostra ubris il Nuovo Diluvio o il Meteorite Finale, e magari entrambe le sfighe, sono rintuzzate e smentite dagli esegeti meno imprudenti, che richiamano, per esempio, a una lettura meno apocalittica dell'Apocalisse, che significa crisi, trasformazione, passaggio, non già annichilimento. Fu tipicamente finista (e poi smentita dai fatti) l'accoglienza che facemmo all'Aids, descritto al suo nascere come un'epidemia umanocida la cui progressione geometrica avrebbe dimezzato in vent'anni la popolazione mondiale, sprofondando la metà superstite in una precarietà indicibile. E quando, nella crisi energetica dei Settanta, ci dissero che ben prima del Duemila le riserve mondiali di combustibili fossili sarebbero state consumate, non era finismo anche quello, e anche quello smentito dai fatti? E le nostre sindromi da panico, non dipendono anche dall'assuefazione bulimica a un benessere ottundente, che ci fa vivere ogni crisi come un tracollo di sistema, ci fa affrontare una banale nevicata come un collasso sociale? Nella cultura del troppo, ogni piccolo "meno" figura come una voragine, come l'inizio della fine. Perché la cultura del troppo ha in sé il virus della depressione, è fragile, vulnerabile, basta una minima sottrazione delle quantità conosciute a gettare nel panico i suoi sudditi. Se poi si prova ad applicare all'altro mondo l'interpretazione finista, all'Africa che è ancora in attesa del suo inizio, o all'Asia brulicante di energie, allora si coglie perfettamente il lusso narcisistico e quasi vizioso di dirsi "alla fine". Perfino il supremo orrore dell'undici settembre, una delle più devastanti rappresentazioni dell'odio e della morte mai viste sotto i cieli, smentisce clamorosamente il finismo. Quel micidiale collasso è stato semmai l'inizio ufficiale di un pauroso conflitto, il riavvio traumatico della Storia apparentemente inceppata. E se non siamo più in grado, fortunatamente, di accettare l'ideologia della guerra e della violenza come igiene del mondo, siamo però costretti a riconoscerne la brutale forza motrice, la capacità di spostare i destini dal loro apparente binario prestabilito. Molte fisime e vezzi "no-future", in tempi di ferro e fuoco come questi, svaniscono nella loro esangue inconsistenza: quando un durissimo futuro si rivela in tutta la sua evidenza, addirittura si rivela già presente, ci si sente bruscamente richiamati alle proprie responsabilità e al proprio ruolo nel mondo. Lo dice malissimo la Fallaci, immergendo il suo grido di rabbia nel brodo avvelenato (e razzistico) del primato morale e civile dell'Occidente. Ma tocca un nervo scoperto quando ci descrive imbelli e "allochiti" di fronte all'impatto con l'Islam (altro che meteorite!). Perché finismo è anche rinunciare, nell'urto con gli altri pezzi del mondo, all'esercizio delle proprie responsabilità, alla difesa dei princìpi e di quegli stili di vita (non tutti) che sappiamo, in cuor nostro, essere giusti, utili e trasmissibili. Valori e diritti soffocati nel grasso, che però sentiamo vivi, e palpitanti, quando la lama della Storia affonda nella nostra carne. Quando ad esempio leggiamo che alcuni imam discettano sulla differente gravità dell'uccisione di un musulmano o di un infedele, e capiamo che la discriminazione religiosa può diventare o ridiventare il razzismo del futuro, una specie di nazismo confessionale, il nuovo solco tra "puri" e "impuri", ci sentiamo, in piena coscienza, scaraventati nuovamente nella storia, nella lotta, nella passione umanista. Fine di che, se abbiamo appena cominciato? E quanto oziosa e snobistica è, l'analisi finista, di fronte alle migrazioni di milioni di giovani che cercano lavoro e speranza attraverso i mari? Provate a spiegare a un immigrato che ha appena trovato casa in un orrendo e carissimo bilocale periferico, che quel quartiere è la metafora visibile della fine: a lui quell'alloggio pare una reggia, una conquista straordinaria, lui sta iniziando, mica finendo. La nostra decadenza è sopportabile solo se sappiamo rapportarla all'insorgenza di altre, potentissime pulsioni di vita. Premono alle nostre vecchie porte popoli che per la metà sono costituiti da bambini e da ragazzi, e lo scenario del mondo, in questa fase, è una straordinaria rappresentazione del rapporto tra vecchi e giovani, tra genitori e figli. Lo smisurato potere economico e militare con il quale gli Usa e i suoi alleati pretendono di governare la Terra è, di fronte alla pura e "incivile" esuberanza dei popoli giovani, il riassunto perfetto di una patria potestà goffamente e disperatamente esercitata. Gli imperi tramontano sempre, i barbari vincono sempre, hanno l'energia incoercibile della fame e dell'autoaffermazione. Lasciarsi sommergere sarebbe una vergognosa abdicazione (finista), la svendita di un sapere civile, di un rispetto per le libertà individuali che sappiamo essere, senza dubbio alcuno, patrimonio di tutti gli uomini e le donne, anche quelli inconsapevoli. All'altro capo del finismo, però, c'è l'arroccamento razzistico, la guerra preventiva, la repressione mondiale: niente è più definitivamente finista del pensiero reazionario, che pone i termini del Vero e del Giusto come assodati per sempre, come dogmi, come coperchio plumbeo sopra il pentolone della storia. Poi il pentolone si sa, esplode. La difficile misura, perché tutto continui e non finisca, e magari inizi qualcosa di nuovo, è non avere paura, nell'impatto inevitabile, della contaminazione. Viverla come cambiamento e prosecuzione, senza rinunciare a quel poco di utile e importante che abbiamo imparato, noi occidentali, dopo secoli di sgozzamenti reciproci. Credere in noi stessi, perfino nella pedagogia democratica a volte così sentenziosa, nelle buone leggi, nei buoni diritti, e proprio perché forti di questo, lasciarsi andare al brivido delle invasioni barbariche: Teodorico imparò da Boezio, e i pensatori della decadenza si rivelarono, sotto i re invasori, degli ottimi precettori. E i barbari sicuramente degli ottimi allievi. È proprio nelle Invasioni barbariche (titolo non così casuale, e gran film) che il vecchio professore morente esprime il concetto più anti-finista possibile: quando difende il Novecento ("povero Novecento") dall'accusa di essere stato sede della più grande carneficina mai perpetrata, l'Olocausto. E, in quanto tale, un secolo esiziale, un secolo terminale. Rammenta il vecchio, ai suoi amici canadesi, che la più grande ecatombe della storia dell'umanità fu di molto precedente, e fu la Conquista delle Americhe, centocinquanta milioni di nativi uccisi, e senza neppure la diabolica facilitazione della tecnologia. E in questa atroce contabilità, il vecchio saggio riesce a relativizzare perfino il senso di orrore, di paura e di colpa che ci sfianca, ricordandoci che il mondo è sempre stato dolore e sopraffazione, ma non per questo ci è concesso di smettere di abitarlo. E così torno, se permettete, alla mia epigrafe. Il concepimento di un figlio è l'esempio Alfa della contaminazione, del fatto (conclamato) che senza "sporcarsi" il ciclo della vita si interrompe. Femmina e maschio sono, vicendevolmente, l'incarnazione dell'altro, ed è l'abbandono alla promiscuità, alla fiducia e perfino all'incoscienza che li rende genitori. In questo carnaio arroventato che è (sempre stato) il mondo, dobbiamo lasciarci guidare dall'istinto, odiare le barriere (quelle religiose degli imam fanatici, quelle razziste e avare dell'Occidente aggrappato all'argenteria), rischiare il futuro, la verginità e forse la pelle. Finisce solo ciò che è sterile, come il narcisismo, come la paura.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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