Michele Serra: L'esame sulla patria

A ridosso della Festa della Repubblica, finalmente riconsegnata da Ciampi al suo ruolo di compleanno della democrazia, la scena politica si è tinta di tricolore. I concetti di patria, nazione e Italia (spesso shakerati in un cocktail sciropposo, con l'elemento Repubblica ridotto a poche gocce impercepibili, come l'angostura nel Bloody Mary) si sono confusi in un dibattito caotico e ottundente, che il consueto, vociante bisticcio di "Porta a porta" ha fenomenalmente riassunto, alla vigilia della festa (e in piena campagna elettorale) più o meno così: come mai la sinistra italiana è così poco patriottica? Lo spettacolo, paradossale ma ormai quotidiano, era questo: ministri col fazzoletto verde, nemici di Roma capitale, e leaders post-fascisti, eredi della minoranza non-costituente, vagliavano con sarcasmo e sospetto il tasso di "italianità" e "patriottismo" dell'opposizione. Sullo sfondo l'Iraq, le accuse di disfattismo e antimilitarismo a chi contrasta l'avventura postcoloniale di Bush, e la solita insopportabile confusione storica tra la Normandia e Baghdad. Ma più in sostanza, e più profondamente, il capo d'imputazione era quello, antico e inestirpabile, di una slealtà nazionale antropologicamente insita nella cultura internazionalista dei post-comunisti, ieri servi dell'Urss e oggi, per i rami, incapaci di un reale sentimento di appartenenza italiana. Ciò che sgomenta in questa diatriba non è solo la ribollitura di ingredienti ammuffiti. È proprio la contraffazione dolosa della natura stessa del motivo del contendere, e cioè l'identità nazionale. Per una larga parte degli italiani questa identità, altrimenti solo retorica e virtuale, si manifesta, ad esempio, nel rispetto delle leggi e del patto tra eguali e liberi che la Costituzione rappresenta. È perfettamente vero che questa larga parte degli italiani è abbastanza coincidente, una generazione dopo, con quella che, nei primi decenni della Repubblica, faticava parecchio a riconoscersi in parole-simbolo come Patria e Nazione, abusate e storpiate dal fascismo e ancor peggio dal collaborazionismo repubblichino. Ma è altrettanto vero che nell'antifascismo, quasi facendo di necessità virtù, si sviluppò un'italianità rinnovata, per certi versi forse surrogata dal culto della Costituzione. Nelle sezioni comuniste degli anni Settanta, checché se ne dica oggi, vigeva una sorta di moralismo costituzionale, e il tricolore c'era eccome. Lo Stato democratico, nel tempo in cui gli eversori rossi e neri sparavano ai giudici e ai poliziotti, era per la sinistra storica una specie di feticcio, fino a fare ombra, quasi, alla lucidità politica. E l'unità nazionale e il compromesso storico sono lì a provarlo. Ora, ognuno è libero di credere che l'italianità consista nel pretendere (sgarbatamente, come ha fatto l'onorevole La Russa) i funerali di Stato per uno sfortunato precario della vigilanza privata, andato a morire in riva al Tigri, e morto con dignità, senza altra rappresentanza che quella del proprio bisogno di sbarcare il lunario (italianissimo, in questo). Oppure che si debba recuperare marzialità e cipiglio di fronte a un terrorismo islamico che non chiede di meglio, tanto è vero che ammazza i cuochi chiamandoli "crociati". O che un capo del governo italiano possa ostentatamente ignorare, per anni, il 25 aprile, l'altro compleanno della democrazia italiana insieme al 2 giugno. O ancora che il sentimento nazionale possa prescindere, proprio come accade in questi anni ai massimi livelli, dal sentimento di legalità e dallo spirito di uguaglianza dei diritti e dei doveri. Ma che poi si venga a discettare, con arroganza pari alla superficialità, sul quoziente di italianità di una sinistra che tra le sue tante e gravi debolezze ha però forte il senso dello Stato, delle istituzioni e delle leggi, è veramente il colmo. Uno dei tanti colmi di un momento storico così confuso, e sommariamente fazioso, che una festa repubblicana fortemente voluta da un Capo dello Stato azionista e antifascista (il peggio dei peggio, dunque, per il revanscismo di destra) è diventata il pretesto per un esame di patriottismo a rovescio, con forte sospetto di daltonismo acuto: con le camicie verdi e le camicie nere che inquisiscono per carente patriottismo le camicie rosse garibaldine e partigiane.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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