Vittorio Zucconi: Terremoto alla Cia, Tenet lascia. Paga per i troppi errori in Iraq

Sembrava davvero sorry, George W. Bush, quando ha dovuto annunciare, pochi minuti prima di partire per Roma, che il carro della propria amministrazione aveva perduto una ruota e che il direttore della Cia George Tenet si era dimesso, ma non tanto sorry come Tenet che ha dato un addio pubblico ed emozionale con le lacrime agli occhi e l'amarezza nel cuore alla poltrona di prima spia. Per un Presidente come George che ha costruito sull'ottimismo e sulla lealtà di squadra la propria immagine, incassare una defezione così grave e lacrimosa, alla vigilia di un settimana di coreografie trionfali, è un brutto colpo e Tenet lo sapeva. Se la "spia delle spie", non ha voluto neppure aspettare il ritorno del proprio capo dal tour imperiale per scoprire improvvise "ragioni personali di famiglia" e dimettersi, con il magone evidente di un uomo che non si sente perfetto ("ho fatto i miei errori") ma si sente abbandonato, è perché, con orgoglio e con rabbia, ha voluto abbandonare la nave, prima che il comandante lo buttasse a mare. George Tenet, l'immigrato greco di 51 anni, ex cameriere a Queens con la perenne cicca di sigaro in bocca ma spenta per ordine del cardiologo, è l'ultima vittima, fortunatamente solo politica, dell'11 settembre e il primo agnello sacrificato al pasticcio iracheno. Tra poche settimane, in luglio, la Commissione senatoriale d'inchiesta pubblicherà le sue conclusioni finali su Ground Zero. Su qualcuno dovrà puntare il dito, per dare soddisfazione agli elettori, ai media e soprattutto alle tremila famiglie delle vittime. Non potrà accusare Clinton, perché i democratici in commissione lo impediranno e dunque neppure Bush, perché i repubblicani lo proteggeranno. Dunque, tutti sapevano, qui nella "nuova Bisanzio" americana, che "il greco", l'unico superstite del team Clinton nella squadra di Bush, sarebbe stato sacrificato. Come il condannato, ha chiesto un ultimo onore, quello di poter staccare ufficialmente l'11 luglio prossimo, esattamente sette anni dopo l'11 luglio 97 dell'insediamento. L'onore gli è stato concesso e un successore definitivo, dopo l'interim del suo numero due, McLaughlin, sarà deciso quando Bush tornerà a casa. Tenet ha pagato per tutti e lo sa. Non è cosa di tutti i giorni vedere il "numero uno" dell'intelligence e dello spionaggio planetario, inghiottire le lacrime mentre ammette che l'abbandono "darà adito a molte insinuazioni e speculazioni". Ma era scritto. Uno dei suoi predecessori alla Cia, un ammiraglio che non piange, Stanfsfield Turner, ha detto quello che tutti pensano, "che Bush aveva bisogno di qualcuno da biasimare e lui da buon soldato ha accettato". Il blame game, il gioco della colpa, non perdona. Da almeno un anno, da quando un senatore della commissione, Kerrey (non Kerry) aveva dichiarato che Tenet "era stato scaricato dalla Casa Bianca", era un morto che camminava. Se aveva resistito ancora per i dodici mesi di guerra e di bugie di intelligence è stato soltanto perché un direttore della Cia è un istrice che ogni Presidente deve maneggiare con molta cautela. Un personaggio che sa troppe cose perché possa essere messo alla porta come un ambasciatore caduto in disgrazia. Sapendo che, fuori da quella porta, c'è la fila di editori pronti a staccare assegni multimilionari per le sue gustose memorie. Dunque Tenet doveva autogiustiziarsi ed essere accompagnato alla porta da parole di commossa stima da parte di un Presidente che non vedeva l'ora di defenestrarlo e di rimettere in riga la Cia sempre più scettica e riottosa. È possibile che la pagliuzza che ha spezzato la schiena del cammello Tenet sia stato il "caso Chalabi", la tragica commedia dell'uomo che inventò la guerra in Iraq spacciando informazioni false sugli arsenali di Saddam e che la Cia ha finalmente denunciato come magliaro e come "doppiogiochista" al soldo dell'Iran. Quando Chalabi da Bagdad ha osato sfidare proprio Tenet a un "confronto all'americana" in diretta, nessun esponente della Casa Bianca ha preso le sue difese e il segnale è diventato chiarissimo. È destino di tutti i direttori della Cia, quello di farsi legioni di nemici e di essere messi alla porta al primo insuccesso pubblico, essendo i successi segreti, appunto, sconosciuti. E di nemici, nel "si salvi chi può" verso le elezioni, Tenet aveva fatto una collezione micidiale. Si era dovuto assumere la responsabilità del bidone sulla "torta di uranio nigerino" acquistata da Bagdad, che la Cia, inascoltata, aveva subito licenziato come una rudimentale invenzione passata da fonti ridicole. Aveva duramente contrastato il Pentagono e la sua corte di ideologi radicali su Chalabi, il millantatore che aveva già trascinato proprio la Cia del suo predecessore, Woolsey, in un bambinesco tentativo di insurrezione in Iraq finita come la Baia dei Porci e infatti ribattezzata "la Baia delle capre". E nella sua ultima deposizione al Senato aveva dovuto, lealmente e dolorosamente, accettare la colpa di non avere interpretato tutti gli indizi che conducevano a Ground Zero, pur avendo deposto sul tavolo del Presidente, pochi giorni prima della strage, un rapporto che illustrava i piani di Al Quaeda contro l'America, ignorato da Bush. Il fardello di tutte le failures, i fiaschi americani, era caduto sulle spalle di uomo già inviso alla gang dei "neocon" per essere stato compagno di università di Clinton, nella Georgetown dei gesuiti a Washington, pur essendo lui greco ortodosso e poi nominato proprio dal detestato Presidente, l'11 luglio del 1997. Il suicidio, nella tradizione degli imperi, assolve e monda lo sconfitto e Tenet ha scelto la spada simbolica del samurai per immolarsi politicamente prima che fosse umiliato sulla pubblica piazza. Ha scoperto l'urgenza di tornare in seno alla famiglia, smentendo l'alibi con la commozione aperta e lodevolmente mediterranea e sentimentale dell'addio, sapendo che avrebbe fatto un dispettuccio a Bush. E accettando l'etichetta che gli avversari gli hanno appiccicato addosso, quella dell'"uomo che sapeva tutto e non capiva niente" e che aveva addirittura "inventato" la minaccia di Saddam. La guerra in Iraq ha fatto la prima vittima politica importante, a Washington. Peccato che il fato abbia scelto, fra tante ben più colpevoli e impunite, la vittima sbagliata.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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