Vittorio Zucconi: La guerra

In questa guerra di presunte "chiarezze morali" (Bush) che ogni giorno s'intorbida, nella mattina di un altro ormai puntuale massacro in Iraq e della ricostruzione raggelante del panico confusionale delle autorità americane l'11 settembre, il ‟New York Times” chiede le pubbliche scuse di Bush per aver portato l'America in guerra "spacciando falsità e disonestà al pubblico". Non le avrà. Come la guerra ha perduto ogni pretesa di superiorità morale nelle celle delle torture autorizzate dall'alto, così Bush sta perdendo la propria arma più importante, che era la sua "credibilità". È sempre più difficile "credere" alla versioni ufficiali e bastava ascoltare ieri il Presidente pasticciare con le parole, nel tentativo di rispondere alla conclusione ufficiale e devastante dei "non legami" tra Saddam e Al Qaeda raggiunta dalla Commissione d'inchiesta, per capire la difficoltà in cui si contorce. "Resto convinto che esistesse una relazione tra Osama e Saddam", perché "lui odiava l'America" e dunque "l'America è più sicura perché Saddam non c'è più". Non una prova, ma una tautologia. Nel mondo sempre più surreale della "verità secondo George", i fatti che esplodono sul campo e soprattutto i sondaggi tra iracheni che ormai vedono, al 90%, gli americani come "occupanti", sono dettagli e la verità è un optional. La sola certezza è la quotidiana perdita di fiducia nella retorica sempre uguale e quindi sempre meno efficace della Casa Bianca. I soli due argomenti concreti indicati da Bush per difendere la screditata tesi dell'alleanza organica tra Saddam e Osama sono stati, nelle sue parole di ieri, la presenza del terrorista palestinese Abu Nidal a Bagdad, dove morì, e al-Zarqawi, il nuovo "cattivo" della sceneggiatura bellica americana, ignorando il fatto che la virulenza dei suoi attentati è esplosa dopo la caduta di Saddam. Quando l'Iraq è divenuto quello che prima non era, la calamita del terrorismo internazionale. Ma Bush è ormai condannato a mentire, perché "chiedere scusa", come gli domanda in ‟New York Times”, comporterebbe dire la verità e ammettere che le premesse propagandistiche della guerra erano castelli di sabbia costruiti per nascondere la decisione politica di cambiare il regime a Bagdad e insediare un regime filo americano che accettasse basi militari permanenti. Un presidente condannato alla "coerenza della bugia", deve parlare a chi ancora è disposto ad ascoltarlo, ignorando quella metà abbondante dell'America che ormai non gli presta più orecchio. I discorsi settimanali ai quali Bush si sottopone sono sempre più irrilevanti, perché ripetitivi. E soprattutto perché in contraddizione visibile con la realtà dal fronte, con il caos di una nazione a pezzi, nella quale l'Onu, come ha detto ieri Kofi Annan, rifiuta di tornare, vista la assoluta incapacità delle truppe occupanti e dei loro ausiliari iracheni, di garantire un minimo di ordine e di sicurezza. La strategia di questa Amministrazione è ormai sperare che il simulacro di sovranità limitata incarnato dal nuovo governo scelto da Paul Bremer e non dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi, come volle l'ennesima fiction, regga fino alle elezioni di Bush, ora che a Bagdad sta arrivando quell'ambasciatore Negroponte che tanto bene si distinse nella repressione della guerriglia onduregna. È la malinconica strategia, come ha detto Tom Friedman, uno dei "falchi liberal" che pure avevano appoggiato la guerra, del "tenere le dita incrociate e pregare", del confidare in qualche miracolo. La stessa, confusa strategia che le autorità dispiegarono la mattina dell'11 settembre, ricostruita nell'ultima udienza della Commissione. Con il vice presidente Cheney al comando, mentre Bush veniva sballottato da una base all'altra sull'Air Force One, spacciando la notizia - falsa anche questa - di un aereo fantasma diretto contro di lui, ordini confusi e contraddittori raggiungevano il Norad, il comando dell'aviazione militare tattica. Alcuni piloti di caccia ricevevano ordine di abbattere ogni aereo a vista, altri credevano di essere sotto attacco missilistico dei russi. Alcuni inseguirono elicotteri dei soccorsi, scambiandoli per i jet del terrore, ripetendo tutti la stessa domanda dei piloti: "Ma siamo sicuri che i comandi ci hanno autorizzati a colpire trasporti civili?". Sì, era la risposta, il vice presidente in persona, Dick Cheney, ha dato ordine di take them out, di eliminarli. E su tutto, la voce registrata e gelida, in perfetto inglese, di Mohammed Atta, il "generale" degli assassini, che spiega calmo alle sue vittime, ai passeggeri "di stare tranquilli e seduti" perché "saranno al sicuro e niente di male gli accadrà", pochi minuti prima di carbonizzarli nel rogo delle Torri. Sull'orrore vero di quei momenti, sulla pretesa falsa che abbattere Saddam fosse la giusta "prevenzione" di nuovi attacchi terroristici con armi micidiali fornite ad Al Qaeda, si è fondata la promessa della "giusta guerra". Si è costruita la credibilità di un Presidente che oggi deve combattere contro la verità che il sistema americano lentamente, ma inesorabilmente, produce e lo sta inghiottendo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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