Vittorio Zucconi: La guerra delle menzogne

Era il 28 gennaio del 2003, due mesi dall'invasione dell'Iraq, quando George W. Bush salì sul podio del Congresso americano per dire che ormai la guerra covata da mesi era inevitabile e imminente: "Con le sue armi nucleari e i suoi arsenali pieni di ordigni chimici e biologici, Saddam Hussein può segretamente fornire ordigni micidiali ai terroristi di Al Qaeda, che - ormai lo sappiamo dall'intelligence e da prigionieri - egli addestra e protegge". Era il casus belli, il link, il legame con gli assassini islamici dell'11 settembre. Ed era un falso. Dopo avere già dovuto riconoscere che il famigerato arsenale non c'era affatto, ora la Commissione d'inchiesta sulle Torri Gemelle e sul fiasco miserabile dell'intelligence e del governo americano nel prevenirlo, scrive, nell'estratto del rapporto finale pubblicato ieri, che tra Saddam e Al Qaeda non esisteva alcuna complicità né alcuna collaborazione. Che le avance dei terroristi verso Bagdad erano sempre state respinte e tra i due uomini, il nazionalista arabo con sogni di grandeur secolarista e gaullista, Saddam, e il fanatico religioso musulmano crociato del rinascimento islamico violento, Osama, regnavano diffidenza, ostilità e vecchi rancori. La notizia che dopo un anno di udienze pubbliche e segrete che hanno investito tutti gli attori di questa tragedia storica, da Bush al direttore "dimissionato" della Cia Tenet, da Cheney il vice presidente ai prigionieri di Al Qaeda fino ai gerarchi di Saddam in cattività, questa commissione composta di personalità scelte in tutti i campi ideologici, arrivi alla conclusione che neppure la seconda gamba del treppiede sul quale si è retta la propaganda bellica - armi micidiali, legame con Al Qaeda, imposizione di un regime filoamericano - regge, è la amara quando scontata conferma del tessuto di bugie sul quale s'è retta l'invasione dell'Iraq. In una di quelle coincidenze temporali che sembrano casuali, ma nella Washington avvelenata dalla tossicità della campagna elettorale potrebbero non esserlo, la caduta della "seconda gamba" del treppiede è avvenuta mentre Bush volava tra i generali e gli ufficiali del Comando centrale a Tampa, in Florida, per recitare lo stucchevole discorso trionfale e precotto che ripete ormai ogni settimana, tra la crescente indifferenza di chi non sia costretto ad applaudirlo per servizio. E che si fonda proprio su quella affermazione che i fatti non supportano. Che l'occupazione dell'Iraq e il "cambio di regime" abbiano "reso più sicura l'America", perché è stato reciso il cordone ombelicale tra uno stato e un'organizzazione terroristica. Un cordone che non c'era. Lo scollamento sempre più vistoso tra le parole e la realtà non è qualcosa che Bush e la sua amministrazione possano ammettere, senza restarne travolti. La facciata andrà difesa fino a novembre. Quindi i fatti, del passato come del presente, continuano a muoversi secondo una traiettoria divergente dai discorsi pubblici di Bush che anche ieri, di fronte alla claque in uniforme del Comando centrale in Florida (il quartier generale delle operazione in Medio Oriente) descriveva un Iraq bucolico e rasserenato, dove i soldati americani "hanno già ricostruito 2.500 scuole e asili", un vanto che rammentava con orrore ai più vecchi i dispacci della Tass e della Pravda durante la guerra sovietica in Afghanistan. Un Iraq ormai avviato alla democrazia e alla sovranità, "con voto unanime dell'Onu" (conferma di come Bush interpreti quel voto non come la sua "andata a Canossa", ma come la resa a lui degli oppositori europei), dove addirittura "la squadra nazionale di calcio ha battuto l'Arabia Saudita e si è qualificata per le Olimpiadi". Un'annotazione calcistica senza precedenti nella storia della retorica presidenziale americana. Il fatto che la Commissione di saggi, ex parlamentari, e rigorosamente bipartitica si preparasse a demolire anche la favola del legame operativo Al Qaeda-Saddam era conosciuto da giorni nella capitale americana, insieme con altre, pessime, future notizie per l'Amministrazione Bush, che sono costate il posto all'agnello sacrificale, George Tenet della Cia. Ma questo non ha impedito al vicepresidente Dick Cheney, fin dall'11 settembre il primo fautore della guerra a Saddam con o senza prove, di ripetere appena due giorni or sono, alla radio pubblica nazionale Npr, la sua "certezza" del link, come già era stata costretta a fare il consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, da buon soldatino. Anche la concione alle truppe tenuta ieri da Bush, con le sue visioni idilliache d'"acquitrini disseccati da Saddam e di nuovo inondati da noi per ridare vita ai popoli delle paludi irachene e alla loro civiltà antica di cinquemila anni", era completamente sorda alle notizie che cominciavano a correre, mentre lui parlava, su radio, televisioni e siti Internet. Insieme con immagini di americani rapiti, funzionari iracheni uccisi, attentati e oleodotti sabotati e incendiati che hanno bloccato il trasporto d'un milione di barili al giorno, per settimane a venire. Bush parla di nazionale di calcio irachena, e il numero di feriti americani oltrepassa i 5mila soldati, più 834 morti. Bush si compiace della "sicurezza del popolo americano" garantita dall'occupazione dell'Iraq, mentre la Commissione d'inchiesta smentisce il nocciolo della minaccia, che non era il Saddam prostrato dall'embargo, ma l’eventuale collaborazione con Osama Bin Laden. E le due Americhe prodotte dalla battaglia delle menzogne navigano ormai distanti, ciascuna secondo la propria rotta. Una, minoritaria secondo i sondaggi, persuasa che comunque la guerra sia stata buona e giusta, l'altra, maggioritaria che non fa neppure più finta di crederci.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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