Vittorio Zucconi: In viaggio con gli angeli

Frances scappò di casa trascinandosi dietro il marito e la nipotina. L'aveva voluto e deciso lei, per salvare quello che restava della sua famiglia. Era il 1995. Fuggiva davanti alla guerra civile in Liberia che aveva divorato la sua nazione e il suo villaggio, che le aveva ucciso le figlie, le sorelle, i fratelli. Non si era allontanata neppure poche ore dalla sua casa, che una raffica di mitra partita da un cespuglio le abbattè il marito e sforacchiò la vecchia Renault di famiglia che lui guidava. Si ritrovò sola, con Tina, la nipote di cinque anni, senza mezzi di trasporto, senza soldi, senza armi, senza angeli custodi. O forse quelli sì, c'erano.
Frances, cioè Francesca, Gayes era stata suora e infermiera fino ai trent'anni, prima di innamorarsi dell'uomo che le sarebbe morto accanto, trapassato dai proiettili al volante, mentre guidava per scappare ai massacri. Ma l'amore umano non le aveva impedito di mantenere ottimi rapporti con il precedente Datore di Lavoro, che non dovette serbarle alcun risentimento, al contrario.
Lei, e Tina, sopravvissero da sole. Vagarono di villaggio in villaggio, camminando soltanto di notte per sfuggire alle bande di guerriglieri, di soldati governativi spesso peggiori degli altri, di bambini drogati e armati che sparavano e ammazzavano per gioco.
Camminarono e camminarono, come nelle fiabe o negli incubi non per un giorno o per un mese, ma per due anni. Settecentocinquanta giorni e settecentocinquanta notti per attraversare la Liberia, vagando lungo i fiumi nell'interno poi scendendo verso il mare per seguire i villaggi dei pescatori sulla costa dell'oceano Atlantico. Si nutrivano di quello che gli angeli custodi le facevano trovare, non angeli di puro spirito, ma persone bene in carne e ossa, come le donne che lei aveva conosciuto, curato, assistito da suora e infermiera e che si passavano parola, secondo fili telegrafici misteriosi.
Una catena della gratitudine bocca a bocca, lunga due anni e quasi mille chilometri, fino alla frontiera orientale della Liberia e alla Costa d'Avorio. Sempre con Tina al fianco, che aveva lasciato casa che aveva cinque anni e arrivò in Costa d'Avorio che ne aveva sette, attraversò il confine e raggiunse il consolato americano ad Abidjan, la capitale. E i miracoli non erano finiti. Trovò un funzionario consolare che credeva ancora ai princìpi e ai sogni della generosità e dell'accoglienza, prima che passassero di moda. Concesse immediatamente l'asilo politico a quella donna e alla bambina che si era trascinata dietro. E due giorni dopo, con un biglietto aereo pagato dall'agenzia cattolica "Outreach", sbarcò a Detroit, nel Michigan, dove esiste una comunità di profughi liberiani. Non conosceva nessuno, o almeno così credeva. In questa comunità, dove fu accolta come una sorella, incontrò un uomo che le parve di riconoscere. Le disse di chiamarsi Robert e si scambiarono le storie della loro vita, qualche brandello di una vecchia fotografia che lui aveva conservato. In una delle foto, Frances riconobbe qualcuno. Se stessa, con in braccio un bambino. Robert era l'unico dei suoi nove figli sopravvissuti ai massacri, soltanto perché molti, molti anni prima era stato affidato a un amico che fuggiva dalla Liberia per emigrare in America da dove non era più riuscito a dare, né a ricevere, notizie.
Per gli ultimi sette anni della sua vita, Frances Gayes visse nella calma di un sobborgo del Michigan, con il figlio ritrovato e con Tina che diventò ragazza, forse in un clima troppo freddo, per lei, sulle rive dei grandi laghi del nord, ma incomparabilmente più sereno di quello che aveva lasciato.
Se ne è andata all'inizio di giugno, per morte naturale, nel suo letto, lasciando alla nipote il rosario di noci della sua giovinezza di suora e al figlio un logoro pezzo di carta che era il suo certificato di nascita, emesso dall'ospedale missionario di Monrovia dove la mamma l'aveva partorita.
Era intestato a Frances Theresa Gayes, figlia di Beatrice e Lavinius Gayes e portava la data di nascita. 15 gennaio 1902.
Frances è dunque morta all'età di 102 anni. Per chi ama un poco di aritmetica, questo significa che quando fuggì dal suo villaggio in fiamme con la nipotina e il marito, ne aveva 93 e quando arrivò al consolato con Tina per chiedere asilo politico ne aveva 95. Aveva percorso mille chilometri a piedi, dentro la più crudele guerriglia tribale, disarmata, con una bambina piccola a rimorchio, per due anni, armata di un rosario e di un certificato di nascita a 95 anni.
"Mi chiedo come abbia potuto farcela", ha detto il direttore dell'agenzia cattolica che l'ha ospitata nel Michigan. Strano che proprio il direttore di un ente cattolico non creda all'esistenza degli angeli.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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