Vittorio Zucconi: Tornano i dubbi di Rumsfeld. Stanno vincendo i terroristi?

Dopo quindici mesi di guerra, ormai quasi mille soldati della coalizione caduti sul campo, cinquemila feriti e una fortuna in danaro dei contribuenti americani ed europei consumata, "ancora non abbiamo un'idea chiara" di chi "stiamo combattendo in Iraq" e dunque Washington non può dire "se stiamo vincendo la guerra". Così, a 48 ore dal cosiddetto "passaggio di sovranità" all'uomo della Cia, come viene apertamente chiamato dalla stampa araba, ad Allawi, l'architetto e promotore dell'operazione Iraq, Donald Rumsfeld, riassume la situazione surreale dell'Iraq e persino la finzione della sovranità limitata, dopo quella della vittoria, cade sotto la spinta dell'ultima carica del governatore deposto, Paul Bremer, a Bagdad. Mancano due giorni, alla sua deposizione dalla carica di proconsole, ma prima di cedere lo scettro al nuovo lord protettore inviato da Bush, all'ambasciatore Negroponte, Bremer firma un' ultima "raffica di editti" come li definisce il ‟Washington Post”, per limitare e condizionare nella sostanza, quello che sarà concesso nella forma. E per garantire che l'Iraq resterà saldamente sotto il controllo reale americano. Con una frenesia che sa quasi di vendetta contro i nemici che dalla corte della Casa Bianca accusano lui di tutti i rovesci e le tragedie, Bremer riduce montagne di decreti e grida per limitare la sovranità del governo Allawi e per insediare in posti chiave personaggi graditi a lui, al proprio "clan" e soprattutto agli interessi degli occupanti. Fra tutti, l'editto più sfacciato, nella sua evidente intenzione di lasciare nelle mani della potenza occupante anche le briglie della futura "democrazia irachena", è la creazione di uno speciale "comitato" che dovrà ammettere o squalificare, a propria assoluta discrezione, i partiti che vorrebbero partecipare alle elezioni. Sono 48 ore frenetiche, queste, per l' elegante funzionario del Dipartimento di Stato, trasferito nel bunker della "zona verde" di Bagdad. Ma L. Paul Bremer, che si era annunciato come un "duro" rappresentato dai desert boots, gli stivaletti militari calzati sotto il completo blu del diplomatico di scuola kissingeriana, non è caduto vittima di un improvviso trip di onnipotenza. La "raffica di editti" è lo spasmo finale di una guerra per bande e clan scatenata a Washington tra agenzie, ministeri, potentati e ideologhi frustrati attorno a una guerra continua che ha sempre meno padri e sempre più dubbi, anche nel furbo Rumsfeld, che, non per la prima volta, si copre le spalle spiegando alla Bbc che la vittoria è lontana e indefinibile, come i nemici sempre più organizzati che tormentano gli occupanti e soprattutto gli iracheni. Nelle poche ore di potere che gli rimangono, Bremer sta tentando di condizionare il futuro e legare le mani a chiunque prenderà un pugno l'Iraq. Ha decretato che i due funzionari più importanti del governo provvisorio nominati dal premier Allawi, i capi della sicurezza nazionale e il capo dei servizi di spionaggio, restino in carica per cinque anni, dunque mantengano le loro poltrone anche quando, e se, un gabinetto nuovo e teoricamente sovrano dovesse essere eletto. Sempre per cinque anni, ha insediato "ispettori generali" scelti da lui in ogni ministero, ben sapendo che il potere reale, anche nelle democrazie più solide, risiede più nelle mani degli altri burocrati permanente che nei portafogli dei ministri di passaggio. E ha costruito dozzine di "commissioni speciali" con compiti, e poteri, di supervisione, sorveglianza e denuncia giudiziaria per tutti i nodi cruciali dell'amministrazione irachena, dal commercio estero all'industria del petrolio, dalle telecomunicazioni al sistema finanziario. "In pratica - ha detto un ex ministro del primo governo provvisorio, Mahmud Othman - Bremer ha creato meccanismi permanenti per garantire che gli americani continuino a mettere il naso in tutti i nostri affari per il futuro prevedibile". Precisamente. E se molte delle "bolle" di un potere inviso sono destinate a essere ignorate, come la disposizione che impone ai guidatori di autoveicoli di "usare il clacson soltanto in caso di necessità" e di "tenere sempre due mani sul volante", la carica finale del governatore in partenza non è stata concepita dal suo campo trincerato a Bagdad, ma da Washington. È nella capitale vera dell'Iraq, dove il nervosismo per il collasso dei sondaggi elettorali costringe Bush a elemosinare l'assistenza della Nato, che la guerra per bande tra le fazioni ha lanciato questa frenesia di decreti. Bremer, come i suoi supporters al Dipartimento di Stato e alla Cia, hanno vinto la battaglia con il Pentagono e l'ufficio del vice-presidente Cheney, eliminando Ahmed Chalabi, il pupillo dei neo conservatori, con accuse di doppiogioco spionistico, e hanno imposto all'inviato dell'Onu, Brahimi, un uomo come Allawi, un "company man", un pupillo della Cia. L'irritazione contro Bremer, accusato di avere perso la pace quando eliminò tutto il personale saddamita (lo stesso errore commesso dagli americani in Germania nel '45, prima di cambiare rotta) è l'ultimo rifugio nel gioco allo scaricabarile che già è cominciato, e da tempo, a Washington. La risposta di Bremer è quella di assicurare che ogni futuro governo iracheno, abbia un cuore americano. Come vogliono appunto Cia e Dipartimento di Stato che alle fantasie ideologiche di una rapida "primavera di Bagdad" con fioritura democratica dopo l'abbattimento dell'oppressione non avevano, giustamente e cinicamente, mai creduto.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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