Vittorio Zucconi: Cherokee e femminista

La guerra di Fern per liberare l'Iraq era partita da molto lontano, da quella città dell'Oklahoma che aveva visto il suo 11 settembre, il giorno del 1995 in cui un gruppo di bravi ragazzi americani aveva fatto saltare in aria un palazzo con 168 persone e i bambini che c'erano dentro.
Fern Leona Holland aveva visto con i suoi occhi, e senza aspettare la "minaccia islamica", che cosa sapessero fare gli uomini quando gli uomini si autoconvincono di essere i guerrieri del Bene, i giusti con il fucile, e aveva deciso di "fare qualcosa". Essendo alta un metro e cinquanta, allergica a schioppi, cannoni e pistole, e non riuscendo a trovare un elmetto che non le arrivasse fino alle spalle, Fern non si era arruolata, come quelle povere contadinelle che indossano l'uniforme per sfuggire alla miseria e al tedio delle loro campagne e poi finiscono in tv con la cicca in bocca e un prigioniero nudo al guinzaglio.
La sua corazza era una laurea in legge, e la sua arma era un'idea che un tempo si sarebbe chiamata "femminismo", prima che tornassero di moda i maschietti guerrieri che adesso fanno a gara per vedere chi spara la pipì più lontano. Era convinta che non ci possano essere liberazioni, democrazie, prosperità diffusa, un minimo di giustizia, se le donne non si svegliano, se le madri e poi le figlie non cambiano loro stesse e poi i loro uomini, e che non basti nominare un paio di ministri con il tailleur pantalone da esibire in pubblico perché le cose cambino davvero.
Fern era già andata da studentessa a rompere le scatole in Namibia, in Guinea, e in ogni campo profughi del mondo dove fosse riuscita ad arrivare, puntando diritto sulle donne. Da come erano trattate le donne, e i bambini che si trascinavano dietro, si misurava infallibilmente come una nazione trattava se stessa.
Quando arrivò in Iraq, Fern Leona (guarda a volte i nomi) Holland si prese come interprete Saiwa Ali, una studentessa di Bagdad, e cominciò a girare la nazione su una carriola giapponese usatissima, senza scorta né convogli di fuoristrada mostruosi. "Queste donne sono facilmente intimidite", diceva, "se mi vedono scendere da un macchinone con due gorilla armati si spaventano e stanno zitte. Il macchinone dice autorità e loro dell'autorità, qualunque sia, hanno imparato ad avere paura".
Invece, lei voleva farle parlare, rompere la crosta della paura, sentire la verità, capire che cosa si potesse fare per interrompere quel circolo vizioso della soggezione familiare, quindi delle maternità a raffica e della demografia esplosiva, che tiene prigionieri popoli interi e li condanna al ciclo del rancore e del terrore. Parlava di leggi vecchie e nuove, di anticoncezionali e di aborto, lasciava opuscoli illustrati, indirizzi, bisbigliava consigli a quelle donne alle quali, dall'alto del suo metro e cinquanta, non faceva paura, e soprattutto ne riceveva, perché sapeva che l'errore fatale dell'"uomo bianco" è sempre quello di predicare senza ascoltare.
Lo sapeva perché Fern (la felce) era una cherokee, una discendente diretta di quei popoli che un altro esercito aveva sloggiato con le baionette dalle proprie terre all'est e spinto a marciare a piedi per mille chilometri fino alle vuote praterie dell'Oklahoma, in quello che la tradizione degli indiani d'America ancora ricorda, più di un secolo dopo, come "il sentiero delle lacrime".
Era, per riassumere, una formidabile rompiballe, che spargeva tra le donne irachene i semi di una ribellione disarmata e micidiale. Ed era inevitabile che alla fine tutti la guardassero storto: le barbe dell'ortodossia religiosa, i ras delle mafie locali travestiti da "nuovi democratici", i militari e i funzionari delle truppe d'occupazione, che di tutto hanno bisogno meno che di una vera rivoluzione femminista, in aggiunta ai loro guai quotidiani.
Il "sentiero delle lacrime" di Fern doveva dunque finire, e finì, in un villaggio chiamato Habbiniyah, a ovest di Bagdad, dove stava andando all'appuntamento con un gruppo di donne locali che voleva convincere a denunciare un soldato che le aveva scelte come stufette umane durante una notte particolarmente fredda. Una raffica di Ak 47, l'arma che in Iraq è diffusa come i telefonini su un volo Roma-Milano, raggiunse la sua macchinetta e trapassò il lamierino leggero. Morirono su una strada, lei e Saiwa, senza che nessuno abbia mai saputo da chi e perché erano partiti quei colpi contro due donne sole, al volante di una utilitaria scalcagnata, in mezzo alla campagna, con il capo coperto entrambe dallo chador.
Quando hanno riportato il corpo di Fern a casa, in Oklahoma dove sono sepolti i suoi avi, il consiglio della "Cherokee Nation" ha voluto organizzare la cerimonia funebre. L'hanno nominata "guerriero". Lei ne avrebbe sorriso.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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