Vittorio Zucconi: L'eroe dell'altra America tra successo e tragedia

S'è spenta un'altra luce sul palcoscenico America e il teatro dei nostri desideri americani si fa un poco più buio. Marlon Brando aveva 80 anni, quando è morto ieri, e non era neanche più tanto obeso, dopo la solita lunga malattia, gli sperperi e la inutile degenza in un ospedale di Los Angeles. Nessuno lo avrebbe più chiamato, dietro le spalle, the Godfather of Bellies, "il Padrino delle Trippe", come lo avevano soprannominato dopo avergli visto consumare sul set due polli interi, mezza cheesecake, un chilo di gelato e poi scappare via nascosto sotto un sombrero per farsi otto salsicciotti con crauti e senape in un fast food aperto tutta la notte. Del suo corpo spropositato era rimasto poco, alla fine, ma del suo talento mostruoso è rimasto tutto quello che vediamo oggi sugli schermi in teatro, anche nel più piccolo degli attori. È rimasto quello che Jack Nicholson riassunse così, in due parole: "Bud - lo chiamavano così da bambino in Nebraska, Bud - ci ha dato freedom, libertà". L'attore che liberò gli attori dai canoni della recitazione, aveva sciolto molto più che una professione e un'arte. Aveva scosso una nazione, e una cultura, dal torpore perbenistico e frigido degli Eisenhower Years, quella decade fra i '40 e i '50, nei quali i censori proibivano a Lucille Ball e Desi Arnaz, pur sposati nel copione di Lucy e io e anche nella vita, di dormire in un letto matrimoniale, imponendo lettini gemelli. La carnalità esibita e prepotente, sfoggiata nel suo primo trionfo teatrale nel Tram chiamato desiderio di Tennessee Williams era talento, mestiere, tecnica imparata alla corte dell'Actors Studio nel culto del naturalismo espressivo teorizzato dal maestro russo Stanislavsky. Ma era, involontariamente, anche un comizio, tanto più vero in quegli anni di political correctness maccarthysta. Un "ribelle", un Selvaggio, come i suoi contemporanei Jimmy Dean, o Montgomery Clift, che facevano politica con il broncio, si ribellavano con le battute del copione, con il gergo da scaricatori da Fronte del Porto, senza davvero una causa. Ma contro che cosa ti ribelli? Gli chiese un intervistatore. Whattayagat? , gli rispose lui. Contro qualunque cosa tu dica e tu abbia. Era nato Marlon Brandeau, nel 1924, con un'impronta di sangue francese arrivato da un padre che disperava di lui, dopo averlo visto esordire nella vita venendo espulso dall'asilo, che non è mica male, poi dal liceo e infine anche dalla Accademia Militare dove il pover'uomo lo aveva iscritto sperando di iniettargli un poco di disciplina. Veniva da quel Mid-West, quelle terre di mezzo americane sempre sballottate tra est e ovest, tra irrequietezza e accettazione, che hanno prodotto le generazioni di uomini e di donne più diverse, da Ronald Reagan a Brando, nello stereotipo, fisico e umano, del mitico "americano medio". Il padre sarebbe rimasto ancora più sconvolto se avesse potuto leggere la sua unica autobiografia, Le canzoni che mia madre mi cantò, dove il titolo da sillabario nasconde il suo odio per una donna che trascorreva le sue serate nelle taverne del Nebraska a farsi rimorchiare e lo lasciava solo a casa con una baby sitter diciottenne sulla quale lui, a 4 anni, se dobbiamo credere al racconto, trafficava per scoprire i misteri dell'anatomia femminile. Precoce, certamente. Fece Tennessee William che aveva trent'anni, negli abiti dell'"untuoso polacco" Stanley Kowalski, come lo chiamava l'autore, che congratulò Brando con un famoso telegramma: "Ora che hai fatto tanto bene l'untuoso polacco sei pronto per il folle danese", per l'Amleto di Shakespeare, che invece non recitò mai. Precoce e insaziabile, non soltanto di polli e di hot dogs, ma di vita, dunque inevitabilmente di donne, di sesso, di erotismo a 360 gradi, di figli, di terra, di controversie. Offese tutti gli ebrei americani, e i tanti che sono in posizioni di potere a Hollywood, con una oscena tirata antisemita in diretta dalla Cnn. Vinse due Oscar, uno dei quali rifiutò di ritirare, mandando una delle sue donne occasionali, un'indiana, a ritirare, ricevendo i "buuuuuu" dei colleghi in sala. Ebbe tre mogli, quindici figli "che io sappia", disse, tra loro Christian, che ammazzò a rivoltellate il boyfriend della sorella Cheyenne sorpreso con lei su un divano. Si fece dieci anni di carcere. Ora Christian è sepolto nella sabbia dell'atollo del Pacifico accanto a Tahiti che Marlon affittò con un lease di 99 anni accanto alla sorella Cheyenne, suicida. Precoce, ingordo, fuori scala, insopportabilmente grande agli occhi della folla di mediocri che popolano il mondo dello show business. Ricco e povero. Incassò tre milioni e mezzo di dollari per dieci minuti nella parte di Jor-El in un Superman. Portò ai confini della pazzia Francis Coppola per le sue bizze in Apocalypse Now, dove pretese un milione, per fare il colonnello Kurtz. Ma nel primo Padrino dello stesso Coppola si lasciò serenamente imbottire la mascella di ovatta di cotone e rotolini di carta igienica per assumere il profilo da bulldog di don Vito Corleone, sfoderando la voce in falsetto nello stupendo contrasto con la crudeltà mafiosa. In uno dei suoi primi provini, da giovane, fu bocciato proprio per la vocetta, "sembra che abbia sempre un rotolo di carta igienica in bocca". Appunto. "Ma chi crede che Il Padrino sia un film sulla Mafia non ha capito niente" disse. "Il Padrino è il ritratto della corporate America, delle grandi multinazionali". Pare sia morto povero Era un rivoluzionario? Magari, come sospettò naturalmente McCarthy diffidente di quel club di attori esagitati e tanto "di sinistra", ispirati dal lavoro di un sovietico e poi plasmato da Elia Kazan, addirittura comunista? Nell'America di Lucy e io, del patriarcato, delle donne senza voglie e senza sesso, delle sophisticated comedy alla Fred e Ginger, tra scaloni nei duplex di Park Avenue, quel puzzo di sudore, quel tanfo di angiporto, di olio motore, di letti sfatti che emanava da lui, era assai più che il ribellismo adolescenziale in Porsche di Jimmy Dean, era una seria minaccia ideologica, negli anni 50. La minaccia di un Ultimo Tango in Nebraska, di verità, dunque di corruzione dei "valori". Ma non è vero. è assurdo leggere in Brando, soprattutto nel Gaugin da fast food arenato in secca su una spiaggia dei Tropici, ridotto a lavorare in ignobili particine e filmacci, un manifesto ideologico oltre l'immancabile e sentimentale solidarietà con gli Indiani, un must per Hollywood. Il ribellismo era quello del suo talento troppo ingombrante, come quello di un Orson Welles, per il laccato conformismo hollywoodiano, ed è sempre rimasto narcisismo da attore, fino a esplodere nell'incontinenza pantagruelica e a implodere nel triste viaggio verso la notte, nell'ospedale di Los Angeles. Brando era un attore, e grande, che ha saputo recitare un pezzo di America fino a quel momento invisibile e dimostrare che davvero c'è sempre un'altra America, dietro quella che crediamo di vedere, e non sono necessariamente i think tank né i generali né i grandi colleges o i politici di turno a raccontarcela. Può essere un magnifico gigione, che non sopportava l'asilo infantile di guitti nel quale era costretto a vivere.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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