Vittorio Zucconi: Il solco che divide anche l'Occidente

È con il cuore stretto dall'angoscia che si deve leggere il voto sulla risoluzione Onu che chiede - invano - allo Stato di Israele di distruggere la muraglia entro la quale Sharon sta rinchiudendo l'unica democrazia esistente nel vicino e nel Medio Oriente. Nessuna persona di buona volontà può vedere senza rabbrividire le 150 nazioni più importanti del globo, con la sola eccezione degli Usa e di una manciata di suoi satelliti in Micronesia, condannare Israele alla solitudine politica. Se davvero quel voto massiccio contro Israele segnalasse la rinascita e il trionfo dell'antisemitismo nel mondo o un "appoggio obiettivo al terrorismo arabo" come ha gridato il governo Sharon agli ambasciatori d'Europa, la battaglia sarebbe già perduta per tutti. Come non si può pensare, senza arrendersi, che un miliardo di musulmani nel mondo siano tutti antioccidentali o terroristi, così è insensato immaginare che esistano 150 governi formalmente antisemiti. Non è cosi, e il ricatto dell'identificazione tra critica al governo israeliano e antisemitismo funziona sempre meno, forse a causa della virulenza retorica impiegata dai difensori per giustificare Sharon. Il voto dell'Onu, inutile nella pratica perché non vincolante, ma pesantissimo nella valenza politica, rende invece più urgente e indispensabile, per noi europei come per gli israeliani, leggere oltre il meccanismo dei riflessi condizionati per tornare a domandarsi - e a domandare - perché si sia arrivati a questo passaggio. Perché l'intera Europa, senza distinzioni fra quella nuova e quella vecchia, abbia respinto questo Muro, sul quale il governo Sharon ha rischiato, scientemente, la solidarietà e la simpatia del mondo in cambio di qualche sicurezza in più. La prima e più ovvia risposta al "tradimento" dell'Occidente si riassume in ciò che ha detto Kofi Annan reagendo ieri alle furiose rimostranze di Gerusalemme: che nella barriera c'è il senso di una terribile caduta "morale", di una micidiale ferita allo scudo invisibile che ha permesso e protetto l'esistenza sempre precaria dello stato ebraico almeno quanto il coraggio dei suoi cittadini, che è la certezza del suo diritto e l'altezza della sua qualità etica. La disperazione quotidiana dell'aggressione terroristica e lo scatenamento dell'ideologia della rappresaglia preventiva, sdoganata dalle dottrine della amministrazione Bush nel panico da 11 settembre, hanno forse conquistato qualche pezzo di sicurezza poliziesca in più, ma lo stanno pagando, nel caso degli Usa come d'Israele, con una emorragia crescente di prestigio morale e di autorità civile, dunque con una minaccia profonda al futuro della comunità intera. Naturalmente è sempre facile esprimere giudizi moralistici quando si vive lontani dal tritolo degli "shaid" suicidi, quando non si trema per ogni figlio che sale su un autobus o entra in una gelateria. Ma anche questa classica e fondata giustificazione sempre opposta dai governi israeliani ai propri critici, sta lentamente erodendosi, di fronte alla diffusione del terrorismo globale. Proprio perché il sentimento della propria vulnerabilità ha attraversato i confini di Israele e ha infettato anche le presunte "isole felici", l'immagine di quelle barriere di cemento e di filo spinato attorno alla nazione ebraica ha perduto, e non acquisito, valore e senso. Essendo ovvio che non è possibile circondare l'intero Occidente (o l'Oriente) con una muraglia difensiva per impedire le infiltrazioni, la scelta di alzare un muro appare come una manifestazione di impotenza e un attestato di sconfitta, e senza neppure entrare nel capitolo vergognoso del "land grab", dei territori annessi arbitrariamente dai coloni israeliani. Quella barricata diventa un monumento implicitamente fallimentare, come tutte le Grandi Muraglie che gli Imperi, dalla Britannia di Adriano alla Cina dei Qin eressero, nell' illusione di poter bloccare i barbari alle frontiere. Nella realtà, i veri muri che difendono e proteggono Israele sono il suo eccezionale tessuto civile, rispetto ai Paesi vicini, e la garanzia degli Stati Uniti. Ma questi anni di governo della destra estrema israeliana, culminati nella costruzione della barriera e nella rappresaglia degli assassini mirati, stanno erodendo le mura della roccaforte morale israeliana, proprio come la amministrazione Bush ha eroso il prestigio internazionale dell'America e l'ha resa più esposta. Anche la stolida e inarticolata protezione della Casa Bianca si sta rivelando più una camicia di forza che una corazza. La rinuncia dell'amministrazione Bush a esercitare il ruolo che altri governi americani di destra come di sinistra, svolsero, raggiungendo risultati importanti come la pace con l'Egitto, la mancanza di credibilità americana presso i governi arabi, la fissazione maniacale del clan Bush per l'Iraq visto come soluzione magica di tutti i mali del Medio Oriente, hanno ridotto gli Stati Uniti al ruolo del convitato di pietra, incapace di esercitare alcuna influenza positiva, dopo quella triste pantomima della "road map". Licenziare il disastro politico di questo voto all' Onu come una manifestazione di antisemitismo dilagante o come il prodotto delle trame di Jacques Chirac per mettere in fila l'Europa dietro le simpatie filo arabe e gli interessi di Parigi non è quindi soltanto offensivo per quei 150 paesi, è rischiosissimo per quel popolo e quella nazione che rimangono, e sempre rimarranno, i figli concepiti nel letto dei nostri orrori Europei. È un brutto giorno per la cosidetta "civiltà occidentale" quando la comunità internazionale si sente costretta a rinnegare Israele, perché accusa suo figlio di avere rinnegato sé stesso.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te