Vittorio Zucconi: Il fattore terrorismo

C'è uno strano gruppo di reporters, che in queste ore vola verso Boston, mescolato tra le migliaia di giornalisti politici e commentatori da tv e specialisti di pettegolezzi volati in Massachussetts per raccontare il "Kerry Show", la Convention del partito Democratico che oggi comincia. Sono i cronisti delle catastrofi, gli esperti di terrorismo, i giovani ed ex giovani, cresciuti e invecchiati di cent'anni nei giorni di settembre 2001, a Washington e a Manhattan. Sono stati inviati per testimoniare con la loro presenza, e si spera soltanto con la loro presenza, la verità della politica nel tempo del terrore. Per dire, involontariamente ma inconfutabilmente, che dopo tre anni di guerra al "terrorismo", dopo altri mille americani morti in aggiunta ai tremila delle Torri, cifre incalcolate di civili iracheni uccisi e 150 miliardi bruciati per sostituire Saddam, l'obbiettivo di far sentire l'America "più sicura" in casa è, visibilmente e tristemente fallito. L'ansia che ha spinto i grandi giornali e i grandi network a mobilitare prudentemente più cronisti di "nera" che politologi attorno alla Convention Democratica come non era mai accaduto nella storia dei congressi e ha suggerito a migliaia e migliaia di Bostoniani di prendersi le ferie ed evacuare la città, suggerisce il "leit motiv", la domanda centrale che Kerry ed Edwards dovrebbero porre alla nazione nelle prossime ore. Dovranno copiare una pagina dal grande libro di Ronald Reagan e adattare al presente quello che il formidabile comunicatore e seduttore di elettori ripetè incessamente nella sua campagna trionfale contro Jimmy Carter nel 1980: "State meglio oggi di quanto stavate quattro anni or sono?" chiedeva Reagan e poichè la sensazione del pubblico era negativa, Carter fu licenziato. "Vi sentite più sicuri oggi, di quanto vi sentivate quando Bush vi portò in guerra?" e poiché nessuno, qui negli Usa come in Europa, può dire di sentirsi più tranquillo ora che Saddam è in carcere, la colonna portante della strategia di Bush, "guerra uguale sicurezza" vacilla. L'opinione comune, ripetuta dagli esperti di campagne elettorali in queste ore e ripresa dallo stesso Kerry è che i due leader del partito, lui ed Edwards, debbano usare il circo televisivo della "Convention" per farsi conoscere meglio da un elettorato che ancora non si è familiarizzato con loro e per definire un programma in positivo che offra ai democratici e soprattutto ai "bushiani" indecisi un motivo per andare ai seggi fra 100 giorni, il 2 novembre. Ma se questa è la funzione istituzionale dei congressi, ora che sono stati svuotati da ogni suspense politica, il compito più delicato è divenuto, come per medici e farmaci, quello di "non nuocere", di non far male. In un tempo della politica e dello spirito nazionale, che non ha corrispettivi e riferimenti nella storia americana, neppure nelle ore della guerra mondiale, nei giorni dominati dalla ansietà e quindi dall'irrazionalità, i candidati che si propongono come alternativa al presidente in carica devono, prima di imbarcarsi in minuziosi e inutili "contratti con l'America", presentarsi come un'alternativa ragionevole, rassicurante e normalizzante alla terribile anormalità del tempo. Poichè nessuno, nè il governo Bush con le sue guerre preventive nè l'opposizione con il suo appello all'internazionalismo incarnata ora da John Kerry e John Edwards, ha la formula magica per "sconfiggere il terrorismo", tutto quello che i Democratici devono fare è insistere sulla domanda, ‟vi sentite più sicuri oggi....” e coltivare il seme del dubbio che i 18 mesi di occupazione dell'Iraq hanno già seminato. Che la strada imboccata dalla Casa Bianca e dai suoi pessimi consiglieri sia quella sbagliata. E che l'equazione centrale sulla quale Bush fu capace di "vendere le guerra" inizialmente all'opinione pubblica, "guerra in Iraq uguale più sicurezza a casa" sia una falsa equazione, concepita nelle astrazioni ideologiche dei circoli della destra radicale e sbugiardata dal campo. I sondaggi che da settimane piovono sulla corsa presidenziale e che nelle prossime settimane diverranno un uragano, dicono tutti sostanzialmente la stessa cosa, pur tra cifre e percentuali variabili. Indicano che non c'è molto che Kerry ed Edwards possano fare per vincere, per offrirsi come i promotori di "un'altra America", perchè il pubblico votante, sempre più maturo e meno infantile di quanto i piazzisti di spot credano, sa che un cambio radicale di rotta non è possibile, nè in economia, dove l'esplosione del deficit di bilancio lega le mani alla banca centrale e a ogni futuro capo del governo, nè sul fronte del terrorismo globale, che con Saddam Hussein e l'Iraq poco o nulla aveva che fare. Dunque la prossima America, da chiunque sia guidata, dovrà convivere con costi del danaro più alti, meno demagogia fiscale, più inflazione, e restare, almeno per una generazione, sul piede di guerra contro un nemico che stenta a immaginare e dunque a prevenire. La partita è perciò tutta interna all'elettorato repubblicano, posto di fronte alla "questione Bush", chiamato a decidere se l'uomo che aveva promesso più sicurezza in cambio di più guerra abbia rispettato il contratto. Le elezioni del 2004, nonostante i palloncini e i riflettori di questa convention, saranno vinte o perse da Bush e i Democratici devono mettersi in condizione di ricevere e incassare i pezzi che cadono dall'elettorato repubblicano e indipendente, disgustato dal "texano boy". A giudicare da quello che ci aspetta a Boston, dalle squadre di reporter delle catastrofi inviati alla Convention, dai chilometri di filo spinato e dalle barricate che hanno trasformato il "Fleet Center", il palazzo dello sport dove il partito democratico si è dovuto trincerare, il sentimento della vulnerabilità e dunque della insicurezza collettiva è cresciuto. Questo, che vediamo nelle spaventose file ai controlli per avvicinare la fortezza, che abbiamo visto a Madrid, che abbiamo vissuto nelle ore delle ultime elezioni italiane con migliaia di passeggeri che disertavano i treni della metropolitana, non è quel mondo che possa proclamarsi migliore, soltanto perchè Saddam è in carcere. "Vi sentite più sicuri oggi di quanto vi sentivate tre anni or sono?", sapendo che le madri che accompagnano i figli a scuola, i passeggeri degli aerei, i viaggiatori dei treni, hanno subito la guerra non per "esportare la democrazia", ma per "importare sicurezza".
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te