Vittorio Zucconi: Si chiama Kerry si legge Clinton

La sinistra americana che sente improvvisamente la possibilità, e la responsabilità, di liberare il mondo da George W. Bush, torna al passato per riprendersi il futuro. Ritrova il linguaggio, il tono e soprattutto l'uomo che per ultimo seppe mandare a casa un Bush: Bill Clinton. Dopo avere flirtato con i Michael Moore e con gli Howard Dean, amoreggiato con il piacere dell'invettiva e la terapia dell'urlo, il Partito democratico sta dimostrando d'aver imparato la lezione del 2000, quando i rancori fra Gore e Clinton e l'errore fatale d'aver rinnegato il "peccatore", li condannarono a perdere un'elezione che avevano vinto. L'accoglienza estatica che i delegati hanno tributato all'ormai candido e smagrito "Bubba" Clinton sono stati il segnale, già imposto con autorità prussiana a tutti gli oratori sul podio di "Fort Boston" che, se l'uomo non è più eleggibile, il messaggio rimane vincente. Unità, sensibilità sociale, moderazione senza stecche, sul tasto classico dello "stiamo peggio ora di quando Bush prese il potere". La Convention si chiama Kerry, ma si pronuncia Clinton. Il nuovo vecchio partito democratico ha bloccato in questo congresso "a schiuma frenata" le sirene del movimentismo e dell'esagitazione, i fan della piacevole goliardia da bumper sticker appiccicato sui paraurti per invitare, come fa uno con trasparente cambio di consonanti sconcio, a "FushBuck", "Bottiamo Fush", e presentarsi come un partito moderato, patriottico, militare ma non militarista, né falco né colomba, e soprattutto inflessibilmente compatto per restaurare l'onore dell'America, sperperato da Bush nell'inseguimento delle fantasie neo imperiali. Il film della Convention, perché come film questi spettacoli vanno guardati e letti, vuole essere la rappresentazione magari quieta e noiosa di quella unità nazionale che il presidente ha spezzato, sprecando l'occasione nazionale e internazionale dell'11 settembre. "Sembriamo il coro della filarmonica di Boston", commentava un po' sarcastico uno di quelli tenuti lontani dal palco per evitare stecche, il reverendo Jesse Jackson e ha ragione. Tutti canteranno fino a giovedì variazioni sullo stesso tema, la critica feroce alla politica del presidente Bush, ma rispettosa dell'uomo Bush, l'attacco ai disastri della sua presidenza, ma non al presidente, perché "non siamo qui per giudicare chi sia una brava persona e chi sia cattivo", intonava Bill Clinton parlando con cognizione di causa e con la soddisfazione di chi ha visto il partito democratico tornare nella casa che lui costruì e dove solo la sua leggerezza di uomo lo insidiarono. Se qualche miracolo di ingegneria costituzionale potesse permettere un terzo mandato presidenziale, oggi vietato, William Jefferson Clinton, "Bubba" per gli amici, non solo avrebbe ricevuto la candidatura per acclamazione, ma avrebbe grandi chances di rispedire un altro Bush in Texas. La tensione e l'estasi che vibravano nella caverna del palazzo fortificato di Boston quando lui è finalmente apparso, così diverse dall'imbarazzo frigido che accolsero il suo discorso al congresso democratico di Los Angeles 2000 ancora fresco di scandali, segnalavano il reciproco perdono, il ritorno di un amore che, per interesse o per passione, ha dimenticato il male e ricorda solo il bene. Guardavo soprattutto le donne guardare lui, nella caverna di "Fort Boston", le delegate e le attiviste del partito seguire l'abbraccio, casto ma coniugalmente affettuoso, di Hillary al marito e stringere riflessivamente le braccia. Avevano lo sguardo di chi assiste al lieto fine prima dei titoli di coda, al ritorno a casa di Lassie, alla riconciliazione dei genitori che mandano a letto sereni i figli. Era stato detto che Kerry aveva vinto le elezioni primarie e la nomination del partito a dispetto dei Clinton. Che la ditta Bill&Hillary gli aveva lanciato contro l'improbabile generale Clark, per perdere le presidenziali e lasciare spazio alla candidatura di lei nel 2008, che diventerebbe impossibile se il presidente fosse già del suo partito. Senza una piena e convinta investitura di Clinton a Kerry, i sospetti sarebbero cresciuti, le perenni correnti della sinistra americana si sarebbero agitate, i finanziatori avrebbe avuto un attacco di piedi freddi e la mobilitazione degli elettori, che è la sola vera speranza di vittoria, ne avrebbe sofferto. Ed è avvenuto. Dopo molte trattative segrete, fra i Clinton, i Kennedy sponsor del nuovo surrogato di Jfk, il presidente del partito McAuliffe (clintoniano) e il team Kerry, il compromesso è stato raggiunto. In cambio d'un ritorno alla linea del "clintonismo", al moderatismo progressista dei "vecchi" nuovi democratici, Clinton avrebbe abbracciato senza riserve Kerry. E avrebbe eccitato, come solo lui sa fare, il pubblico. The master, il maestro, ha così suonato da virtuoso l'orchestra e coro della Convention. In 45 minuti di discorso, ha nominato raramente il nome di Bush, come se il figlio del 41esimo presidente fosse una non entità, un ectoplasma degno neppure di insulti, ma lo ha scorticato per associazione, attraverso la sua politica. "Se voi che avete votato per Bush nel 2000 siete soddisfatti di come va l'America nel mondo e in casa, tornate pure a votarlo, prego". "Ora che sono diventato ricco, con il mio libro, ricevo assegni di rimborso alla tasse dal governo e stavo per mandare un biglietto di ringraziamento a Washington quando mi sono reso conto che quei soldi erano i vostri soldi, sottratti alle vostre scuole, alla polizia, ai benefici per i reduci che mandiamo in guerra e mi sono vergognato. Che strano, i repubblicani che erano tanto cattivelli con me quando ero presidente, ora che sono un ricco pensionato mi coprono di soldi". Orgasmi e ovazioni in sala. Perché non ci fossero dubbi sul suo endorsement, sull'investitura a Kerry, ha di nuovo usato se stesso, la propria vita, nell'infallibile e disarmante espediente retorico dell'autodeprecazione, per svergognare Bush, sempre senza nominarlo. "Negli anni del Vietnam, quando tanti di noi cercavano in ogni modo di non farsi mandare a combattere e anche io, sì, anche io, feci di tutto per non andare, Kerry, figlio del privilegio che avrebbe potuto tirarsi fuori, si alzò e disse all'America: send me, mandate me". E quelle due parole scandite, "send me", mandate me, quasi un'eco del dantesco "io mi sobbarco", sono diventate il salmo responsoriale ripetuto in coro dai fedeli gaudiosi. Forse non basteranno neppure il salmo clintoniano, lo show di perfetta unità, il sacrificio della disciplinatissima Hillary che ha accettato di fare da spalla, e non da protagonista, per il marito e per il candidato nel segno del "primo vincere", poi si faranno i conti, a trasformare Kerry in quello che non è, in un trascinatore. Paragonare Kerry a Clinton, è paragonare un grande entertainer a un quaresimalista, e sarà difficilissimo per lui raggiungere quello zenit d'estasi al quale "Bubba" ha portato l'assemblea. Ma proprio questa è la notizia che viene dal congresso d'un partito che si sente pronto a raccogliere i cocci di Bush. I democratici non propongono al paese un altro messia, ma un uomo normale. Il ritorno alla dolcezza noiosa del grigiore, per una nazione sempre più stanca di pseudoeroi e di crociate sulla pelle dei suoi figli.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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