Umberto Galimberti: L'angoscia del '900

Dal museo di Oslo dove era esposto, hanno rubato Il grido di Munch (1863-1944), l'opera più famosa del pittore norvegese che, con la preveggenza di cui godono i folli, di cui qualche dio agita la mente, aveva anticipato in quel grido tutta l'angoscia del Novecento, un secolo che ha raggiunto una distruttività che, nelle sue proporzioni, nessun altro secolo ha mai conosciuto. Dipinto nel 1893 in quattro versioni, di cui la più nota è quella rubata, Il grido di Munch non è solo profetico del terrore del secolo scorso, quando Dio era già scomparso dalla scena come annunciato da Nietzsche, ma riprende l'atto di nascita della comunità umana, che non sorge intorno al fuoco, divenuto poi focolare domestico come piace all'immaginazione psicoanalitica, ma intorno al grido che aduna gli uomini, atterriti da tutto ciò che è imprevedibile. Grido di dolore, grido di terrore, grido di morte. Questo gli uomini sentono e sanno dal primo giorno della loro consapevolezza, e questo è anche ciò che temono in tutte le sterminate varianti che può assumere ciò che inquieta. Un tempo, inquietante era la natura con tutto il suo corredo di imprevedibilità. E per difendersi dalla natura gli uomini hanno costruito la città difesa da spesse mura. Ma nella città, più inquietante della natura, dice Sofocle, apparve l'uomo, la cui violenza non si lasciava placare neppure dalla preghiera. E allora l'uomo prese a scavare se stesso e a scoprire che la distruttività lo abitava nel profondo, come mala radice inestirpabile. I frequentatori della follia come Munch e, prima di lui e dopo di lui come Holderlin, come Van Gogh, come Nietzsche, come Rilke, come Strindberg, urlarono la disperazione della condizione umana, in quella modalità tragica che non sempre riesce ad articolarsi in lirica e poesia. E allora ritorna a quell'inarticolato che è il grido, che sta all'inizio della vita dell'uomo sulla terra, come presagio della sua irrimediabile condizione. Quando la quiete sembra rasserenare l'orizzonte, il grido si fa canto. Canto ritmato, ritmo di gioia e di sfrenata esultanza, ritmo di lamento per inconsolabili perdite, non lenite da cieche speranze. Ed è in questa incerta quiete, cadenzata dalla gioia e dal dolore, che l'uomo riesce a fare storia e opere di civiltà. Ma quando l'incerta quiete improvvisamente si incrina e i fantasmi del terrore fuori di noi e dentro di noi prendono ad agitarsi e a reclamare il loro diritto alla vita e all'espressione, allora il canto si strozza, sia il canto della gioia sia il canto del lamento. E quel che resta al vocalizzo umano non è più la parola, ma il grido inarticolato che, con la sua disperazione, fende l'atmosfera trasognata degli inganni e delle illusioni necessarie per vivere. Nel grido c'è l'attimo della verità che non si lascia più ingannare, che contorce l'espressione del viso nello strazio, che immobilizza il senso dell'esistenza nel suo punto tragico, che copre col suo suono tutte le armonie e le spezza. I musicisti conoscono e sanno rendere questa improvvisa cadenza che disarticola un'armonia per l'irruzione improvvisa dell'inquietante. I pittori l'hanno fiancheggiata e dipinta in narrazione. Solo Munch l'ha ritratta nell'attimo perforante del grido, dove l'angoscia dell'esistenza dice di sé senza ricami, senza storie, senza narrazioni. Disarticolazione di tutti i canti e di tutti i ritmi. La storia crolla nell'insignificanza, dove ogni senso si inabissa, perché nella sua trama irrompe quell'attimo di verità che grida l'insensatezza dell'esistere. Perché rubare un quadro del genere e privatizzare il grido della condizione umana? Un quadro del genere non si può vendere a causa della sua notorietà, ma non si può neanche appendere in casa perché non è contemplabile. L'angoscia, infatti, non ha oggetto, e non c'è sguardo che possa soffermarsi in quella condizione estatica che ci prende di fronte a un'opera d'arte. Forse Il grido di Munch non è neanche un'opera d'arte, perché non possiamo chiamare così il contatto con la disperazione della vita. Ma se Il grido di Munch era appeso a una cordicella, in una stanza senza metal detector, vicino all'uscita, per cui sono bastati quaranta secondi per portarlo via, allora c'è solo da sperare che l'incuria con cui era custodito il quadro, non sia la stessa incuria che riserviamo agli aspetti più drammatici, più densi, più tragici, più inesprimibili della nostra esistenza. Perché se così fosse, davvero la nostra condizione sarebbe deprecabile, e il baccano che insceniamo sulla vita per assordare il dolore sarebbe più tragico del grido di Munch.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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