Vittorio Zucconi: Le cifre nere della guerra

Nella "guerra sbagliata, condotta nel luogo sbagliato e nel tempo sbagliato", come Kerry l'indeciso s'è deciso a dire, 13 soldati muoiono nelle ultime 24 ore, toccando il segno simbolico dei mille militari Usa uccisi. Settemila sono i feriti dall'inizio dell'invasione, con il picco massimo registrato nel mese d'agosto, mentre secondo la Reuters, i caduti iracheni, fra ribelli, civili, donne, bambini, neonati e militari, superano il numero di 17mila. Nel "mondo più sicuro" grazie al rovesciamento di Saddam, secondo la formula di Bush, si contano quasi 20mila morti solo in Iraq e ancora s'ammucchiano i cadaveri a Beslan, bare che s'aggiungono alle bare d'una piramide sempre più alta costruita sulle rovine di Ground Zero, in quel giorno 11 settembre del quale è prossimo il terzo anniversario. Il 2004, arrivato al 9° mese del suo calendario, sarà l'anno più sanguinoso nella storia del terrorismo e mai, nella vita di noi che c'imbarchiamo su un aereo, che saliamo su un metrò a New York o a Milano, che accompagniamo una figlia a scuola, ci è parso di vivere in un mondo "meno sicuro". Il disconnect, lo scollamento fra la realtà e gli slogan è ormai divenuto così evidente, da avere scosso, forse tardivamente, anche Kerry dal torpore e averlo indotto a dire quello che solo il timore di apparire ragionevoli di fronte alla bestialità dei nemici, ci aveva impedito di dire. Che le teorie neoconservatrici sulla "guerra preventiva" erano solo la versione riveduta e attualizzata delle fandonie sulla "guerre per finire tutte le guerre" e non esiste una soluzione militare classica, con reggimenti, tank, bombardieri contro un nemico che considera ogni luogo, scuole, aerei, grattacieli, metropolitane, night club, alberghi, teatri come legittimi campi di battaglia. Ora Kerry si sta riscoprendo "di sinistra" come accade a tutti i candidati democratici quando sentono il fiato della sconfitta. Ma se il "nuovo" Kerry piacerà agli elettori di base delusi dall'ambiguità molto democristiana della sua convention, non fa certo progredire la indispensabile e vitale discussione americana su come condurre la guerra, alla quale noi europei, come sempre, ci adegueremo. Perché l'opposizione americana alla cabala neoconservatrice ormai screditata (anche nella stessa Casa Bianca, si dice, che getterà a mare tutta la banda nel secondo mandato) meriti davvero l'entusiasmo e il "tifo" dell'Europa, Kerry e i suoi strateghi dovrebbero ora spiegarci quali siano il luogo, il tempo e il modo giusti per condurre una guerra nella quale siamo stati risucchiati. Il semplicismo texano della soluzione Bush, sperimentato in Iraq, ha almeno un pregio visibile ed è quello che riporterà Bush alla Casa Bianca, se ce lo riporterà. Soddisfa il bisogno istintivo, naturale, umano di noi tutti, e in particolare del popolo americano che per sua natura predilige sempre l'azione alla riflessione, di fare qualcosa. Calma temporaneamente quella voglia inconfessabile che noi tutti proviamo davanti alle cataste di bambini morti affastellate dopo gli attentati, di mettere le mani al collo e di strangolare chi ha osato violare anche il patto più elementare di ogni specie, la protezione e il rispetto per i propri cuccioli. Scatenare un inferno contro Saddam e i suoi gerarchi, mandare il 7° cavalleria a galoppare in casa loro, in una dittatura araba, non poteva essere, e non lo è stata, una soluzione. è stato un tremendo palliativo, per calmare quella che Bob Woodward, nel suo esemplare libro sulla preparazione all'assalto, ha chiamato La febbre di guerra che aveva afferrato Cheney il vicepresidente, e contagiato anche Bush. Gran parte dell'Europa, e una metà d'americani, concordano con Kerry quando egli dice che la "W" nel nome di George Walker Bush, sta per Wrong, sbagliato, e il bilancio dentro come fuori dall'Iraq, in questi primi 18 mesi di cosiddetta "guerra terrore" dimostrano che ha ragione. Ma la grande debolezza dell'opposizione americana, come di quella europea, alla Bush War o alle tattiche protosovietiche di Putin in Cecenia, non sta nel cambiare idea, sta nel non averne. Rispondere all'impulso di ribellione e di reazione che esplode nel pubblico davanti a immagini come quelle di Baslan che occorre condurre una guerra al terrorismo "più sensibile", come fece Kerry, significa soltanto regalare voti e plauso a chi invece, dai pulpiti della politica o dei media, invoca crociate e sangue per lavare sangue, brutalità per opporsi alla brutalità. La rinuncia alla mediazione della politica, dunque della razionalità, che il terrorismo sta ottenendo nella sua massima vittoria e che Bush finora gli ha concesso, garantisce che il tassametro dei morti continui a correre e la pira funeraria accesa l'11 settembre di tre anni or sono continui ad ardere. Ma se la fiacca risposta di Kerry e dei democratici alla violenza verbale e militare della destra e di Bush prefigura la risposta che un presidente Kerry darebbe alle future e certe offensive del terrore, si capisce perché poi, nell'America confusa e angosciata come lo siamo noi, si tenda a preferire purtroppo una risposta "sbagliata" a nessuna risposta.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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