Vittorio Zucconi: Il leone di Hollywood va a Tokyo

Il mio nome è Ihara, Katsumi Ihara, disse l'agente mostrando il biglietto da visita con le sue credenziali: "Cfo", Chief Financial Officer, tesoriere capo della Sony Corporation. E quando l'uomo venuto da Oriente alla California con licenza di spendere si è presentato alla Metro Goldwyn Mayer, l'ultima casa di Bond, James Bond, a Culver City in California, il finale del nuovo blockbuster finanziario hollywoodiano è divenuto scontato come i finali dei film di 007. Con cinque miliardi di dollari nella fondina e alle spalle quella Sony che sta mettendo le mani nella cassaforti del cinema americano, il grande studio che un immigrato ebreo bielorusso arricchito dal commercio di rottami di ferro, Eliezer "Louie" Mayer aveva creato nel 1917, è caduto in braccio ai Giapponesi con lo stesso sospiro con la quale stelle e stelline cadevano nel letto della spia immaginaria. Dopo la Columbia Pictures, anche la MGM è diventata giapponese. E con essa Tom e Jerry, la Pantera Rosa, il "francamente, mia cara, me ne infischio" di Via col vento, le scarpette rosse di Judy Garland nel Mago di Oz, 007, il languore di Greta Garbo, la pioggia di Gene Kelly, il sorriso di Spencer Tracy e di Kathy Hepburn, l'ululato di Tarzan, l'Odissea di Kubrick, i grugniti di Stallone, il sogghigno ingordo di Hannibal the Cannibal, dunque tutta l'arca delle immagini popolari che hanno fatto il culto dell'America, sono adesso nel portafoglio della Sony. L'agente venuto da Est ha avuto facilmente ragione del solo avversario, la Time-Warner che, dopo essere stata assorbita da una delle vacue bolle di Internet, America on Line, prima che scoppiasse, non aveva le munizioni per competere con la Sony fino all'ultimo yen. E poiché a Hollywood, fino dai tempi dei pionieri come Mayer, come Thalberg, come Zanuck e come gli altri immigrati ebrei dall'est Europa che inventarono il sogno americano, "money talks and bullshit walks", il danaro parla e le chiacchiere pedalano, il danaro ha naturalmente vinto. Il razziatore di società Kerk Kerkorian, che dal 1969 si compera e rivende la Mgm incassando profitti per poi riprendersela a prezzi di saldo quando boccheggia, ha accettato l'offerta del consorzio giapponese guidato dalla Sony, per un valore di 4,9 miliardi di dollari, 300 milioni più di quanto la ex Warner Brothers, divenuta Time-Warner, potesse permettersi. E con la cattura di "Leo", il leone che Mayer e il socio Loew scelsero come simbolo della loro società di produzione, i giapponesi hanno aggiunto i 4.500 titoli della Mgm ai 4.000 che già controllano dopo l'acquisto della Columbia Pictures. Ora tengono nelle loro mani, secondo i calcoli di ‟Business Week”, il 40% della produzione cinematografica dalle origini a oggi. Ma il finale della "Mgm story" non è mai stato davvero scritto e il copione continua, da ormai quasi un secolo, a essere riscritto, come quei kolossal che gli autori continuamente rivedono e che non vengono mai prodotti. Nella sua lunga, stupenda e tormentatissima vita, il "Leo" che da oggi ruggisce in giapponese, ha ruggito in yiddish, come i suoi creatori, in tedesco, come l'austriaco Marcus Loew, in armeno, come Kerkorian, nell'inglese dei sette australiani "Seven Partners" che hanno finanziato Kerkorian, nell'accento sudista di Ted Turner, che brevemente la controllò. Ha miagolato persino in incerto italiano, la lingua del mitico "cameriere di Orvieto", Giancarlo Parretti, che nel 1990 tentò di mettere il guinzaglio al leone prima di mandare in rovina, dopo neppure due anni, la banca Credit Lyonnais che l'aveva imprudentemente finanziato. Tra passaggi continui di mano e la colossale "Vegas Connection" che produsse il più grande albergo dello strip, lo Mgm Grand con 5005 stanze, il leone ha raccolto nel suo cammino le pulci di vari e mai provati sospetti che anche lui, come tanta parte di Hollywood, fosse divenuto uno dei grandi motori di riciclaggio per le fortune criminali di Cosa Nostra, attraverso il fiume di contanti puliti che escono dai botteghini del cinema. Ma se la Mgm non è stata certamente la sola a impolverarsi di sospetti né a produrre un secolo di "blockbuster", di grandi successi, nella sua storia ci sono tutti i volti, le parole, le sequenze che hanno illuminato gli occhi dei consumatori del sogno, nelle arene estive delle vacanze italiane in canottiera come nei nuovi "multiplex" con suono Dolby Surround e poltrone ergonomiche. Più di altri capi delle majors, dei grandi studios, Mayer, che finì la propria vita cacciato via dal consiglio di amministrazione negli anni 50 perché consumava più tempo e soldi all'ippodromo losangeleno di Santa Ana che negli uffici di Culver City, credeva fermamente nel sistema delle stelle, lo star system e nel successo dei magnifici e colossali polpettoni. Fu fatta così la fortuna del duo Hepburn-Tracy con le "sophisticated comedy" anni 40 e 50, di Sidney Poitier nelle notti arroventate del razzismo sudista, del Clark Gable davanti alle fiamme di Atlanta e di Judy Garland con il cagnetto Toto sulla lunga strada gialla per svelare il mistero dell'omuncolo di Oz. La Mgm inventò Rocky, l'italiano di Philadelphia nella metafora ovvia dell'emigrato capace di incassare tutti gli uppercut che l'America sa sferrare agli ultimi arrivati senza mai cadere al tappeto. Lanciò il duo di Hanna&Barbera, per contrastare l'impero del topo disneyano. Inventò Greta Garbo e Joan Crawford. Mise sotto contratto Fred Astaire, affiancandolo a Ginger Rogers per "dare sesso a Fred" e Frank "Old Blue Eyes" Sinatra. Quando Mayer, che aveva investito nella produzione le fortune fatte nei rottami di ferro e poi moltiplicate dalle sue sale cinematografiche, le famose "penny arcades" dove per dieci cents passavano due film, fu cacciato via, morendo nel 1962, la cultura del kolossal sopravvisse a lui. La Mgm puntò tutto sui pettorali mistici di Charlton Heston nel Ben Hur, vincendo la scommessa, ma alla fine degli anni 60 il regno dei grandi studios era ormai al tramonto. Fu nel 1969 che l'armeno di Las Vegas, Kerkorian, acquistò per la prima di molte volte "Leo", tosandogli selvaggiamente la criniera e riducendo i costi, per poterlo poi rivendere meglio. Molti altri grandi film sarebbero venuti dalla Mgm, la costosissima Odissea di Staney Kubrick, il lacrimoso Ryan's song, le ultime serie di James Bond, il meraviglioso Ragazzi irresistibili di Neil Simon con Walter Matthau, il musical Victor Victoria, l'acre Thelma e Louise, l'intelligente Network, il delizioso Un pesce di nome Wanda, insieme con alcune fierissime schifezze. Non è mai stata la creatività a mancare, pur se il cuore e il cervello della dream machine, della macchina dei sogni americana erano passati a nuove generazioni di creatori, agli Spielberg, ai Lucas, ai Coppola. Erano i soldi, sempre i soldi, il cappio che strangolava il leone e che ha costretto la Mgm a passare di mano sette volte (sempre con fermata da Kerkorian per scremare utili finanziari) in quarant'anni, prima di alzare l'ancora e di salpare, forse definitivamente, oltre un oceano, verso il Giappone. Più grande, ma pur sempre un oceano, come quello che Mayer, Thalberg, Goldwyn, Loew, Warner avevano attraversato 100 anni or sono, sfuggendo ai ghetti, per andare a inventare l' America.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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