Vittorio Zucconi: Indiani, gli invisibili d'America

La notizia della legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti impiegò settimane per raggiungere Henry delle Canoe, l'ultimo mastro d'ascia irochese, nel suo villaggio sulla costa del Maine, non lontano da dove decenni più tardi una famiglia chiamata Bush avrebbe comperato casa al mare, a Kennebunk. Henry era analfabeta, ma si fece leggere i passaggi importanti dall'apprendista bianco al quale tentava di insegnare l'arte antica di costruire canoe. Il ragazzo gli spiegò paziente che quella legge era una meravigliosa conquista, per lui e per tutti gli Indiani d'America. "Dal 2 giugno di questo anno 1924 - disse emozionato al maestro - tutti voi Indiani, che siete nati qui, sul territorio oggi degli Stati Uniti, siete diventati automaticamente cittadini, lo capisci Henry? Cittadini!". "Cittadini di che cosa?", domandò l'Irochese. "Ma cittadini degli Stati Uniti d'America" replicò il ragazzo senza capire. "Ah - fece l'altro - e perché dovrei cambiare cittadinanza? Io sono già un cittadino, amico mio, sono cittadino della grande nazione Indiana". Sono passati ottant'anni esatti, da quella estate del 1924 quando il Congresso e il Presidente Calvin Coolidge produssero ‟The Indian Citizenship Act”, appunto la legge che rendeva automaticamente, per lo ius loci, per diritto acquisito nascendo sul luogo, anche "il popolo invisibile", anche i non molti superstiti del milione di nativi che abitavano il Nord America al momento dello sbarco dei puritani dal Mayflower, "americani", proprio loro che in America abitavano da 10 mila anni. Erano già diventati americani i sei milioni di Italiani e poi Irlandesi e Scandinavi, Cinesi e Messicani, Tedeschi e Russi. Cittadini, sia pure segregati, erano anche gli Africani, gli schiavi emancipati da Lincoln nel 1864, ben sessant'anni prima degli Indiani. Ma nella più crudele, e bizzarra delle ironie storiche inflitte agli Indiani furono loro, i più antichi abitatori e colonizzatori del Nord America, arrivati sul territorio almeno dieci millenni prima di Colombo, degli Spagnoli e dei Puritani inglesi, gli ultimi a potersi chiamare American Citizens. E gli ultimi ad avere, proprio in questa fine estate 2004, un loro museo, dunque una loro cittadinanza tra i monumenti della storia, nel centro di Washington, tra i memoriali delle guerre e dei padri della patria, il National Museum of the American Indian, che aprirà martedì prossimo sulla spianata del Mall, accanto al museo dell'Olocausto ebraico, al sacrario del Vietnam, della Corea, della Seconda Guerra Mondiale, ai luoghi che celebrava una storia miope, fino a oggi senza di loro. Maledetti i primi, perché saranno gli ultimi. Si disse nel 1924 che la benevola concessione della cittadinanza - ma senza diritto di voto per altri vent'anni, tanto per un'ultima angheria - era il segno di riconoscenza della nazione Americana per il loro contributo alla Grande Guerra. Gli Indiani, soprattutto Chippewa, Cherokee e gli Irochesi che avevano dichiarato guerra alla Germania del Kaiser Guglielmo separatamente, avevano già combattuto al fianco dei loro sterminatori in giacca blu senza che nessuno li ringraziasse nelle guerre contro il Messico, nella Guerra di Secessione con i famosi "reggimenti dei soldati bisonti" e nella guerra coloniale contro la Spagna. Ma la Prima Guerra Mondiale aveva visto la partecipazione di massa, i 17 mila Indiani volontari andati a morire nel pantano delle Fiandre e delle Argonne. Uno slancio subito segnato da cattivi presagi, quando il primo trasporto che traghettava il 132esimo reggimento indiano verso Bordeaux, la motonave Tuscania, fu silurato. Ma la vera motivazione di questo atto del Congresso era assai meno nobile. L'intenzione era trasformare gli ultimi "estranei" in casa, gli Indiani delle riserve, in cittadini per assimilarli definitivamente e far cadere automaticamente la validità di tutti i trattati, le concessione, i pur magri privilegi territoriali concessi e rimasti dopo lo sterminio delle guerre indiane alla fine del XIX secolo. Ai neo cittadini, come gesto di apparente generosità, Washington concesse il diritto di acquistare a prezzi di favore 1600 acri di terreno per famiglia, perché divenissero agricoltori e allevatori. Ma quando migliaia di Indiani, che non avevano alcuna intenzione di trasformarsi dalla sera alla mattina in pastori o in contadini non esercitarono l'opzione, quei terreni tornarono disponibili e furono sparecchiati dai bianchi. La legge di ottant'anni or sono non poteva dunque essere un finale più esemplare alla tragedia che macchia come un peccato originale l'anima della civilizzazione americana, ancor più indelebile della peculiar institution, dello schiavismo che l'America stessa seppe lavarsi di dosso con il sangue di almeno 250 mila morti. Al momento del passaggio del Citizens Act due terzi degli abitanti di sangue indiano erano già cittadini americani, ma per scelta, cioè attraverso matrimoni, in grandissima maggioranza di donne indiane sposate da coloni e cowboys perennemente a corto di donne bianche, in quella loro vita di frontiera. Ma le reazioni ostili, spesso sprezzanti, degli altri che subirono la cittadinanza indispettirono senatori e deputati. Il promotore della legge, il senatore Dewes, tuonò contro questi "selvaggi" che rifiutavano la generosità dei conquistatori e non volevano capire che "un uomo può dirsi civilizzato quando possiede un podere, una vacca e una donna" (nell'ordine) e "impara ad apprezzare il whiskey", attività, quest'ultima, che purtroppo gli Indiani imparavano invece ad apprezzare fin troppo. Si dovette arrivare alla Seconda Guerra Mondiale, a un nuovo e ancora più massiccio sacrificio volontario di guerrieri arruolati di leva (un'altra fregatura implicita nella cittadinanza) e spesso utilizzati come code talker, come radiotelefonisti per trasmettere ordini in lingua Navajo, che i Giapponesi non riuscirono mai a decrittare non esistendo, nell'Impero di Hiro Hito, un solo giapponese in grado di parlare il Navajo. La ragione per la quale ogni radiotelegrafista indiano aveva accanto a sé un Marine con l'ordine tassativo di ucciderlo, pur di impedire all'Esercito Imperiale di catturarlo. Di fatto, soltanto alla metà del XX secolo, lo scorso, il sentiero delle bugie e delle generosità pelose e interessate dell'uomo bianco sboccò finalmente nella pienezza dei diritti civili e di voto. Oggi, la favola moderna racconta dei luccicanti casinò che spuntano negli stati dove il gioco d'azzardo è proibito, approfittando di vecchi privilegi territoriali ripescati dai trattati, che gruppi e tribù locali riesumano. Molti fanno soldi, come il colossale Foxwood Casino raggiungibile da New York, anche se un analista malizioso alza le sopracciglia osservando come, nei consigli di amministrazione dei casinò indiani, accanto ai Lupo Grigio, Piccolo Tuono, Alce in Piedi, Falco Rosso, compaiono incongrui cognomi italiani che sembrano pescati da elenchi telefonici di Napoli o Palermo, come "consulenti tecnici". Lo scetticismo intriso di sarcasmo e di orgoglio dell'Irochese della Canoe non era infondato, era semplicemente antistorico, l'ennesima freccia contro il vento lanciata da un popolo travolto da forze troppo grandi. O, come cantò con saggia malinconia Serpente Macchiato, anziano della nazione Creek, un altro che dovette subire la cittadinanza americana senza volerla, ingannato "dalle parole di un Piccolo Uomo che arrivò stanco e spaventato nelle nostre terre, al quale noi donammo un fuoco caldo e un po' di cibo e poi divenne il Grande Uomo Bianco che ci ha portato via il caldo e il cibo". In cambio di un museo e di una legge.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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