Michele Serra: Io, mio padre e Tex un'avventura senza frontiere

"Secondo me uno, da solo, non può ammazzare venti persone. Non è possibile. Sarà anche l'eroe perfetto, avrà anche ragione e i suoi nemici torto. Ma uno contro venti, insomma, non è verosimile". Sergio Bonelli è seduto nel cuore del suo piccolo impero del fumetto, un grande appartamento milanese vicino alla Fiera, zeppo di libri, albi illustrati, giornali, quadri, carte, juke-box. Dice che è stufo di raccontare sempre la stessa storia, che è quella di Tex, ma è soprattutto la storia di un padre e di un figlio. Però la racconta (e la racconta benissimo, acuto, spiritoso e malinconico), anche perché di storie così non ce ne sono molte, nella vita come nella fiction. Nella mente e nelle pagine scritte da suo padre, Gianluigi Bonelli (1908-2001), Tex di persone poteva ammazzarne quante ne voleva - altro che venti. Il suo valore, il suo spirito di giustizia, la sua prestanza fisica bastavano da soli a giustificare ogni impresa. Era il giustiziere intemerato, il pistolero invincibile, il suo mondo di riferimento era romantico e primitivo, era quello (idealizzato) di Tom Mix, degli eroi giusti e virili di Jack London, dell'epopea della Frontiera. Il mondo di John Wayne e dei primi western, quelli che andavano diritti alla vittoria dei giusti e alla disfatta dei cattivi. "Mio padre - racconta Sergio - era una persona con una marcia in più. Molto bello, atletico, sanguigno, già prima della guerra nuotava il crawl come Johnny Weissmuller, traduceva Jack London, adorava Dumas, era in continuo movimento, fisico ed esistenziale. Per lui l'avventura, nei libri, al cinema, nei fumetti, era l'espressione della forza e della bellezza. Avrebbe potuto fare l'attore, piaceva alle donne, ma era un milanese pulito e ingenuo, non riuscì mai a legare con il mondo romano. Aveva dentro, fortissimo, invincibile, il suo universo narrativo e morale. Quando lo portai in Arizona, lui già vecchio, a vedere i luoghi nei quali aveva ambientato tante avventure di Tex, diede un'occhiata distratta e mi disse di sapere già a memoria com'erano fatti quei posti. Mi fece rabbia. Ma era fatto così". Crescere confrontandosi con un padre così, per giunta separato e risposato, non deve essere stato semplice. Ma una madre coraggiosa e pratica ("bravissima a fare i conti") che, infischiandosene del rancore, diventa editore dell'ex marito, e il clima febbrile e ottimista del dopoguerra, non lasciano al giovane Sergio lo spazio per le diffidenze o i rimpianti. "La mia è stata probabilmente il primo esempio riuscito di famiglia allargata. Io lavoravo con mia madre in casa editrice, mio padre era spessissimo con noi, sono cresciuto frequentando la sua seconda moglie e loro figlio. Il confronto era continuo, il rapporto molto stretto, ma a me faceva soggezione quell'uomo così determinato e fertile, che sfornava le storie di Tex (e quelle di tanti altri personaggi) senza correggere una riga, e costringeva Galep a disegnare come un treno, anche di notte, per stargli dietro. Andavo in Lambretta a Chiavari a ritirare i disegni di Galep, e mai e poi mai avrei pensato, un giorno, di prendere il posto di mio padre e scrivere io le avventure di Tex… La prima volta che ci provai era il '58, Tex era già un successo notevole, scrissi Il ragazzo del West ma mi mancava il finale. Lo portai da Bonelli, quasi piangevo per l'emozione e la fifa, sono un insicuro, vivo di dubbi. Chiesi a mia padre di finirlo lui, non mi sentivo alla sua altezza. Lo fece. Diceva che io sarei stato perfetto per sceneggiare Paperino, che non capivo l'avventura, la determinazione assoluta dell'eroe, che esitavo, mi perdevo per strada. Avevo una tale soggezione di lui, e del suo talento, che la prima storia di Tex scritta interamente da me, e firmata con uno pseudonimo, uscì quasi vent'anni dopo, nel '76. Mio padre mi cambiava i dialoghi, non approvava il carattere più riflessivo, quasi crepuscolare del mio Tex. Nelle mie storie c'era quasi sempre un partner comico. Lui lo eliminava, quasi ci soffriva, spiegava che il comico, con l'avventura, non c'entra nulla. Nel frattempo avevo acquistato fiducia in me stesso soprattutto grazie a Zagor, personaggio che avevo inventato e che vendeva moltissimo. Non come Tex, perché Tex è ineguagliabile, ma comunque abbastanza da farmi sentire un autore anche io. Il passaggio di consegne è avvenuto lentamente, negli anni, parallelamente al declino fisico di mio padre". Il Tex del figlio e il Tex del padre riflettevano, e molto, non solo il transito di generazione, ma anche il passaggio d'epoca. Il western aveva perso la sua sicurezza (e forse sicumera) morale, la psicologia dei caratteri si faceva più complicata, ragioni e torti meno lampanti. Bonelli padre era un salgariano, aitante e manesco (artisticamente parlando), Bonelli figlio è un italiano moderno, colto e spiritoso, gentile e preoccupato per la crisi del settore. "Non per me, sa, io dalla vita ho avuto cose che neanche mi sognavo, ancora oggi non mi pare vero di avere soldi e facoltà di spenderli come mi pare. è per la gente che lavora qui, quaranta dipendenti, più di duecento tra disegnatori e sceneggiatori, che mi preoccupo. Sa, il problema è che il fumetto sembra una robetta popolare, ma invece è una cosa complicata, importante, non facile da leggere se non lo si fa con applicazione e passione. I ragazzini di oggi hanno la playstation, tanti altri svaghi diretti, facili, digeribili. Una pagina di fumetto ha una struttura piuttosto raffinata, bisogna avere voglia di capirla, mettere in relazione parole e disegni, trama e azione". E Tex? "E Tex sta benone, nonostante i numeri non siano più quelli, strabilianti, di qualche anno fa. Da anni le storie le scrive Nizzi, molto bravo, molto serio, uno che ha studiato a fondo fisico e spirito del Tex di Bonelli (Sergio chiama il padre Bonelli, ndr). Mi dà ancora grandi soddisfazioni, Tex, ma dico a tutti, in casa editrice, di dimenticarlo, perché non può essere di esempio un fumetto così perfetto e così fortunato. Le rese sono ancora minime, e per me è importante, sa. Io quando vedo le cataste dei resi, montagne di carta, penso allo spreco, a tutti quegli alberi fatti fuori. Sono fatto così, certe cose mi immalinconiscono". Chissà Bonelli padre, le cataste dei resi, come le avrebbe affrontate. Forse fatte fuori a cazzotti, abbattute a pistolettate, fatte sparire dalla faccia della terra, come faceva (e fa) Tex con i cattivi.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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