Vittorio Zucconi: Il soldato di Bush

Il buon soldato Powell, il vecchio generale in abito da diplomatico che da quattro anni deve proteggere il volto buonista e internazionalista dell'amministrazione Bush, questa volta sembra ribellarsi. Come il bambino della favola, si alza e smentisce la vanità del proprio sovrano dicendo semplicemente quello che tutti vediamo, che "l'insurrezione in Iraq si sta estendendo e si sta aggravando". Dunque sarà impossibile tenere elezioni nazionali in gennaio e si dovrà limitarle ai luoghi pacificati, come ha sostenuto il leader dell'ala cattivista e suo nemico naturale, il ministro della difesa Rumsfeld? "È prematuro dirlo", risponde seccato. Che succede? Powell insubordinato? È cominciata la resa dei conti tra le anime diverse di questo gruppo dirigente americano, proprio a poche settimane dalle elezioni? In apparenza, sì, e la franca ammissione di colui che fu capo di stato maggiore con Bush il Vecchio, fermamente sconsigliandogli di marciare su Bagdad nel 1991, colui che avvertì Bush il Giovane - "attento, l'Iraq è come un negozio di cristalleria, se lo rompi lo compri" - sembra proprio una smentita secca e diretta allo show elettorale del duo Bush-Allawi per vantare la sicura marcia verso la pacificazione e la democrazia. Powell, che le guerriglie conosce bene per averle combattute di persona in Vietnam, dice in sostanza l'esatto opposto. Se dopo venti mesi di occupazione, mille soldati morti, settemila feriti e quasi 200 miliardi di dollari spesi per pacificare quel Paese, la guerriglia si radica e si espande, questo significa che è la guerriglia, e non gli Americani, a vincere. La coalizione del Male si rafforza. La coalizione dei volontari, tra i quali anche Toni Blair che comincia ad avere dubbi sulla vittoria finale, vacilla. Ma se proclamare l'ovvio e l'evidente, appunto come nella fiaba dei vestiti dell'imperatore, non dovrebbe fare notizia, la novità e lo scandalo nelle parole di Powell stanno nel fatto che abbia scelto questo momento, a pochi giorni da quel dibattito diretto Kerry-Bush che il giorno 30 settembre sigillerà il destino elettorale della Casa Bianca. Colin Powell non è un focoso politicamente ingordo di comparsate televisive. Non ha fatto carriera dalla sua condizione di figlio di jamaicani immigrati e poi cadetto nei corsi allievi ufficiali per civili, dunque non a West Point, parlando avventatamente o impulsivamente. La sua abilità di grande navigatore di scrivanie e di stratega delle battaglie burocratiche è leggendaria al Pentagono. Se ha alzato il dito per avvertire che l'America sta perdendo la guerra, ci devono essere ragioni serie e profonde, sotto l'apparente pronunciamento del generale pensionato. E infatti ci sono, e riflettono insieme l'onestà intellettuale dell'uomo Powell e la fedeltà istituzionale del generale segretario di Stato. La prima ragione è l'imperativo, morale prima che politico, di ammettere almeno un pezzo di verità, per togliere all'avversario di Bush il monopolio della realtà. La formula del "tutto va meglio" funziona ormai soltanto con i convertiti, con coloro che accettano qualunque cosa egli dica come un atto di fede. Ma ci sono milioni di elettori moderati, centristi, ancora incerti, che sarebbero predisposti a votare per Bush, ma non vogliono essere trattati come utili idioti. Il buon soldato Powell si rivolge a loro, copre, come ha fatto in politica estera, il suo comandante sul fianco dell'elettorato filo-repubblicano moderato, disposto a seguire ancora il Presidente ma non a essere preso in giro. Una seconda ragione è nelle verità ormai troppo eloquenti, troppo tragiche perché le si possa dipingere di rosa senza rischiare uno schianto nel sostegno pubblico se, o quando, qualcuno rifarà quello che Walter Cronkite fece nel 1968 e annuncerà che questa guerra non può essere vinta con le cannonate e i panzer. Nel dossier che i servizi di intelligence e il Pentagono preparano per lui ogni giorno e che lui legge, a differenza di Bush che vuole soltanto sentirsi raccontare buone notizie, ci sono le cifre agghiaccianti che oggi anche il ‟Washington Post” ha pubblicato. Nelle ultime settimane, il numero di attacchi quotidiani a militari americani, truppe ausiliarie irachene, poliziotti e civili, è aumentato violentemente. La grottesca transizione della sovranità formale in luglio, che era stata attesa come il toccasana, ha al contrario intensificato le azioni di guerriglia. Erano in media 40 o 50 al giorno, prima. Oggi sono oltre 70. Bambini armati di bottiglie molotov attaccano ormai i blindati americani in pattuglia a Bagdad e le operazioni si stanno diffondendo a tutto il territorio iracheno, niente affatto confinate a quel pugno di enclaves riottose descritte da Bush e dal suo portavoce a Bagdad, Iyad Allawi. In una qualsiasi giornata di questo settembre, ci sono in media 30 attacchi nel Nord, 25 a Bagdad, 10 nel Sud, 10 nei territori dell'Ovest. Questa situazione reale avrà una conseguenza precisa, alla quale Powell vuole preparare il mondo e l'opinione pubblica americana, e ci porta alla terza ragione della sua sortita. Dopo il due novembre, se Bush sarà rieletto, partirà la grande offensiva "finale" contro le città e i paesi controllati dagli insorti, che le preoccupazioni di pubbliche relazioni e i timori del contraccolpo sugli elettori che le inevitabile stragi di civili insieme con gli insorti avrebbero avuto. A urne ormai chiuse, negli Stati Uniti, Bush non dovrà più temere le conseguenze politiche di un assalto in forze e di bombardamenti contro città e paesi per "pacificare" tutto il territorio e rendere almeno vendibili all'Onu elezioni che non siano una tragica burla come vorrebbe Rumsfeld, di votazioni a macchia di leopardo. Dunque, Powell non voleva davvero sabotare il suo imperatore, contraddicendolo e ammettendo che la guerra in Iraq sta andando sempre meglio per gli insorti, i resistenti e i terroristi. Voleva preparare l'America e il resto del mondo al peggio, nella speranza che il peggio preannunci il meglio. Ha fatto il suo dovere di soldato che da quattro anni, in questa amministrazione, è costretto a portare la croce di una guerra che lui oppose. E che ora, prima di ritirarsi dalla vita politica in gennaio, chiunque vinca, deve aiutare a condurre verso la stessa conclusione che lui visse 30 anni or sono da giovane ufficiale in un'altra guerra, con l'amaro in bocca. Fingere di aver vinto e andarsene.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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