Vittorio Zucconi: La Casa Bianca si gioca in tv

Tuona lo strano Dio della democrazia americana: tu vincerai senza sudore. Maledetto sia per sempre colui che traspira in diretta. Si possono impunemente bruciare vite umane e miliardi in guerre, si possono avere due opinioni opposte su ogni argomento, ma l'arma di distruzione elettorale che da 44 anni ogni candidato alla Casa Bianca teme più di ogni altra cosa sono quelle goccioline di sudore sul labbro che nel 1960 stroncarono Nixon e che ancora una volta, giovedì sera, potranno decidere il futuro politico degli Stati Uniti. "Speriamo di far sudare John Kerry" dicono apertamente i preparatori chiusi da giorni con Bush nel suo ranch texano, come "trainers" nel campo di un pugile, e la loro non è una speranza metaforica. Nell'era dei grandi fratelli e della falsa reality tv, anche in politica conta più la traspirazione dell'ispirazione. Nei 44 anni trascorsi da quel 26 settembre del 1960 quando un incauto Nixon struccato, febbricitante e con un ginocchio dolente per una botta, permise alla micidiale umidità di imperlargli il labbro superiore mentre il truccatissimo JFK lo guardava asciutto, i dibattiti televisivi sono divenuti eventi talmente falsi che soltanto le ghiandole sudorifere possono spezzare. Significando chissà quali sintomi di instabilità sotto stress, la sudorazione può persuadere gli elettori della "ineleggibilità" dell'accaldato. "Nella televisione finta spacciata per informazione o per reality, ogni piccolo sospetto di spontaneità può influire sugli umori" spiega il professor Alan Schroeder, autore di uno studio celebre su quattro decadi e mezzo di "presidential debates". "È tv ad alto rischio politico". Nella realtà, a proposito, è assai dubbio che i due o tre incontri diretti fra gli opposti campioni repubblicani e democratici che segnano l'ultima fase della campagna elettorale possano davvero cambiare la partita. È impensabile non accettare il confronto, perché sarebbe un'ammissione implicita di vigliaccheria e di sconfitta, ma non è essenziale vincerlo, è essenziale non perderlo. Ricerca dopo ricerca, da quel primo duello vinto dal truccatore di JFK che spalmò sul volto del giovane senatore del Massachusetts una maschera bronzea, indica che il pubblico li guarda per confermare le proprie simpatie e antipatie. Dunque soltanto gaffe colossali, tic o segni di confusione mentale acuta possono spostare opinioni di voto. Spesso, anche i consulenti inutilmente strapagati sbagliano seccamente, come fu provato proprio da quel protodibattito del '60. Tutti gli osservatori assegnarono la vittoria al più intenso Nixon, mentre il pubblico preferì il più superficiale, ma attraente Kennedy, al quale era stato insegnato anche a sedere sempre con le gambe accavallate, in una posa composta che piacque molto alle signore. È una comprensibile illusione della squadra in ritardo nei sondaggi - in questo caso il Team Kerry - che il dibattito possa produrre quel "colpo della domenica", quel fortunato tiro da lontano che rovesci il risultato. È accaduto, nella storia della democrazia del sudore, ma raramente. Avvenne in negativo con Gerald Ford, che aveva fama di brav'uomo stordito da una pericolosa propensione a picchiare la testa contro tutti gli stipiti, quando dichiarò, nel 1976, che "la Polonia non era sotto il controllo dell'Unione Sovietica", dimostrando una preoccupante impreparazione geopolitica. Fu bravissimo Reagan a ridicolizzare garbatamente il suo avversario Carter, pignolo ingegnere navale di formazione e predicatore battista di vocazione, che il vecchio attore smontava con un sospiro e una battuta: "... e rieccolo che ricomincia". E disastroso fu Gore, che, opposto al gioviale e impreparato Bush, apparve alla maggioranza silenziosa dei somari come l'insopportabile primo della classe, emettendo grugniti di disapprovazione quando George parlava e straparlava. Quasi sempre la spontaneità è studiata, come nel caso di Bill Clinton, che dell'attore aveva l'istinto, se non la formazione. Nel formato cosiddetto del town hall meeting, dell'assemblea dei cittadini nella sala comunale, che dovrebbe rievocare la democrazia delle prime città nel New England con il pubblico chiamato a far domande, Clinton si staccava dal podio e muoveva qualche passo verso la platea, per accorciare le distanze e manifestare la sua simpatia umana con i problemi quotidiani della gente. Nel confronto con l'algido, patrizio Bush (il Vecchio) che guardava l'orologio con aria seccata, Clinton sembrò umano, in contatto diretto con "the people", il popolo. Proprio per evitare queste astute gigionate, soprattutto nel formato town hall che Bush non voleva, i negoziatori dei team hanno fissato questa volta una serie di regole minuziose, che vietano sospiri e gemiti fuori inquadratura, leggii di altezza diversa che favoriscano il più alto Kerry e proibiscano "domande trabocchetto" fatte per mettere in imbarazzo l'altro, alla maniera di Lyndon Johnson che fece chiedere a un suo avversario elettorale "se fosse vero che amoreggiava con le galline". Un falso, ovviamente, che costrinse il poveraccio a smentire, in tv, che lui si accoppiasse con pollame. Ma ancor più delle insinuazioni e delle gaffe, l'aureo segreto di questi eventi si chiama "aspettative". La condizione indispensabile per vincere è abbassare le aspettative sulla prestazione propria ed esaltare invece le attese sull'avversario. Gore si presentò come il leone che avrebbe sbranato George l'agnello e la discreta prova di Bush parve un trionfo. Così, oggi la squadra Kerry esalta le capacità dell'interlocutore, ricorda che Bush non ha mai perduto un dibattito, che dietro la sua posa da Bertoldo texano e i suoi strafalcioni si nasconde una mente abilissima nell'occultare la storia del raccomandato rampollo venuto dal privilegio. In questo gioco a nascondino, nel quale è fondamentale nascondere più che scoprire, sta l'inganno di fondo di queste sfide da Ok Corral televisivo, dove l'elettorato è chiamato a decidere chi, fra destra e sinistra, usi l'antitraspirante migliore.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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