Michele Serra: Vincenti senza fare la guerra

Perché la dolcezza, nelle cose umane, sia vincente, raro ma entusiasmante evento, bisogna che il portatore di dolcezza sia persona molto più forte del normale. Esattamente al contrario di quanto immaginano i bruschi, i maneschi, gli sbrigativi, per essere dolci si deve avere energia doppia di quanta ne serve per essere aspri.
L´appena incoronata Wangari Maathai, Nobel per la pace, dolcissima signora delle foreste, nutrice di piante e madre di madre natura, per vincere le sue battaglie ha sopportato il carcere e la violenza fisica. È stata abbandonata dal marito con il seguente capo d´accusa: "è troppo colta e troppo forte, dunque impossibile da controllare". Immaginiamo che niente di più grave si possa imputare a una donna, in una società arcaica e patriarcale, che essere "impossibile da controllare". Wangari lo è stata, e tanto il marito quanto il governo del Kenya hanno dovuto arrendersi alla tenacia incoercibile di questa coraggiosa biologa disposta a qualunque sacrificio pur di difendere la "cintura verde" che combatte deforestazione, speculazione e povertà. Tipicamente femminile, lo sguardo protettivo di Wangari Maathai sull´ambiente africano è tanto dolce e materno quanto combattivo e irriducibile. Lo sguardo di una madre può essere lo sguardo di una "dura".
Africa a parte, non c´è dubbio che anche nei nostri modelli mentali l´idea di dolcezza e di mitezza sia spesso associata all´idea di debolezza, di remissività. Gli americani dicono looser, perdente. Noi latini, machisti e sboccati, diciamo "non avere le palle". Significa più o meno la stessa cosa: lo spirito vincente è associato all´aggressività, alla virilità, al culto della forza fisica e militare. Senza buttarla in politica (senza, cioè, volere intasare ulteriormente l´affollatissimo dibattito sul pacifismo), è spesso la minuta esperienza quotidiana a dirci quanto perdente sia, invece, la prepotenza, e quanto più fertili, anche se spesso più tortuose, siano le strade della gentilezza. Il prepotente, intanto, vive male, e sembra condannato a rinnovare in eterno l´iracondia e la frustrazione che lo muovono allo scatto rabbioso. Nei rapporti familiari, spesso anche nei minimi incontri quotidiani, l´aggressività indica quasi sempre una posizione di minorità, di sofferenza, di insoddisfazione. Chi urla di più è quasi sempre il più debole.
Come genitori, ben conosciamo i penosi limiti dello scatto di nervi, del rimprovero esasperato, atteggiamenti che danno sempre l´impressione di dipendere non dalla bontà delle nostre ragioni, ma dal pessimo stato del nostro umore. E ben sappiamo, per contro, che i (pochi) successi ottenuti nella nostra fatica educativa sono sempre imputabili a momenti di pacatezza, di ragionamento felice, di comunicazione serena. Dire "momenti di dolcezza" è in fondo limitativo, rischia di sfociare nella melensaggine, che della dolcezza è l´overdose nefasta. Non è esattamente e solamente dolcezza, la capacità di arrivare al cuore e al cervello degli altri. È una specie di rara e fortunata sintonia con noi stessi, che ci permette di dire, finalmente, ciò che davvero rappresenta i nostri sentimenti. In quei casi, quando la voce non è troppo alta né troppo bassa, le parole non sono incerte, lo sguardo è davvero rivolto agli altri, siamo molto più che "vincenti" o "perdenti". Siamo convincenti, e in pace con noi stessi. Senza più alcuna voglia e alcun bisogno di essere in guerra con gli altri.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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