Vittorio Zucconi: Presidenziali Usa. Il voto di guerra

Votare Kerry perché siamo in guerra. Perché mentre parliamo insieme, in questo soggiornino triste trasformato in una piccola Redipuglia di ricordi e cimeli privati, la faccia di Osama Bin Laden appare improvvisa sul teleschermo e "quel maiale lì è ancora vivo e invece mio fratello è morto a Bagdad". Essere contro Bush perché la madre, Celeste, telefona venti, trenta volte al giorno al figlio rimasto vivo, ma quello che conta è sempre quell’altro, saltato su una trappola in Iraq e morto dopo due ore di agonia, stringendo la mano di un soldato per dirgli, siccome lui era il sergente anziano, che tutto era "ok, ok, ok". "E mi tocca pure di dire a mia madre che non glielo ha ucciso Bush, io che vorrei uscire ogni mattina e gridare a quel cretino di smetterla di ammazzare i nostri soldati e le donne e i bambini di un nazione che a noi americani non ha mai fatto niente, solo per far vedere al suo papà che è un duro". Filadelfia, Pennsylvania, schiera di piccole case gemelle e accatastate in un quartiere di mezzo sobborgo molto blue collar e molta poca lira, chiamato Mount Airy. Facce di bambine nere che giocano con ragazzini sikh, turbanti e treccine, Mohammed e Buddha, suoni di Springsteen e visi di poliziotti italoamericani fuori servizio che rastrellano le foglie facendo attenzione a non portare via tutti i cartelli blu per Kerry che per sfoltirli ci vorrebbe il machete. Lungo e magro sul porticato di casa, tra bandiere americane, bandiere della pace, cartelli elettorali e una specie di altarino tardo hippy con candelina arcobaleno che si scioglie, Raphael Dante Zappala, che poi sarebbe Zappalà nella Catania dalla quale venne suo nonno, vive da 8 mesi consumato dalla speranza di vedere punito l’uomo che ha buttato il fratello maggiore in una fornace chiamata Iraq. Chi parla dell’"odio per Bush" come un gioco da salotto snob, dovrebbe trascorrere qualche ora con gente come Raphael, uno che nel 2000 non si diede neppure la pena di votare alle elezioni "perché pensavo che la politica fosse tutta bullshit, stronzate". Poi venne il pomeriggio di otto mesi or sono, del 26 aprile 2004, quando l’indifferente tornò a casa dal suo lavoro alla Food and Drugs Administration, e scoprì che "la politica si era rivoltata come un serpente e mi aveva morso il sedere". Sotto il portichetto della casa dove vive da solo, vide sorpreso Dante e Celeste, suo padre e sua madre, che mai lo andavano a trovare. "Tuo fratello è morto" sputò fuori il padre tutto d’un fiato e la madre cominciò a vomitare sopra la pachisandra fresca che Raphael aveva appena piantato nel prato e "mi ricordo che pensai chissà se il vomito fa male alla pachisandra, come se il mio cervello si fosse inceppato". "Questa mattina è venuto da noi un soldato - continuò il padre in fretta - per darci la notizia che il sergente della Guardia Nazionale della Pennsylvania, Sherwood Baker Zappalà, tuo fratello, era morto". Il messo funebre aggiunse che era già stato a casa di Deborah, la vedova, e della figlia di nove anni.

Di loro chi si occupa, adesso?
Si arrangiano. Deborah, mia cognata, ha incassato i 12 mila dollari di assicurazione obbligatoria che ogni soldato deve accendere e lavora in un McDonald’s, ma ha un sacco di problemi perché Bush, quello che si commuove davanti alle bare e giura di sostenere i nostri soldati, ha tagliato i benefici per i reduci e le famiglie dei caduti, quell’ipocrita gran figlio di...

Perché suo fratello si era arruolato nell’esercito?
Lui si era arruolato nella Guardia Nazionale della Pennsylvania per pagarsi i debiti fatti per studiare, come fa la maggior parte dei soldati, non crederà mica che vadano a firmare perché vogliono conquistare il mondo. La Guardia Nazionale non è i marines, ci si entra per essere la milizia popolare di ogni stato, quella che viene mobilitata se ci sono disastri, profughi da aiutare, magari sommosse criminali da contenere, non certo per andare a farsi sparare addosso in Iraq, come sa proprio Bush che infatti si era imboscato nella Guardia Nazionale del Texas per evitare il Vietnam.

Però, alla chiamata, suo fratello partì.
Partì credendo di andare a servire per un mese, due al massimo, non sette e non in prima linea. Mia madre, che ha parenti in Canada, lo scongiurò di scappare oltre confine e nascondersi. Mio padre lo andò a salutare brandendo una pistola e gridando dimmi dove vuoi che ti spari, ma non ti faccio partire, Sherwood, perché tu non mi torni più indietro. Ma mio fratello partì perché i suoi compagni partivano e lui era il sergente, mica poteva lasciarli indietro.

I genitori lo costrinsero a portare con sè due regali, no, non i rosari benedetti o i santini di Sant’Agata, ma un Gps, un rilevatore portatile satellitare di posizione e un giubbotto antiproiettile di kevlar, perché non ce n’erano abbastanza anche per quelli della Guardia Nazionale.
"Eccola qui, la presidenza guerriera e gloriosa che va invadere un Paese dove non c’erano armi, che non c’entrava nulla con l’11 settembre, che non aveva legami con Al Qaeda. Si aspetta che siano le madri e i padri a equipaggiare i liberatori del mondo". Via, Raphael, non esagerare adesso. "Legga qui" e mi fa vedere la copia stampata delle e-mail che gli mandava da Bagdad. L’ultima è datata 23 aprile, tre giorni prima che la trappola esplodesse sotto i piedi del sergente Sherwood Zappalà, anni 31. Non so dire se siano autentiche. Lo sembrano, ma è facile manipolare tutto, oggi con i computer ed è difficile credere che un soldato di questa tecnoarmata superpotente che costa 500 miliardi all’anno chieda "caffè, zucchero, biscotti, calze, pomate, guanti di lana". E c’è di peggio. Chiede al fratello "what the fuck are we doing here, Raphie?", che cazzo stiamo a fare qui, in mezzo a gente che ci grida "maledetti mercenari degli ebrei tornate a casa" o vi faremo sanguinare come maiali sgozzati, con le bambine "che sputano per terra quando passiamo". Domanda ansioso se i media raccontino la verità sulla guerra, se la gente cominci a chiedersi che cosa stanno comperando con il sangue dei morti e dei feriti. E poi "baci alla mamma, dille che sto bene, che non ci sono problemi e presto sarò a casa", le solite lettere di qualsiasi soldato, sempre. L’ultimo pacco, con caffè, carta igienica, te, latte condensato, è stato restituito alla famiglia, con diligenza, dall’ufficio postale militare, con il timbro "deceased", deceduto, sull’indirizzo. Tremano molto le mani, al ragazzo di 26 anni che non riesce a perdonare, peggio, non riesce a capire e cerca nella elezione di martedì la propria ragione di esistere. Non mi sembra affatto che Kerry prometta di riportare a casa i "boys", anzi, giura di continuare la guerra. "No, ma Kerry è uno che possiamo mettere sotto pressione e convincerlo a ritirarsi" mi risponde con una frase che farebbe la felicità di Bush se la sentisse, perché è esattamente quello che i repubblicani sostengono e che i democratici, senza ammetterlo, sperano. Un presidente meno cocciuto e di nuovo ragionevole. Ma ragionare con la faccia da sberle che ci guarda dal teleschermo, in questo tardo pomeriggio illividito dall’autunno e dall’acredine della prima elezione di guerra in 30 anni, ragionare con Osama, Raphael Dante Zappalà, si può? "No, ma che cosa gli ha fatto Bush a Osama, il solletico? Ragioniamo, pensiamo a mio fratello che per quattro dollari all’ora di paga faceva da scorta agli impiegati della Halliburton pagati mille dollari al giorno. Sherwood è morto per niente e io devo almeno licenziare quello che l’ha mandato a morire per niente". Il telefono suona ancora. "Sì mamma, sto guardando, lo so è Osama, ma no mamma dai, Bush con lui non c’entra, non esagerare, lo vedo che è ancora vivo e libero, stai calma.... mi scusi, ma sa... ".

E suo padre telefona mai? No, mai. Da quel giorno rifiuta di guardare la televisione perchè ha paura di sentirsi male quando vede la faccia di Bush, come gli altri, se vedessero la faccia di Kerry annunciare la vittoria.

Rivedremo mai le due facce dell’America tornare a sorridersi e a parlarsi?
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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