Vittorio Zucconi: Il nuovo fronte di George W.

Quell´America che aveva ricevuto in prestito quattro anni or sono, ora gli appartiene interamente, per grazia di Dio e volontà della nazione. Ha pregato, ci ha detto ieri nel suo primo discorso, per "avere un potere pari al compito" e lo ha avuto. Ora non avrà più altri da rimproverare per i suoi insuccessi e non avrà più un papà da ringraziare per le sue vittorie. La prima Casa Bianca fu un grazioso dono del clan Bush. La seconda è tutta sua e il figlio ha fatto finalmente meglio del padre. Dalle 11 del mattino di ieri, quando John F. Kerry ha risparmiato alla nazione un nuovo melodramma legale e ha fatto la telefonata di resa, George W Bush è finalmente solo e adulto.
Solo e adulto davanti a una nazione che lo ha democraticamente eletto e davanti a un mondo che non lo ha eletto affatto, ma che dovrà subirlo. Nel suo primo discorso a risultati certi, suonavano accenti da incoronazione di sovrani carolingi, da imperatore di un nuovo sacro americano impero, mentre allungava un fazzoletto alla metà della nazione che oggi piange: "Ho bisogno di voi. Lotterò anche per voi, per costruire il nostro futuro insieme, per difendere la nostra fede". E una repubblica creata due secoli or sono per tagliare le catene dell´integralismo europeo, tornava così alla mistica medievalista del "defensor fidei", del re santo.
Ma non è stato il Signore a regalargli la Casa Bianca, è stato colui che ieri Bush ha pubblicamente chiamato "l´architetto" della sua vittoria, l´umanissimo genio delle manipolazioni elettorali, Karl Rove. Grazie a lui, ha conquistato il secondo giro in maniera pulita e netta, con tre milioni e mezzo di voti popolari complessivi più di Kerry, con un vantaggio sicuro nel collegio elettorale nazionale dove si traducono i suffragi, con la conferma e il rafforzamento della sua maggioranza repubblicana nel Senato e nella Camera dei rappresentanti e la prevista, prossima sostituzione di giudici troppo "liberal" alla Corte Suprema, con giuristi più politicamente corretti, secondo la nuova ideologia vincente. Tutto il potere americano, esecutivo, legislativo e, presto, giudiziario, è, o sarà tra poco, nelle mani della destra. Resta, sul fronte dell´opposizione, soltanto quella parte dei media e del giornalismo che un presidente americano, per quanto potente, non può controllare e manipolare. Non ci saranno qui giornalisti, comici, attori esiliati per volontà del sovrano indispettito.
Aveva chiesto (e "pregato", la preghiera non deve mai mancare nei salmi di Re Giorgio) un plebiscito su se stesso e lo ha avuto, per "continuare la guerra al terrorismo con tutte le nostre forze", per "portare giustizia ai nemici" e "libertà agli amici", per "continuare a difendervi dal terrore".
L´ha ottenuto. La carta elettorale degli Stati Uniti, colorata in rosso per gli stati pro-Bush e in blu per quelli pro-Kerry è oggi un mar rosso ininterrotto per tremila chilometri di prateria, dai monti Appalachiani alle Montagne Rocciose, circondato dalle ultime sacche di resistenza democratica, ma tutte ai margini, sulle coste degli Oceani e dei Grandi Laghi, come nuclei di resistenza prossimi a essere buttate a mare. Il cuore dell´America batte a destra e un figlio del nord come Kerry, un politico cresciuto nella cultura del "New Deal", della "Nuova Frontiera" e della "Grande Società", non poteva cogliere questa pulsazione.
A questa mappa politico elettorale si deve guardare per intuire le intenzioni del vincitore nel suo secondo quadriennio che non poca angoscia solleva fuori dai confini americani, in coloro che hanno assistito ai molti disastri e ai pochi successi del primo. La geografia del voto, che ha visto l´atteso ritorno alle urne di elettori indifferenti, compresi i giovani che sono stati il 17 per cento dei votanti come nel 2000, ma su un totale più alto, offre una prima, inconfutabile chiave di lettura, forse oggi più importante dei progetti diplomatici e strategici di questo presidente che ha comunque promesso ieri di "riportare a casa con onore le truppe" dall´Iraq.
La mappa ci dice che il partito democratico è sempre più, e soltanto, il partito delle grandi città. Vince ancora a Boston, a New York, a Washington, a Miami, a Detroit, a Cleveland, a Cincinnati, a Chicago, a Seattle, a San Francisco, a Los Angeles, ma appena la densità urbana diminuisce e le miglia diluiscono i contatti umani, la terra si tinge di rosso. Soltanto un candidato democratico che sappia coniugare nella propria storia e nel proprio carisma l´America urbana con quella rurale, la società dei "metrosexual", degli abitanti spregiudicati delle metropoli, con i "valori tradizionali di fede e famiglia", ha una speranza di attraversare il mar rosso. Non è per caso se, dal 1968, in 36 anni, i soli due democratici arrivati alla Casa Bianca furono due figli del sud, Jimmy Carter e Bill Clinton.
Per questo, perché George Bush appartiene al mondo che lo ha eletto, il vero fronte sul quale porterà le sue guerre nel secondo mandato potrebbe essere più interno che esterno. Dimentichiamo Falluja, Chirac e Berlusconi, per un giorno. Nella sua campagna elettorale, poverissima di indicazioni programmatiche ma rigonfia di richiami ai "valori" Bush ci aveva anticipato pochissimo su che cosa avrebbe fatto, oltre la giaculatoria dello stay the course, del mantenere le rotta. Ma indirettamente, con il giuramento di difendere "fede e famiglia", qualcosa di importante ha detto. Ha fatto capire che, per passare alla storia come tutti i presidenti al secondo giro vogliono fare non dovendo più preoccuparsi di passare per i seggi, la rivoluzione che sogna è in casa e non è più in quel mondo arabo e musulmano dal quale sa di doversi sganciare al più presto, sperando che il silenzio del terrorismo sul territorio americano continui.
L´Iraq gli ha dimostrato - si spera - che l´esercizio del "nation building" e della esportazione a forza della democrazia, non è quella passeggiata trionfale in stile "liberazione di Parigi" che gli ideologi della guerra preventiva gli avevano descritto. Altre guerre sul terreno, altre invasioni o spedizioni punitive non sono concepibili, se non si vuole costringere le forze armate americane a sforzi intollerabili, sfondare il bilancio federale già gambizzato dalle "fiscal follies" e rischiare quella reintroduzione della leva che gli scatenerebbe contro la nazione, rossa o blu.
La rivoluzione che Bush vuole è quella rivoluzione culturale che il cuore rosso dell´America gli chiede. I cittadini che hanno fatto lunghe file nella notte per andare a votare per lui, per difenderlo, pensavano certamente all´11 settembre, alla guerra al terrore, all´onore della nazione impegolata in Iraq, ma più ancora pensavano a quell´orda di depravati, di "liberal", di infedeli e di anticristi che ai loro occhi stanno cercando di minare le fondamenta morali dell´America. Una delle mosse più astute e meno studiate di Karl Rove, l´architetto della vittoria, è stata quella di introdurre sulle schede di 21 stati un referendum provocatorio sulla legalizzazione del matrimonio fra gay, anche se Kerry già si era dichiarato contrario. I referendum sono stati tutti sonoramente sconfitti ma hanno fatto scattare fra Kerry e il peccato, fra i democratici e l´immoralità, il riflesso condizionato dell´equazione "democratici uguale anticristi".
Bush ha dunque vinto non soltanto perchè riuscito a presentarsi come il lord protettore della sicurezza, ma come il difensore, e il restauratore, dei valori tradizionali, "dio, patria e famiglia". A questa domanda, a questa base elettorale, dovrà dare una risposta, cominciando dall´aborto volontario, che rimane appeso al filo sempre più sottile di una sentenza della Corte Suprema di quasi 40 anni or sono. La guerra per "esportare la democrazia" continua, ha rassicurato i pochi e nervosi governi satelliti nel mondo che tremavano al pensiero di trovarsi senza più l´imperatore per coprirli, ma potrebbe diventare una seconda guerra incruenta, quella per esportare "i valori tradizionali". Come l´America esportò nel mondo la rivoluzione laica della separazione fra stato e chiesa, la rivoluzione sessuale, la rivoluzione studentesca, gli hippies, la musica di protesta, la eguaglianza razziale, il pacifismo, la controcultura, il femminismo, così l´America può esportare e imporre ora la controrivoluzione neo sanfedista del terzo millennio.
Guardandolo parlare, ieri nel te deum della incoronazione dentro il tempo intitolato a Ronald Reagan a Washington, Bush non sembrava più un politicante vittorioso, ma un profeta che sogna di passare allo storia come il papa americano della grande controriforma occidentale.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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