Vittorio Zucconi: Analisi del voto americano. 1. Carolina del Sud, God, guns, George: lo slogan delle 3 G

Per sfiorare l’anima dell’America, si deve cercarla dove finisce il suo corpo. Guidare l’automobile oltre l’ultima cintura di asfalto attorno alle Sodoma e Gomorra, alle grandi metropoli. Andare dove il profilo dei super shopping mall suburbani scende verso la valle dei modesti bottegoni orizzontali, e i negozi di Tiffany cedono la clientela ai pawn shops, ai banchi dei pegni ingombri di chitarre elettriche impolverate e di anellini di fidanzamento ossidati. Andare dove il mercato di Dio esplode in mille versioni della stessa fede affettata come un infinito sushi bar della redenzione, pentecostali, presbiteriani, avventisti, battisti, episcopali, fratelli cristiani, luterani, metodisti, cattolici, apostolici, carismatici, biblici indipendentisti, ebrei per Cristo, nazareni, ortodossi, universalisti unitari e, per non disgustare nessuno, anche i "non denominazionali". Duecentoventi templi ufficialmente registrati soltanto qui nella contea di Columbia, South Carolina, una chiesa per ogni 500 dei 120 mila abitanti, più di medici, dentisti, letti d’ospedale, ristoranti, danzatrici topless e persino di McDonald’s e Burger King. La immensa, ignorata, dileggiata, spiritualità dell’America profonda che ha vinto e che inonda la nazione, anno dopo anno, in quella marea di "revival" cristiano che la destra ha saputo cavalcare e che ha travolto la sinistra. Se ho scelto la Carolina del Sud per cominciare un viaggio nell’America che ha votato per le tre "G", "God, Guns and George", è perché questo Stato è il gancio orientale di quella cintura della Bibbia che si estende da qui, dalle coste dell’Atlantico, ininterrottamente fino alla California resistente, non si sa per quanto, al "revival" evangelico. Da un isolotto nell’estuario del vicino porto di Charleston, Fort Sumner, fu sparato il primo colpo di cannone che segnò il via di quella secessione fra Nord e Sud che ancora continua, fortunatamente soltanto a colpi di voti. Qui era venuto e qui è finito colui che Kerry si era affiancato illudendosi che l’anagrafe potesse rovesciare i pronostici, il carolinian John Edwards. E qui, proprio nella contea di Columbia, Bush aveva costruito la sua prima vittoria, nel 2000, rintuzzando la sfida del senatore repubblicano John McCain, che fu accusato di avere avuto "un figlio illegittimo da una donna nera". Dunque peccatore due volte e non si sa quale peccato fosse più grave tra i due, nello Stato dello zio Tom. Non era affatto vero, era la prima di molte bugie a venire, ma tanto bastò per lanciare George Bush verso due vittorie. Era uno sporco trucco, ma anche un segnale. Non fu capito. Nell’interno della South Carolina ci si arriva soltanto per scelta, e non di passaggio, lungo strade di tabacco e di fango che il partito democratico un tempo controllava. L’ultima volta, ci venni sei anni or sono, per vedere un laghetto, dentro il quale c’era una automobile, e dentro l’automobile due bambini di tre e cinque anni, uccisi dalla mamma che voleva lasciare il marito e aveva spinto l’auto con i due figli dentro il laghetto, ben legati con le cinture. Chi scende lungo la "Interstate 95", la "autostrada del sole" americana che costeggia tutte le città del "male", deve lasciarla poco dopo avere superato la capitale. Si vira verso l’interno, si imbocca la "85" dove comincia la terra della Bibbia e della pena capitale. Ma quando la "85" sbuca da foreste talmente folte e solitarie da far temere un’imboscata dei Cherokee che un tempo le abitavano, ed entra nella Carolina del Sud, dal nulla si trova a Monaco. Di Baviera. è il "Zentrum" il centro direzionale e stabilimento della Bmw negli Stati Uniti, dove gli ingegneri tedeschi progettano e i devoti cristiani di Spartanburg costruiscono, quelle spider "Z4" che non potranno mai comperare. Proprio la vecchia Europa esecrata da Rumsfeld è il primo datore di lavoro da queste parti. "A job is a job", un posto è un posto, mi dice una guida dello showroom della Bmw e dove 100 mila jobs sono volati via verso l’Asia, i posti non abbondano. E lei ha votato? "Bush, naturalmente". Non è questa la prima né l’ultima scossa che attende il viaggiatore venuto dagli stereotipi della sinistra metropolitana per entrare nella terra incognita delle tre G, George, Guns and God. Le due Caroline, Nord e Sud, come la vicina Georgia, sono le incubatrici che producono il massimo numero di soldati per la US Army. Un terzo dei caduti o feriti veniva da qui, dove i 18 mila dollari all’anno di stipendio che il sergente reclutatore dei Marines nello shopping center offre a studenti di liceo senza avvenire, non fanno schifo. All’aeroporto di Columbia, tra gli stand colorati dei rent-a-car Hertz Avis Budget brilla quello dell’esercito, come se noleggiasse la guerra e ci sono almeno un centinaio di bambinoni con la testa rapata, che aspettano di essere imbarcati. Non riesco a non pensare che, statistiche alla mano che danno un soldato americano ogni 20 ucciso o ferito in Iraq, almeno tre o quattro di loro non torneranno interi, se sono fortunati. Ma ridono, parlano ad alta voce, eccitati, hanno voglia di dire, anche a uno straniero come me che li accosta, che stanno andando a "kick ass, yeah", a fare il culo a quei bastardi. Un sergente solo un po’meno bambino, con la targhetta del nome, Grove, sulla divisa, in Iraq c’è stato e li guarda silenzioso. Ci provo: per che cosa vanno a morire questi bambini? "Per la loro libertà e quella dei loro figli" mi risponde lui e poi a bassa voce "per il nostro Dio". Ma è a New York, a San Francisco, a Washington che i pacifisti protestano, non qui, dove la guerra fanno davvero e la pagano. "La Bibbia insegna che sempre ci saranno guerre e rumori di guerra, di quello non ci preoccupiamo - mi conferma con la sua voce sonora, da pulpito, il pastore Ron LaFlam che da 27 anni guida il gregge del Columbia Baptist Temple, in una strada chiamata profeticamente Faraway Road, la strada lontano lontano- quello che ci ha spinto a votare è vedere la nostra nazione incamminata nella direzione sbagliata, sesso, lascivia, aborto, distruzione della vita, soprattutto omosessualità, la devastazione dei valori morali. Abbiamo dimenticato che questa nazione è stata costruita sui valori cristiani e per questo è diventata la nazione faro del mondo". E Bush è l’uomo che ha riacceso la luce in cima alla torre del faro? "Così pensiamo, perché è un cristiano come noi". Anche in Europa, pastore LaFlam, nella Costituzione.... "Ah, l’Europa è ormai talmente lontana dalla Parola che non ci interessa più. Noi vogliamo salvare la nostra America". Cerca di trovare la citazione giusta della Bibbia attraverso Internet a banda larga, dal suo computer. Questa valle del Giordano è anche una piccola Silicon Valley. La Carolina del Sud ha più utenti di Internet a banda larga di quanti ne abbia Milano, il 73% degli abbonati al telefono. Con Internet si possono trovare 126 mila libri di ispirazione cristiana. Nella grande libreria Barnes and Noble qui, i libri di "re-fi", di fiction religiosa, romanzi alla 007 sulla lotta apocalittica fra Bene e Male (ricorda qualcosa?) sono sempre in vetrina e in testa alle vendite. Per trovare un libro che parli di omosessualità si deve cercare in una piccola sezione chiamata "Sociology". è impossibile non sentire l’eco dei discorsi di Bush nel motto scolpito su una tavola all’ingresso di un’altra chiesa, la Eastside Baptist Church che accoglie i fedeli esortandoli a "difendere e propagare la fede e combattere la battaglia che ci rende liberi". Una jihad cristiana? E a quale "combattimento" alludono i fedeli? "Alla battaglia quotidiana per abbandonare completamente la nostra vita a Lui e sottometterci", mi spiega il diacono Hurley. Curioso, anche "Islam" significa abbandono, sottomissione. "Support our troops, support president Bush, support America", invocano gli adesivi sui paraurti delle macchine che fanno un po’ di ingorgo, tanto per sentirsi importanti, all’uscita dalla città nella sera. Soltanto la ragazza nera che mi accoglie alla reception dell’Holiday Inn, Dwane Coleman, e porta ancora il piccolo sticker con scritto "I voted", "Ho votato" che davano nei seggi, mi risponde con aria sfrontata: "Ho votato per Kerry". Ah, questi neri incorreggibili. Eppure un tempo lontanissimo, cioè tre giorni or sono, questa era terra dominata dai democratici del Sud, dai dixiecrats, i signori di Dixieland, che sapevano coniugare lo stato sociale con lo stato di Grazia, Roosevelt e re Salomone. Ma il due novembre, un tale Jim DeMint, che aveva messo al primo punto del proprio programma elettorale l’impegno a "cacciare dalle nostre scuole pubbliche tutti gli insegnanti omosessuali" ha strappato un seggio senatoriale ai Democratici. Al secondo punto del suo contratto, c’era la privatizzazione completa delle pensioni federali e al terzo la liberalizzazione assoluta del commercio internazionale, togliendo le difese dell’industria un tempo regina, grazie al cotone, l’industria tessile. Persino molti repubblicani non pensavano che elettori dipendenti dalla pensione sociale per la loro ansiosa vecchiaia od operai aggrappati a un posto in filanda potessero votare per chi prometteva di togliere loro anche quel poco. Ma pur di difendere i "valori", per credere nel mito di una famiglia da sussidiario che esiste ormai più nei desideri che nella realtà, i fedeli delle 220 chiese si sono detti disposti a sacrificare il posto e a rischiare la pensione giocandola in Borsa. L’America povera si vota contro, per difendere i sogni dei ricchi. Sorpresa. Sbigottimento. Eppure lo sapevano tutti, e da tempo, che l’Architetto, come Bush ha chiamato il suo regista elettorale Karl Rove, che i repubblicani avrebbero puntato senza scrupoli sulle "virtù", sui valori, sulla paura non di Osama ma di Sodoma. Ora gli analisti delle elezioni, bravissimi nel prevedere il passato come gli analisti di Borsa, sbalordiscono a leggere i sondaggi di opinione post voto che indicano nella parola magica, i "valori tradizionali", la prima motivazione di voto in tutto il paese, ma è troppo tardi. Chi ha disprezzato le paure profonde di questa gente, ha avuto in cambio il loro disprezzo, non il loro voto.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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