Vittorio Zucconi: Berlusconi. Il portavoce dell´America

La strategia berlusconiana delle "concessioni preventive" a Bush, l´ansia di legittimare se stesso accodandosi senza condizioni al signore dell´Occidente, hanno prodotto quel che era inevitabile producessero, cioè niente. Anche questa visita lampo, la quarta del presidente del Consiglio secondo la formula della toccata e fuga, s´è risolta nella solita photo opportunity, nei pochi minuti di inquadratura tv da gonfiare attraverso i tg. Un Berlusconi raggiante e ansioso di compiacere è stato accolto da Bush che accettava l´omaggio con quell´espressione di divertito distacco che sempre accompagna, nei politici che sono davvero potenti, l´eccesso di piaggeria dei piccoli. Ma se, nella visione berlusconiana del mondo, tutto converge e si condensa nell´immagine e dunque anche questa visita è stata un grande successo, nella sostanza delle cose che davvero investono gli interessi vitali e nazionali dell´Italia, il disastro pilotato del dollaro anoressico che strangola le nostre esportazioni, i contratti di forniture, un possibile seggio permanente al Consiglio dell´Onu, la battaglia per le emissioni di gas nocivi, non hanno avuto altro che generici cenni di benevolenza.
Non potrebbe essere altrimenti, perché la decisione di essere il portavoce dell´America in Europa, anziché la voce dell´Europa in America, tolse, quando Berlusconi era presidente della Ue e Bush cercava disperatamente alleati più importanti delle Isole di Tonga nella sbilenca "coalizione", ogni futuro potere negoziale a un governo italiano che ormai gli Usa danno per scontato. Tutto è già detto e pacifico, fra il Big B americano e il Little B europeo. Bush sa perfettamente che la sua netta vittoria alle elezioni presidenziali è stata una boccata di ossigeno per un Berlusconi che avrebbe molto sofferto politicamente se qui avesse vinto il centrosinistra americano con Kerry. Dopo la bruciante delusione dell´"amico Vladimir", quel Putin che sul famoso set di Pratica di Mare Berlusconi definì prematuramente "un democratico, un liberale, un occidentale" promettendo di portarlo davvero dentro la Nato e la Ue, una disfatta elettorale di Bush, insieme con la piega autocratrica del Russo, avrebbe lasciato il governo italiano spiazzato in Europa e senza coperture internazionali.
Il governo italiano dunque non ha altra scelta che continuare a muoversi a rimorchio di questa Casa Bianca, andando ben oltre anche la classica "fedeltà atlantica" e la "tradizionale amicizia" che ogni governo italiano del dopoguerra, quale che fosse il suo colore, sempre ha manifestato e sempre ripetuto. E Bush, che non sarà un intellettuale della politica né uno stratega da seminari universitari ma ha un sicuro "naso" politico, sa benissimo che quel premier italiano che si agitava e si sbracciava sorridente accanto a lui nello Studio Ovale per testimoniargli tutta la sua ammirazione personale, non potrà mai tradirlo, perché tradirebbe sé stesso e segherebbe il ramo sul quale è seduto. Berlusconi è un tentativo d´emulazione tardiva del bushismo in salsa italiana e non sarà il modello a rispettare l´emulo.
Una vaga intuizione della debolezza negoziale italiana e del disagio che la guerra continua in Iraq sta seminando anche tra i fedelissimi della "Nuova Europa" come Polonia, Ungheria e la prossima Ucraina di Yushenko tentati da ritiri totali o parziali, si è vista soltanto quando il capo del governo italiano ha promesso di farsi attore di una riappacificazione atlantica tra Europa e Nord America. Se Berlusconi avesse ancora, o potesse ricostruire, qualche sembianza di credibilità con la "Vecchia Europa", Francia, Germania e Spagna di Zapatero, dopo il tradimento della guerra e gli strepiti di euroscetticismo del nostro governo usati per giustificare la crisi economica, questa, di trasformare le inutili smancerie dei summit lampo in opera diplomatica, potrebbe essere la strada per ridare forza negoziale e prestigio a Roma. Ma il sospetto, in vista del viaggio che Bush stesso compirà a Bruxelles, per incontrare proprio le disprezzate istituzioni europee, è che gli americani ci siano arrivati da soli, che non abbiano bisogno di mediatori o presentatori. E che la strategia di neo multilateralismo proposta da Kerry e tanto sbeffeggiata dalla destra bellicista neo conservatrice fosse quella giusta.
Naturalmente, sarebbe stato ridicolo e ingiusto immaginare che nelle due orette di colloqui e di moviola tra Big B e Little B si potesse fare altro che strappare a Bush una poco convinta promessa di "ridurre il deficit di bilancio federale", che è la vera causa fondamentale della profonda anoressia del dollaro e del tentativo di far pagare al resto del mondo il costo della guerra che il resto del mondo non voleva. Il Presidente americano aveva ben altro a cui pensare, ieri, primo giorno di un vero incontro al vertice tra economisti, capitani d´industria e governo Usa per discutere di cose serie come il problema delle pensioni. Il disavanzo di bilancio, aggravata da un deficit commerciale che in ottobre ha raggiunto la cifra record di 55,5 miliardi di dollari al mese (oltre 600 miliardi all´anno) e la ostinazione nel difendere tagli fiscali mentre è in corso una guerra costosissima garantiscono che la debolezza del dollaro resterà a lungo, a dispetto dei piccoli ritocchi sul costo del danaro operati dalla Federal Reserve e subito spazzati via dal mercato.
Non è colpa di Berlusconi, che sedeva alla fine un po´ nervoso ascoltando Bush avvertire minaccioso Iran e Siria di stare alla larga dall´Iraq e permettere lo svolgimento delle elezioni a qualsiasi costo, se Bush prosegue lungo la strada che si è tracciato, anche a costo di dissanguare il proprio esercito e ignorare i guasti provocati dal suo dollaro leggero. Se qualcosa queste visite fugaci e inutili dimostrano sul serio, a parte la comprensibile, ossequiosa gioia di chi viene a rinnovare i voti di fedeltà al fonte battesimale della Casa Bianca e si sente per due ore un leader mondiale per luce riflessa, sono l´impotenza e l´irrilevanza delle singole nazioni europee davanti al signore dell´Occidente, ora che la Guerra fredda è finita e neppure lo spettro della "minaccia rossa" attraverso partiti comunisti finanziati dal Cremlino, turba più Washington. Di questa irrilevanza, di questa aria imbarazzante da "giovanotto lasciami lavorare che ho da fare" non è a Bush che si può far colpa, ma a noi stessi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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