Vittorio Zucconi: Il prezzo alto che paga Bush

Ha suonato per diciannove volte, ieri sera, il postino del Pentagono per portare a diciannove case americane la notizia che la guerra aveva divorato anche i loro figli. Il secondo Natale in Iraq ha regalato all´America il record di soldati uccisi in un singolo attacco di guerriglia e si deve tornare a Libano del 1983 e alla strage di Marines per trovare un numero più alto di caduti in un attentato. Diciannove morti, uccisi non in battaglia ma alla mensa. È l´avvicinarsi delle elezioni, spiegano impassibili gli strateghi lapalissiani a Washington, ciò che scatena la furia dei "nemici della democrazia" e che produrrà sempre più sangue, ma nella incrollabile certezza che "alla fine saranno sconfitti", come ha ripetuto ieri il presidente George Bush.
Il presidente ha garantito che "chi vuole deragliare la marcia della democrazia in Medio Oriente non passerà" e che questo "è un momento di grandi speranze per il mondo". Per il mondo, forse, ma certo non per le famiglie dei 1330 giovani americani già sepolti e per i parenti dei 138 mila ancora al fronte, condannati a trascorrere con il cuore in gola anche questo Natale, "la stagione nella quale il dolore è ancor più insopportabile" ha avuto almeno il buon gusto di aggiungere Bush.
L´attacco di ieri è stato qualcosa più di un ennesimo massacro previsto e prevedibile. È stato il segno di un altro cambio di tattica da parte della guerriglia feroce e camaleontica, che sa trasformarsi e diventare metastasi come tutte le guerriglie bene organizzate e bene armate. La strage della mensa è stata la risposta dei ribelli all´operazione Falluja, che i comandi americani avevano pubblicizzato come risolutiva. Invece, anche la antica formula del search and destroy, dello stanare e distruggere i focolai nemici adottata con esiti fallimentari in Vietnam, si rivela inutile anche in Iraq e soprattutto, controproducente. I guerriglieri semplicemente trasferiscono altrove la loro capacità di uccidere. "È come schiacciare un pallone" ha detto il generale della prima guerra nel Golfo, Norman Schwarzkopf, "la bolla d´aria esce da un´altra parte".
Ieri hanno scelto quello che il generale comandante la piazza di Mosul, Carter Ham, ha chiamato "il ventre molle" del dispositivo di occupazione. Non più jeep o panzer, ma il tendone che all´interno della vecchia base aerea irachena di al-Ghizlani, ospitava la mensa per i soldati Usa e per le recalcitranti reclute indigene, quelle che, lo ha ammesso anche Bush, "quando la temperatura scotta, fuggono". Razzi, colpi di mortaio, forse una salve delle vecchie Katyusha sono piovuti all´improvviso, bucando senza problemi la tela impermeabile della mensa e piombando fra i 500 uomini e donne seduti per il rancio di mezzogiorno.
"Qualcuno ha informato la guerriglia che in quel momento la tenda era affollatissima" ha detto il generale Ham, ma non occorre una rete di spionaggio per sapere che a mezzogiorno la mensa sarebbe stata piena di soldati con la bocca piena. Gli attentatori non sono stati individuati. Secondo l´unico testimone non militare e quindi attendibile presente, l´inviato Jeremy Redmon del Richmond Time Dispatch venuto dalla Virginia per seguire un battaglione di riservisti virginiani, i morti, fra americani e non americani sono 22 e i feriti gravi oltre sessanta. Con i propri occhi, mentre il suo fotografo scattava le immagini apocalittiche della tenda e dei corpi ammucchiati sotto i raggi polverosi del sole che entravano dalla tenda a brandelli, il giornalista ha assistito agli sforzi dei portaferiti e dei compagni per salvare un militare con il cranio spaccato. Fatica inutile, sigillata dalla chiusura lampo del sacco per la spedizione a casa, morto davanti al vassoio di plastica con il purè di patate e la polpetta di carne trita.
Il sergente Evan Bayler, del 276esimo battaglione dei virginiani, il reparto che George Washington, virginiano lui stesso, formò personalmente due secoli e mezzo or sono, mangiava pollo fritto e maccheroncini al formaggio, quando l´esplosione lo ha fatto volare e ripiombare su un tavolo. Con la camicia della sua uniforme, ha raccontato il giornalista di Richmond, ha tentato di fermare l´emorragia di un commilitone con il petto squarciato, invocando "Medics! Medics!", portaferiti portaferiti, prima che morisse, nella cacofonia di urla di dolore, di imprecazioni, di grida di "motherfuckers", di pianti. Il 276esimo battaglione dei virginiani era a Mosul da un anno e gli mancavano due settimane per tornare a casa. Prima di ieri, non aveva avuto neppure un ferito. I soldati degli altri reparti stanziati a Mosul andavano spesso a mangiare con loro, sotto quella tenda, perché li consideravano portafortuna. E le crocchette di pollo fritte dai loro cucinieri cresciuti nel Sud, appunto in Virginia, erano famose. Il sergente Bayler ha chiuso la camicia intrisa del sangue del compagno caduto in un sacchetto di plastica. Dice che la porterà alla madre.
Almeno questa volta, i parenti, e i commilitoni dei caduti non potranno rimproverare il ministro della Difesa Rumsfeld e accusarlo di non avere dotato le truppe di mezzi e di protezioni adeguate per combattere questa guerra di "mordi e fuggi" che soltanto la cecità ideologica e autorefenziale dei pianificatori non aveva saputo prevedere. Avere colpito la mensa sotto la tenda, impunemente, dice che la guerriglia può scegliere i momenti e i luoghi per le proprie operazioni terroristiche. Radere al suolo Falluja, nella più violenta spedizione punitiva lanciata dopo la grottesca proclamazione della "missione compiuta" 18 mesi or sono, ha soltanto spostato altrove le cellule maligne che riaffiorano in dozzine di villaggi, città e regioni, come Mosul, il grande centro multietnico e multireligioso del Nord dove convivono sunniti, sciiti, curdi e turcomanni. E dove la presenza di due milioni di abitanti rende un´altra Falluja impossibile.
Ma a questa continua metastasi della guerriglia, Washington non ha una risposta militare efficace e decisiva. La Casa Bianca si è autocondannata a quella data arbitraria e artificiosa del 30 gennaio. A quel voto, Bush deve arrivare a ogni costo, lo ha ripetuto anche ieri, pagando ogni prezzo in vite americane e in vite irachene, per non trasformare una sconfitta militare sempre più bruciante in una disfatta politica. Anche il fronte interno americano comincia a cedere. Il 56 per cento degli americani sono ormai convinti che questa guerra sia un disastro e un errore e la posticcia "coalizione di chi ci sta" perde ogni giorno nuovi pezzi. Ieri, mentre 19 soldati e tre civili si sedevano per il loro ultimo rancio, l´Ungheria, uno di quegli alfieri della "Nuova Europa" tanto esaltati da Rumsfeld, riportava a casa per Natale, senza fanfare, l´ultimo dei suoi soldati. Vivo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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