Umberto Galimberti: Una lunga battaglia culturale. La morte di Susan Sontag

Susan Sontag si era annunciata al pubblico negli anni Sessanta con un libro Contro l´interpretazione. Gli psicanalisti e i filosofi ermeneuti lo considerarono confuso. E li capisco. Li colpiva nella loro ombra, che è poi quella di ritenere che ogni evento sia suscettibile di interpretazione, e quindi nasconda un significato recondito da portare alla luce, perché tutto deve avere una spiegazione. In realtà Susan Sontag voleva solo dire che non tutte le cose hanno un significato, tantomeno le malattie perché "non c´è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico".
Alla fine degli anni Settanta Susan Sontag esplicitò questo concetto in un bellissimo pamphlet che ha per titolo Malattia come metafora, che Einaudi farebbe bene a ripubblicare, se non altro per evitare che i malati di cancro o di Aids, oltre alle sofferenze fisiche, si trovino a dover sopportare il sospetto moralistico che l´ignoranza da un lato e un insopprimibile bisogno di spiegazione dall´altro attribuiscono alle condizioni di malattia, di sofferenza, di dolore.
La tubercolosi era un flagello, ma la letteratura, Thomas Mann in particolare, l´aveva resa un simbolo di raffinatezza, quando non una consunzione d´amore. Persino Freud, amico di Mann, non lo escludeva. E su questo aspetto metaforico della malattia sorse quella pseudoscienza che porta il nome di "psicosomatica", dove si afferma, naturalmente senza spiegare come, che le pene dell´anima, quando non le sue colpe, si convertono in malattie del corpo. Potenza delle metafore e dei simboli, vivificati più dalla letteratura che dalla scienza.
Di solito la letteratura e con lei la mitologia e la religione interpretano quel che la scienza ancora ignora. Immemori del monito di Ippocrate che, di fronte all´epilessia interpretata come "male sacro", scriveva: "Circa il male cosiddetto sacro questa è la realtà. Per nulla è più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali. Gli uomini tuttavia lo ritengono in qualche modo opera divina per ignoranza e stupore".
Contro questa ignoranza, ammantata di sacralità o di estetica, si è battuta Susan Sontag, concentrando la sua attenzione su quella che negli anni Settanta era considerata, e in una certa misura lo è ancora oggi, la malattia mortale: il cancro, che a partire da Reich è stato psicologizzato nella forma della repressione sessuale, e da Groddeck visualizzato come "malattia di chi vuole morire perché la vita gli è diventata insopportabile". Ne consegue che come cura basterebbe la buona volontà, la forza di lottare, come vuole il nostro tempo dove, dice Susan Sontag, la metafora militare è quella vincente, quando a regolare il mondo non è il dialogo e l´accettazione dell´altro, ma la forza e la soppressione dell´altro.
Fu così che da malattia che insorge per specifiche condizioni organiche, il cancro diventa, per il malato, colpa della degenerazione della sua vita e, per traslazione, metafora della degenerazione politica e sociale, descritta, scrive Susan Sontag, "con immagini che riassumono il comportamento negativo dell´homo oeconomicus novecentesco: sviluppo anormale, repressione dell´energia che si manifesta nel rifiuto di consumare e di spendere.
L´insegnamento di Susan Sontag, che ci invita a demetaforizzare la malattia ed eliminare tutte le interpretazioni, che hanno sempre uno sfondo colpevolizzante, di cui si servono il potere, la morale e la legge per tenere a bada le condotte di vita degli individui, torna particolarmente attuale oggi di fronte a quell´epidemia che chiamiamo Aids. I malati di Aids, oltre alla malattia, devono combattere l´immagine della malattia, che è più spaventosa e più difficile da vincere della malattia stessa.
L´origine sessuale quando non omosessuale della malattia, il suo propagarsi ai bordi della città tra gli emarginati vittime della tossicodipendenza offre alla morale, sempre in cerca della colpa perché avida di punizione, un terreno fecondo per il consolidamento dei suoi principi e l´esercizio dei suoi divieti.
A questo punto l´Aids, direbbe Susan Sontag se solo avesse avuto il tempo di occuparsene, è soprattutto una vicenda etica e sociale. Investe il costume, lo stile di vita, la forza dei sentimenti. Radicalizza la distanza tra salute e malattia, tra norma e devianza, e nello stesso tempo contamina la malattia con la colpa, la colpa col peccato, il peccato con la punizione.
Contro l´Aids la ricerca scientifica fa e farà i suoi passi avanti, ma contro l´immaginario qualcosa possiamo fare noi tutti, con un´informazione corretta che faccia piazza pulita del frastuono dei messaggi dettati dall´ignoranza, dalla paura o dal compiacimento moralistico. Ma l´immaginario, soprattutto quello difensivo che ci tiene lontano dagli altri, ci ricorda Susan Sontag, è più difficile da sconfiggere di quanto non lo siano le malattie.
L´immaginario colpevolizzante, infatti, e le metafore che lo sostengono sono il maggiordomo e le ancelle del potere che ha sempre regolato la vita degli uomini con la paura. Paura dell´aldilà quando si credeva nell´anima, paura della malattia e della morte quando quella fede è caduta. Susan Sontag, con i suoi scritti e i suoi libri, ha speso l´intera vita contro l´uso dell´immaginario a scopi repressivi, contro le fandonie di tutti i poteri, da quelli religiosi a quelli politici, che fanno uso della metafora e dell´interpretazione per contenere le condotte e limitare la vita degli uomini.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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