Vittorio Zucconi: La chiesa degli apostoli di Bush

La terra del cimiterino è soffice sotto i piedi, infracidita dalle piogge invernali e dai resti di tre secoli di storia americana. Nel giardino di marmo attorno alla chiesa, le tombe di militi ignoti sfarinati da tempo dentro le loro giubbe blu o grigie, di madri naturalmente sempre esemplari, di diaconi e vicari dignitosamente scomparsi, accompagnano come pietre miliari i passi dei nuovi signori della destra di Dio che ogni domenica mattina vengono qui ad adorare loro stessi, nella Falls Church, nella chiesa delle Cascate alle porte di Washington. Quella dove quasi trecento anni or sono, nel 1760, pregava un uomo con la dentiera di legno e la volontà di ferro chiamato George Washington, per una nazione non nata e che lui avrebbe partorito.
Il navigatore satellitare della mia auto dice che siamo ad appena sei miglia, meno di dieci chilometri, dal cuore duro di Washington, dalla Casa Bianca, dal Congresso, dal Pentagono, spersi in uno di quei sobborghi clonati che un urbanista chiamò "il grande dappertutto americano". Ma a volte anche gli urbanisti sbagliano. La Falls Church, la chiesa Episcopale, cioè Anglicana, che i coloni settecenteschi con i loro nomi ora scolpiti sui marmi tombali, Sommers, Dulaney, McCarron fondarono accanto alle rapide del Potomac in Virginia è un luogo unico, sopravvissuto al tempo e allo spazio. È uno spicchio triangolare di terra e di materiale genetico che persino le ruspe non hanno mai osato stravolgere. Sta sospeso in una dimensione di silenzio e di rispetto miracoloso tra svincoli autostradali ciclopici, shopping centers schiamazzanti, piccole Saigon fetenti di aglio fritto, ipermercati, ingorghi perenni, villette fotocopiate, una catacomba a cielo aperto invisibile per tutti, meno che per i praticanti del nuovo millenarismo americano incarnato da Bush.
Gli uomini del Presidente, almeno quelli di persuasione cristiana protestante, si inginocchiano qui. Ogni domenica alle dieci, la catacomba degli apostoli del Bushismo, si popola dei nomi che negli altri sei giorni della settimana vivono tra i palazzi del potere in centro o si autocelebrano sugli altarini televisivi. Dalla rampa dell´autostrada intitolata a un altro grande concimatore di terre virginiane, al generale Robert E. Lee, lo stratega del Sud ribelle, la processione delle automobili svolta a destra sulla strada della chiesa, chiamata - che altro? - Washington Street e scarica il meglio della intelligentsja bushista, i volti, i cervelli, gli apostoli e i diffusori del suo verbo. Sulla soglia a vetrate dell´ala nuova della chiesa, costruita a emiciclo agganciato alla chiesetta dove George Washington era sagrestano, come la lama di una falce nuova al manico antico, il rettore, il reverendo dottor John Yates accoglie di persona il suo sceltissimo gregge. Stringe la mano all´immancabile direttore della Cia, Peter Gross, e alla moglie Mary, che già la frequentavano quando Gross era soltanto uno dei tanti deputati repubblicani di destra. Saluta Fred Barnes, star dei talk shows, penna e volto d´assalto del ‟Weekly Standard”, la ‟Pravda” dei neo conservatori, ossequia il giudice Robert Bork, quello che Bush il Vecchio nominò alla Corte Suprema soltanto per vederlo bloccato dall´opposizione quando spiegò che aborto e divorzio erano, per lui, anatema.
Non c´è altra chiesa, negli Stati Uniti, che raccolga tanto potere, alla domenica mattina. Sorride, il rettore alto, biondo e molto british, come vuole il dna strettamente Wasp, anglo-bianco-protestante, di questa congregazione, all´amico carissimo Robert Aderholt, deputato di quel collegio dell´Alabama che vide la ribellione del "Giudice della Bibbia", quando la Corte Suprema gli ordinò di rimuovere le tavole dei Dieci Comandamenti dal suo tribunale, perché violavano la separazione fra stato e chiesa. Aderholt è un mito tra i colleghi parlamentari perchè a ogni nuova legislatura propone una imprecisata legge per la "Difesa dei Dieci Comandamenti" che il Parlamento puntualmente gli respinge, ma con maggioranze sempre più timide. Fino alla vigilia di Natale, quando un attacco di cuore lo ha costretto a un ricovero d´urgenza per sbloccargli le coronarie, sempre sull´ultimo banco perchè "beati gli ultimi?", (remember Jesus?) sedeva l´evangelista sommo del bushismo, l´uomo che da quattro anni mette le ali della retorica agli stivali di George W Bush, Michael Gerson, l´autore dei discorsi presidenziali. Sono di Gerson, non di "W", quelle metafore esaltanti e quelle immagini salvifiche, farcite di allusioni bibliche, che troveremo il giorno dopo nei titoli dei giornali. Anche quando lo slancio gli prende la mano, e gli scappa una parola sbagliata come quella "crociata" anti islamica che da allora ogni terrorista arabo ha rivoltato golosamente contro gli Usa, Gerson è la voce di Bush, tanto quanto Karl Rove ne è il cervello politico.
A volte, nella massima discrezione consentita dal corteo di furgoni blindati, ambulanze, elicotteri e auto bianconere dello sceriffo che lo seguono, si dice che anche il Presidente si faccia vedere tra i banchi della Chiesa delle Cascate, ma il rettore John Yates non conferma nè smentisce. "W" Bush, che pure era stato educato da Episcopale come il papà, oggi si dice Presbiteriano, non che per una pecorella così autorevole il reverendo rettore non sia pronto a spalancare i cancelli dell´ovile. "La nostra porta è aperta a tutti, non chiediamo tessere di partito o professioni di fedeltà" dice il rettore. "Noi crediamo all´essere prima cristiani e poi episcopali, cattolici romani, ortodossi, si immagini che cosa ci importa sapere per chi votino coloro che vengono ad adorare il Signore Dio nella nostra chiesa".
Ma allora perchè proprio si ritrovano qui, nel tempio fra le tombe della storia, e non altrove, nelle trecento chiese grandi e piccole che si sgomitano tra i sobborghi della capitale nel ricco mercato delle fedi, perché proprio qui vengono a fare le loro devozioni i teologi del Bushismo, spesso affrontando il traffico per raggiungere la Falls Church, dalle loro lontane ville? "Non lo so e non lo voglio sapere" insiste Yates, forse infastidito dalla scoperta di questo suo piccolo segreto. "Quello che so è che qui non si fa proselitismo politico o elettorale. Da quando sono rettore io, il nome di George W Bush è stato fatto una sola volta, nel sermone di domenica 15 settembre 2001, quando invocammo la benedizione del Signore sopra i nostri caduti, il nostro Paese e il nostro Presidente, chiamato a guidare l´America nella tempesta. Lo fecero tutti i ministri, i pastori, i parroci, i rabbini in ogni tempio, quel giorno, controlli".
È vero. Nel sermone natalizio che ascolto pronunciare davanti alla congregazione riunita, come nella raccolta pubblica e consultabile di tutte le omelie del rettore Yates e del suo vicario, reverendo Switthinbank, non troverete esortazioni a votare per Bush e neppure a votare "contro", come nelle parrocchie italiane degli anni ‘40. Ed è insieme falso, perchè il messaggio che scende, insieme con le note dei gruppo folk di chitarre e batteria che hanno rimpiazziato organi e harmonium nell´ala nuova del tempio, è inconfondibile, è l´essenza del neo integralismo cristiano che ha portato Bush alla vittoria e i suoi uomini a raccogliersi qui. È il messaggio, come il rettore sintetizzò nella sua prima predica dopo le elezioni, del ritorno alle tradizioni e ai "valori" giudaico-cristiani nella vita pubblica e politica, portato come massima responsabilità da chi ha il potere. Parole in codice, ma leggibilissime, nella vulgata che tutti gli uomini del Presidente porteranno fuori, nel mondo, dopo le funzioni. Richiami fermissimi alla sacralità del matrimonio come fusione esclusiva di uomo e di donna, al rifiuto dell´omosessualità, dell´aborto volontario, dell´ordinazione di vescovi gay, come proprio la chiesa episcopale americana ha accettato con voto di maggioranza, indignando la minoranza. Frasi ed esortazioni che ogni fedele, in ogni tempio, sente ripetere ogni settimana e che spesso scivolano come acqua sul dorso di un´anatra all´uscita dalla chiesa. Ma che qui risuonano nelle orecchie di uomini che hanno il potere per tradurle in politica. Di gente che tiene le chiavi del cuore di Bush.
È lo stesso messaggio che ho sentito ripetere e amplificare nelle megachiese da cinquemila e più fedeli sparse nel grande ventre dell´America repubblicana e revivalista, e non solo repubblicana, diffuso da network radiofoniche e televisive, condito di offensive sceneggiate di guaritori, piazzisti di miracoli e imbonitori con annesso Numero Verde per l´acquisto di eleganti cofanetti con libri scritti da loro, video cassette e Dvd a soli dollari 29,99, pagabili anche a rate. Ma nella chiesa che fu di George Washington e ora è di Bush, non c´è nulla della pacchianeria e degli orgasmi da televangelisti, con cori strepitanti e pettorute coriste squassate dall´estasi.
I fedeli che ascoltano intenti i lunghi sermoni del rettore prima di avvicinarsi alla comunione, sono i volti e le famiglie composte di un´America come sembrerebbe non esistere più, se Hollywood e la televisione fossero lo specchio dell´America. Bambini biondi in calzettoni bianchi e blazer blu con i bottoni d´ottone come i loro padri, mamme in teneri colori pastello, gonne e completino d´angora con filo di perle, padri in mocassini oxford o "patent leather", cuoio nero a specchio, come gli ufficiali, qualche uniforme e fuori automobili sobriamente lussuose, mai pacchiane, parcheggiate tra le pietre tombali. Gente per benissimo, serena nel proprio successo professionale e politico, potere reale senza ostentazione e cafoneria da nuovi ricchi. Gente onestamente persuasa, mentre recita a memoria lo stesso credo di Nicene che i Cattolici recitano a Messa (Credo in Dio onnipotente, signore del cielo e della terra), di adorare un Dio che è emigrato in America e che camminerà al loro fianco, tra le pietre tombali vecchie e nuove di una vocazione, nei secoli dei secoli, imperiale.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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