Vittorio Zucconi: L’America delle mele marce

Le prime notizie affiorarono dalla fogna di Abu Ghraib e dal campo di concentramento di Guantanamo, ci fu detto che si trattava di "poche mele marce" e che comunque i torturatori sarebbero stati puniti. Non tutti accettammo la spiegazione, ma molti di noi rifiutarono di ammettere che gli Stati Uniti avessero deliberatamente e stupidamente violato proprio quelle norme di comportamento civile che le sue truppe erano andate a esportare con il proprio sangue. Purtroppo, i pessimisti avevano ragione e la nomina dell’avvocato della Casa Bianca, Alberto Gonzales, a ministro della Giustizia, ha rivelato che il marcio era partito dal frutteto e proprio Gonzales, nella sua veste di primo consigliere legale di Bush, aveva dichiarato la Convenzione di Ginevra contro la tortura, quaint and obsolete, un graziosa anticaglia obsoleta. Senza l’elevazione di Gonzales, ottimo giurista con ambizioni di assurgere alla Corte Suprema, a guardiano delle leggi i memorandum a lui attribuiti e scritti per il suo cliente George Bush sarebbero rimasti per sempre, o almeno per anni, sepolti, come lo sono altri documenti interni che la Casa Bianca rifiuta ancora di consegnare alla Commissione Giustizia. Ma la procedura di ‟advice and consent”, di consulenza e di consenso, che il Senato deve esercitare su tutte le nomine presidenziali importanti ha scosso l’opposizione, ha mobilitato le associazioni libertarie e liberali, ha riesumato una processione di scheletri dall’armadio di una guerra che sta puntualmente producendo gli effetti collaterali che questo tipo di conflitti anomali sempre generano: il progressivo e simmetrico deterioramento dei comportamenti di chi combatte e il risucchio progressivo dei "buoni" nel gorgo della disumanità dei "cattivi". Alberto Gonzales non è la reincarnazione di quel cardinale Tomas de Torquemada che i suoi avversari dipingono e ieri, nella prima udienza, ha subito proclamato il suo rispetto per le norme raccolte nella Convenzione di Ginevra e il rigetto "presente e futuro" per ogni forma di tortura. Gonzales era soltanto una rotella nella macchina frenetica della mobilitazione che nei mesi dopo lo schianto dell’11 settembre ruggiva e brancolava a Washington alla ricerca di una risposta all’aggressione del terrorismo, la stessa macchina che produsse le "prove" sull’esistenza degli arsenali di Saddam, il frettoloso ok delle Camere alla guerra, le panzane sul ruolo dell’Iraq a Ground Zero. Una temperie insieme isterica e impotente, di fronte all’efficiente ferocia degli sgozzatori, che decise, nelle parole di un importante giurista di Harvard favorevole alla tortura, Alan Dershowitz, essere arrivato il momento di "sfilarsi i guanti". Le "mele" in prima linea avevano dunque assorbito il marcio dalle radici delle retrovie e da uno spirito del tempo che si considerava sciolto dalle manette di trattati e di anticaglie come l’Onu per inseguire l’obbiettivo della sicurezza nazionale e della vittoria nella "guerra al terrore". Secondo uno schema di reciproca disumanizzazione sperimentato sempre e in ogni tempo negli scontri fra truppe regolari e ribelli soprattutto se eccitati da componenti razziali e religiose, ogni gradino porta sempre un po’più in basso, fino a casi atroci, che il commentatore inglese Andrew Sullivan, pure un convinto sostenitore della guerra, ha riassunto in questi esempi: "Uomini e ragazzi innocenti violentati, picchiati, crocefissi per ore, lasciati a macerare nei loro escrementi, scioccati con elettrodi, sodomizzati con strumenti chimici e luci fluorescenti, costretti a sdraiarsi su lastre di ferro arroventate fino a diventare irriconoscibili per le ustioni". Episodi documentati e tratti dalle inchieste interne dello Fbi, del generale del Pentagono Taguba, dell’ex ministro della Difesa James Schlesinger. Per assicurarsi la promozione a segretario della Giustizia, l’avvocato che licenziò la Convenzione di Ginevra, ora si dice pentito e sarà approvato. Soltanto qualche "mela marcia" è stata condannata mentre in attesa di sentenza è un sergente accusato di avere gettato nel Tigri due Iracheni legati e di avere assistito "ridendo divertito" mentre uno di loro annegava. Ma nessuno dei grandi concimatori del frutteto bacato, non Rumsfeld al Pentagono, non Gonzales il teorico delle mani sciolte, non i generali sul campo, è stato chiamato a rispondere di una ubriacatura autolesionista che nutre l’immagine di un Occidente ipocrita e odioso, e quindi la resistenza terroristica. I "distinguo" possono funzionarie nei salotti tv, negli editorali o nelle aule parlamentari, ma funzionano ben poco nel calderone dell’odio armato. Se l’America tortura a nome dell’Occidente giudaico-cristiano, tutti noi occidentali siamo torturatori.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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