Michele Serra: Benvenuti alla corrida di Sanremo il bersaglio più amato dagli italiani

Il capro espiatorio è una figura sacra. Guai a chi lo scredita: il suo sacrificio rituale assorbe e rappresenta il bisogno di purificazione della comunità intera. Benvenuto, dunque, al Festival di Sanremo, che ogni anno, alla vigilia di primavera, sale sull´altare del ludibrio collettivo, e buono buono, umile umile, si lascia sgozzare tra i fiori e le contumelie.
Non esiste chi ne parli bene. Gli intellettuali ne scrutano le viscere riconoscendoci la colpa irredimibile del cattivo gusto popolare, e si radunano a crocchi per sghignazzare, da quei superbi che sono, sulla minorità della cultura di massa. Il popolo assiste lieto alla gogna sfibrante di cantanti e conduttori, vallette e ospiti, come da sempre il pubblico delle esecuzioni, felice del supplizio altrui, e commenta il crollo dei rimmel, l´infortunio estetico, la stecca, la battuta goffa, l´ospite loffio, con consumato cinismo.
I cantanti "da Sanremo" ci vanno con finta mansuetudine, come a un tardivo provino imposto dalla professione, in realtà immalinconiti dall´invidiosa coscienza che i più bravi disertano da secoli il palco dell´Ariston. Il conduttore Bonolis dichiara che la musica vera scorre altrove, per carità, e insomma non si può pretendere, che volete da noi. Gli ospiti, in genere profittando di un impegno serio in Francia o di altre marchette più o meno artistiche nei dintorni, vanno a Sanremo per arrotondare lautamente, promuovere il film o il disco e dire fesserie generiche sul buon cibo italiano, riguadagnando venti secondi dopo, con un sospiro di scampato pericolo, l´albergo a Nizza o l´aereo per Los Angeles. I discografici annaspano tra i conti in rosso (ah, la crisi) e già esultano se i loro cantanti riescono a farsi riconoscere per nome e cognome, uscire vivi dal tritacarne, e addirittura vendere dischi quanti ne bastano per il conto della trasferta, con quello che costano a Sanremo i ristoranti?
I dirigenti Rai hanno lo stomaco chiuso per il terrore degli ascolti declinanti, a fronte di un investimento colossale di mezzi, denari e tempo, perché il "nazional-popolare" costa quasi quanto una guerra, e come le guerre è un azzardo e rischia la disfatta. I cronisti (ne ho fatti sei o sette, di Sanremo) penano da matti alla ricerca disperata di qualche variazione sui temi eterni, e fissi, e immobili, della "saga canora", del "trash" (ah, se non ci fosse il trash, quale altra chiave interpretativa avremmo, della trista bruttezza del consumo basso?), della "guerra degli ascolti", rigirando vocaboli tanto decotti da essere quasi infetti, magari evocando Tenco, Claudio Villa, Bobby Solo, i bei tempi quando nessuno aveva ancora isolato il virus del trash, e si poteva scrivere "bello" e "brutto" senza temere il banale.
Fuori, nell´intrico inaudito di cavi, telecamere, riflettori, passerelle, tumultua la corte dei miracoli dei maghi pronosticanti, dei gorilla, dei vicegabibbi in cerca di vicescandali, delle vicevallette in cerca di una viceinquadratura, in uno sgomitare ansante, da reality-show autoconvocato e ante litteram (da anni, da decenni), da Italia questuante, gregaria, quella che il Visconti di Bellissima già compianse, e oggi si accontenta di farsi compiangere nei palinsesti periferici. E poi, naturalmente, si snocciola, a latere, il rosario di scandali, ormai quasi comico, quasi tenero, che le trascorse amministrazioni di Sanremo, tenutarie del Festival, collezionarono negli anni, dai tempi di Nunzio Filogamo e della Seicento a questi qui di Mike Tyson e della Smart. Da quando la concussione si chiamava ancora bustarella fino a oggi che la bustarella si chiama consulenza professionale.
L´insieme è così orrido, subalterno, straziante, vitale, che solo un cuore di pietra può rimanere indifferente, e non applaudire una rappresentazione così perfetta del basso profilo nazionale, la bolgia di mantenuti e mantenenti, professionisti e dilettanti, artisti e mezzo tali, codazzi, fans-club, esperti, spettatori in sciarpa bianca e spettatrici vestite come al dancing quando i dancing esistevano, e non saprei dire se c´è ancora, al Festival, quel meraviglioso sottobosco dell´impresariato camorrista che formava le claques di certi cantanti da festa di matrimonio sulla Costiera Amalfitana, spero di sì, però, sarebbe un peccato non ci fossero più, una perdita secca sotto il profilo del nazional-popolare, appunto.
Tutto questo ci fa capire che Sanremo è un appuntamento ineludibile, a suo modo sacro, neanche inerente la canzone o la televisione, che in fondo sono cose piccole, branche della vita economica, piuttosto inerente il bisogno comunitario di avere qualcosa da sacrificare, ogni anno, tutti insieme, qualcosa da buttare via o uccidere o comunque superare, che chiuda l´inverno e conduca al solstizio, quando ci si illude che tutto possa rinascere. Sanremo è un rogo, una pira, dunque una festa. E l´umiltà con la quale, da più di mezzo secolo, si lascia fare a brani, e addirittura sviscerare dalla ferocia intellettuale, e sputtanare dai critici, e insidiare dall´audience, e compatire dal popolo, e derubare dai ladri, merita la nostra imperitura gratitudine.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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