Michele Serra: La pubblicità del male

Già Simenon, in epoca largamente pre-televisiva, scrisse di un uomo qualunque mosso al crimine per provare l’esaltazione di essere famoso, e nominato dai giornali, che collezionava ritaglio per ritaglio, titolo per titolo, avidamente. Ora il procuratore di Venezia che indaga sul misterioso Unabomber avanza il dubbio che la recente fiction televisiva dedicata al suddetto figuro sia tra i possibili inneschi dell’ultimo attentato: nella finzione come nella realtà c’è un cero che esplode in una chiesa, una bambina ferita gravemente, a tradimento. Certo il gioco dei rimandi tra realtà e televisione è, in questo caso, impressionante. L’idea del cero votivo che esplode è sua, di Unabomber, che la mette in pratica nel novembre del 2001. Viene ripresa da una recente fiction, a qualche anno di distanza dal fatto. E subito replicata, ieri, poco tempo dopo la messa in onda, dal criminale vero, quasi a rivendicare la paternità del gesto micidiale, come per dire che il solo vero sceneggiatore autorizzato è lui. è molto difficile orientarsi, nel dedalo morboso dei crimini commessi con il preciso obiettivo di ottenere il massimo della pubblicità possibile. Il terrorismo è il più evidente: si uccide e si sfigura perché l’eco dell’esplosione arrivi il più lontano possibile, renda sinistramente popolari sigle e proclami, diffonda il terrore e lo radichi come elemento permanente di minaccia all’odiata normalità, al silenzio anonimo della vita quotidiana. I media hanno il diritto-dovere di informare, ma sanno (o dovrebbero sapere) di essere l’oggettivo strumento di moltiplicazione degli obiettivi terroristici: già ai tempi delle Brigate Rosse si discuteva se e come pubblicare i messaggi dei brigatisti, e la formuletta esorcistica "delirante proclama" non bastava comunque a cancellare il dubbio che lo spazio concesso ai gesti e alle parole degli assassini fosse rischiosamente contiguo a una pubblicità coatta. In questo caso, per giunta, non sono titoli o articoli di giornale, è una fiction (cioè uno spettacolo di intrattenimento) a essere chiamata in causa. E se è impossibile definire il grado di emulazione o eccitazione che questo sceneggiato possa avere indotto nella sceneggiatura reale del caso Unabomber, è però indubbio che qualcosa, in termini di spettacolarizzazione del crimine, stia pericolosamente lievitando. Il sangue e il delitto hanno nei palinsesti uno spazio crescente e probabilmente abnorme, a volte con comprensibili e anche lodevoli intenti di indagine sociale e analisi critica, altre volte come puro e disinvolto intrattenimento. E si accorciano i tempi di decantazione tra i crimini commessi, la morte e il dolore di persone vere, il lutto delle vittime, e la loro trasposizione televisiva e cinematografica, come se andasse perdendosi, tra le altre forme di pudore in crisi, quella, delicatissima, che chiama al rispetto del dolore. La tradizionale formula "ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale", che derivava da prudenze legali ma anche da preoccupazioni etiche, è messa tra parentesi e quasi rovesciata dai sussulti di una real-tivù che ingoia delitti e fattacci con ingordigia, e li valuta tanto più appetibili quanto più il sangue è fresco, le ferite palpitanti. Il pubblico di tutti i tempi ha un debole per lo spavento, per il male messo in scena, per il nero che dà spettacolo. E questa debolezza rafforza molto, in epoca di etica mercantile come la nostra, la tendenza spesso insopportabile al dettaglio raccapricciante, alla vicenda truce come piatto forte dell’offerta mediatica. Nel caso in questione, un personaggio di nome Unabomber è davvero in azione, da dieci anni, nel Nord-Est dell’Italia, e nel mistero fitto la sola certezza è l’impulso malato a far parlare di sé, a esistere in quanto minaccia, in quanto fabbricatore di ordigni che decide la trama della propria storia criminale. Poiché la pubblicità è oggettivamente il suo primo movente, è ovvio che gli inquirenti si chiedano quanto conti il silenzio, e quanto il rumore, attorno alle sue gesta. Senza entrare nel merito di scelte (editoriali e culturali) altrui, va detto che la domanda è lecita, e non solo in questo caso. La generale tendenza a trattare il crimine e il delitto come forme particolarmente appetite di cronaca e di spettacolo è dilagante e inquietante, e per calmierarsi o almeno regolarsi dovrebbe tenere conto dell’impatto psicologico, culturale, comportamentale che il "nero" genera, non necessariamente per emulazione, anche solo per assuefazione. Niente censure, mai: ma quella sanissima autocensura (chiamiamola sensibilità) che tiene in alta considerazione gli effetti di ciò che si mostra, si dice, si produce, quella scarseggia da troppo tempo.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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