Vittorio Zucconi: Da Nang memorie e turisti. Dove l’America perse il Vietnam

I cingoli arrivarono a Da Nang naturalmente da Nord, giù dall’autostrada numero 1, per chiudere il cerchio di una guerra che proprio da quel luogo era partita. Da Nang, trent’anni or sono come oggi. Un nome che ancora esplode nei sonni di una generazione di americani.
Nel porto di Da Nang, un giorno di febbraio del 1965, erano sbarcati i primi 3.500 Marines della ‟Nona Brigata” senza più la maschera dei ‟consiglieri militari”, ma per combattere ed essere l’avanguardia dei 500 mila che li avrebbero seguiti. E sempre a Da Nang, esattamente dieci anni più tardi, il 29 marzo del 1975, le colonne corazzate del Nord entrarono per conquistare la città simbolo della guerra in Vietnam e cominciare la corsa che poche settimane dopo li avrebbe portati al finale di Saigon. Da Nang fu l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, la parentesi entro la quale sarebbero rimaste le vite di 58 mila americani e due milioni e mezzo di Vietnamiti.
Anche oggi, trent’anni dopo, 29 marzo del 2005 - curioso come qui la storia sembri avere una scansione decennale - un’altra colonna è entrata nel porto fatale della guerra, un corteo che sarebbe piaciuto ad Annibale il Cartaginese, di elefanti sacri da cerimonia. È stata la solita processione di regime, bambine in costumi rossi, veterani e reduci invecchiati sotto il cappello di sughero, mandarini del partito e dello stato scesi da Hanoi, in pace, per rinfrescare l’orgoglio di una grande vittoria militare che per ora ha portato piccoli frutti di pace, se è vero che il reddito medio di un adulto a Da Nang è, trent’anni dopo la liberazione, di 25 dollari al mese. Di questo trascurabile porto sul mare meridionale della Cina, che la macchina militare americana trasformò in un base aeronavale capace di assorbire e smistare abbastanza viveri e materiale per alimentare una città come Roma, nessuno di coloro che vi sbarcarono nel 1965 aveva mai sentito parlare. Da Nang divenne improvvisamente, e tragicamente importante soltanto negli anni '50, dopo la cacciata dei Francesi e la burla degli accordi di Ginevra, che divisero in due il Vietnam e lo tagliarono con una linea chiamata ‟Zona Smilitarizzata”.
Da Nang, come le altre località che la guerra avrebbe reso amaramente celebri, Quan Tri, Khe Sanh, Dong Ha, la capitale imperiale Hue, ebbe la sfortuna di trovarsi a poca distanza dalla zona di demarcazione che il Nord Vietnam violava per infiltrare truppe e materiali a Sud, e di assumere quindi un ruolo strategico. Pagò un prezzo carissimo per l’onore di essere diventata la porta dalla quale entrava l’America. Fiorirono i bordelli, lasciandosi alle spalle un pulviscolo di ‟polvere umana”, come i Vietnamiti chiamano con sprezzo i figli euroasiatici, nati da relazioni che finivano 15 giorni prima del ritorno dei soldati in patria, per dare il tempo a eventuali malattie veneree di manifestarsi e di essere curate prima di tornare belli puliti da mogli e fidanzate negli Usa.
Non fu dunque un caso se proprio dalle piste della base aerea di Da Nang partì quel ponte aereo degli orfani che nella primavera di 30 anni or sono portò 5.000 bambini e neonati in salvo, prima che arrivassero i carri dei liberatori. Uno di quei grandi aerei cadde in decollo. Per contrappasso, da questo porto salparono le armade della boat people, centinaia di migliaia di disperati che si affidarono a fradici pescherecci o alla pietà delle correnti per fuggire dal Vietnam. E Da Nang fu naturalmente uno dei ‟centri di gravità" contro i quali Hanoi e i guerriglieri comunisti del Sud, i Vietcong, scatenarono la offensiva del capodanno buddhista, il Tet, nell’inverno del 1968.
Tra la base e la vicina Hue, la placida capitale dell’antico impero, americani e vietnamiti lasciarono almeno 20 mila morti, più chissà quanti civili, in settimane di combattimenti culminati nella distruzione di Hue all’insegna di uno slogan tornato attuale in Iraq: «Dobbiamo distruggerla per salvarla». Ma Da Nang non era soltanto the gate of hell, la porta dell’inferno come la chiamavano i coscritti che vi sbarcavano, salutati dai proiettili di artiglieria che piovevano dai "Monti del Granito", le alture che la circondano. Accanto alla base, si stendeva una delle spiagge più belle del Vietnam, dove i feriti, i convalescenti, i soldati in permesso andavano a dimenticare lo stillicidio degli attacchi e il tormento della vita nella giungla. Marines e GI’s, e soldati di fanteria, l’avevano ribattezzata China Beach, spiaggia Cina, e decenni più tardi ne sarebbe venuta una serie di famosi telefilm di gusto ‟Mash” e ‟Full Metal Racket”.
Anche a Da Nang, come avrebbero tentato di fare a Saigon, i nuovi padroni arrivati 30 anni or sono oggi tentarono di cancellare i nomi, e quindi le tracce, del regime e dell’occupazione yankee, fallendo. Saigon continua a essere chiamata Saigon, dai vietnamiti, nonostante il nuovo nome ufficiale di Ho Chi Minh. E China Beach, è tornata trionfalmente, pragmaticamente a essere China Beach. Sulla sabbia e tra le palme dove i soldati americani prendevano il sole, amoreggiavano o si gettavano in acqua per sfruttare l’onda lunga e dolce del surf, ispirando una delle scene memorabili di ‟Apocalypse Now”, è nato un resort hotel, il Furama, che gli investitori americani, giapponesi e malesi stanno freneticamente pubblicizzando come un altro «paradiso dei mari del Sud». Neppure un’onda dello tsunami l’ha investito, come se la crudele madre natura avesse voluto risparmiare almeno questo insulto a una città che di insulti ha ricevuto abbastanza. Il Furama invita, implora, i turisti, proponendo prezzi imbattibili, 50 dollari al giorno colazione compresa e 400 dollari per una settimana di escursioni con lezioni subacquee, quasi due anni di stipendio per un lavoratore medio di Da Nang, ma un affare per un turista americano, giapponese o europeo. E i dintorni, verso i Monti di Granito, sono ancora cosparsi di carcasse di panzer, di jeep corrose dall’umidità, di spettri di corpi tornati a essere fango nel fango, per chi volesse ricordare. I bambini con gli occhi rotondi o qualche sfumatura rossiccia nei capelli neri e diritti, vendono falsi accendini Zippo e collane di "dog tag", di piastrine di riconoscimento con i nomi di americani caduti, probabilmente anche quelle false, mentre i loro padri, i liberatori di Da Nang, servono colazione continentale compresa, ai turisti di quella nazione che sconfissero pagando con due milioni e mezzo di morti. Nella sabbia calda di China Beach, trent’anni dopo, la storia torna a rovesciarsi. Due uova fritte con bacon e caffè, compagno, e vedi di sbrigarti.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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