Michele Serra: Il dolore unico della retorica

Dire che il lutto e il rispetto, in questi giorni, sono unanimi forse non basta, se questa unanimità non ha saputo trovare, sui media e specie in televisione, gli accenti verosimili, e sinceri, delle diverse opinioni e delle diverse culture. La sensazione di telecamera unica, di un unico sguardo e di un unico linguaggio, ha pervaso molti italiani mano a mano che l´accanimento mediatico finiva nell´imbuto asfissiante della retorica. E poiché la retorica scava dall´interno le parole e le emozioni, le svuota, le rende inespressive, viene da chiedersi se davvero il silenzio (come sottolinea, tra i pochi altri, Rossana Rossanda) non sarebbe stato il necessario rimedio al progressivo ingorgo di parole sempre uguali che hanno generosamente, ma spesso maldestramente, accompagnato l´agonia e la morte del Papa.
L´accanimento mediatico, come quello terapeutico, spesso (non sempre) è animato dalle migliori intenzioni. Quelle peggiori si sono avvertite nell´ansia leggermente scostumata con la quale le diverse reti si accalcavano attorno all´evento nella speranza di dare "per primi" la notizia della fine, come se pochi secondi facessero una differenza, e segnassero qualche merito. Ma anche restando alla necessità, in un momento così pubblico, di informare e magari di aiutare ad esprimere il lutto della comunità dei credenti, e il lutto differente ma ugualmente sentito (anche se quasi ignorato dalla televisione) degli italiani non credenti, ci si chiede se questa necessità dovesse obbligatoriamente portare alla ripetizione agghiacciata, e spesso agghiacciante, delle stesse parole e delle stesse immagini su tutte le reti, per ore, per giorni, fino a dare la sgradevole impressione che la fine dell´agonia potesse essere un sollievo non solo per la sofferenza del Papa, ma anche per quella dei responsabili dei palinsesti che non sapevano più come ingannare l´attesa…
La piazza reale, San Pietro visitata dai fedeli come l´immenso atrio della casa di Dio, figurava più composta e più imperscrutabile della piazza mediatica, più misteriosa e riflessiva dell´immagine trasmessa in tutto il globo. Tentando di amplificare la lunga, lunghissima veglia funebre, di trasformare in "evento" la fede e la preghiera, le dirette hanno ingigantito fino allo sfinimento il delicato stillicidio dell´attesa. Ne è sortita una specie di giaculatoria giornalistica che non aveva, non poteva avere la grazia della preghiera, e tanto meno assistere l´interesse e le emozioni di quella parte del pubblico che, su questo Papa e sulla Chiesa in questo delicato passaggio, avrebbe voluto davvero "informazione", non solo commemorazione rituale e cordoglio ostentato. Curioso che proprio lo zelo di un giornalismo compattamente "fedele", almeno nelle partecipazioni funebri, abbia avuto così poco da dire sulla ricchezza e sulla complicazione di un mondo, quello cattolico e quello cristiano, che non finisce con questo Papa, e già discute (con ovvie e vitali divisioni) sulla sua successione, ed è diviso anche su alcuni aspetti di questo pontificato.
Non era facile informare su un avvenimento storico così importante, sulla fine di un capo spirituale così determinante. Ci si è rifugiati, nella quasi totalità dei casi, nell´ovvia espressione di un dolore costernato, già impostato, incapace di parole differenti e spaventatissimo dall´idea che eventuali zone di silenzio, oppure scelte di palinsesto meno grevemente immobili, potessero essere confuse per anticonformismo, o mancanza di rispetto. Ma un rispetto troppo facile, così corale da sembrare intimorito, non aggiunge nulla alla preghiera dei credenti, e nulla alle preoccupazioni, alla curiosità culturale, alle emozioni dei non credenti. Molti dei quali, in questi giorni, si sono sentiti per niente rappresentati dalla piazza mediatica italiana, non convocati, assenti.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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