Vittorio Zucconi: Ambiente. Il mondo non è più lo stesso

Fissata nei nostri occhi di scolaretti o, più tardi, di automobilisti curvi su un atlante stradale, la faccia del mondo ci guarda dalla nostra memoria con l’espressione statica e immutabile. Qui lo "stivale" italiano con l’arco delle Alpi, là quella flaccida escrescenza continentale chiamata Florida che identifica subito il Nord America, le chiazze di ghiaccio ai due poli, le curvature concave e convesse dell’Africa occidentale e dell’America Latina. Cambiano i connotati politici, i confini, ma i profili fisici delle "carte mute" ci sembrano fissi, i loro spostamenti geologici impercettibili, fuori dalla breve scala temporale della vita umana. Fino a quando i maledetti satelliti della Nasa e gli eco-cartografi delll’Unep, il braccio ecologico delle Nazioni Unite, ricompongono un pezzo alla volta i connotati, li confrontano con altre foto satellitari di appena 30 anni or sono e scopriamo quanto a fondo noi uomini stiamo sfregiando il volto della madre. Rivedere chiunque trent’anni dopo è sempre un shock e il tempo lavora sui figli come sulla madre. Ma quello che il nuovissimo Atlante ecologico dell’Onu uscito ieri a mezzanotte ci illustra sbalordisce, perché trent’anni, nei tempi della galassia, sono un nanosecondo, un sospiro. Nelle foto raccolte e comparate, vediamo invece nuove terre, coste spostate, intere regioni inghiottite dalla plastica delle serre, ghiacci ritirati, foci e delta di fiumi modificati, foreste divorate da edifici e favelas. E il tragico film dello tsunami umano, per usare un’espressione purtroppo ormai banale, al confronto del quale lo tsunami marino è stata una flebile vendetta della Terra contro i suoi invasori. I danni fatti dall’onda anomala sono stati graffi alle coste dell’Oceano Indiano, rispetto alle unghiate che l’onda umana ha scavato per sempre. La baia di Laizhou, dove il Fiume Giallo si getta in mare, è irriconoscibile, ha preso la forma di un uncino, ora che una nuova penisola è cresciuta dal nulla e la sta chiudendo come una laguna. La provincia di Almeria, nel sud della Spagna, era una pallida landa agricola verdognola, punteggiata di pochi campi nel 1974. Ora è una superfice completamente coperta da serre scintillanti sotto il sole che occupano tutta la terra dal mare alle colline e ad Almeria l’effetto serra è già reale. Nelle zone subsahariane, investite dalle armate di profughi transumanti che passano avanti e indietro come misere cavallette devastando tutto per sopravvivere, si stringono ancor di più le zone fertili e avanzano i deserti. Le foreste di palme da datteri in Mesopotamia, verso gli stretti di Shatt al-Araba che dividono l’Iraq dall’Iran erano un’oasi lunga centinaia di chilometri nel '75, verdissima come le sponde del Nilo. Ora è una pallida ombra di pochi alberi in agonia, sfumature di grigio sul grigio. Nel 1973, il parco di Iguazù, condiviso da Brasile, Paraguay e Argentina dietro la diga di Itapù era ancora un lembo di foresta amazzonica. Oggi soltanto la parte oltre il confine argentino è ancora verde, il resto è morto sotto le costruzioni, un segno visibilissimo di come siano le scelte umane, delimitate da quel confine, a determinare i cambiamenti della Terra. Ma le foto raccolte in questo atlante dell’orrore ecologico non fanno in fondo che confermare quello che in molto respingiamo eppure constatiamo nelle file di automobili in questi tragici week end estivi, nelle risse per discariche e inceneritori, nelle battaglie per impossessarsi di spiagge e coste, compresi coloro che disprezzano i "verdi" e irridono ai burocrati dell’Onu, ente da anni ormai disprezzato e insolentito come un rottame inutile da buttare per rimpiazzarlo con il concerto dei più forti. Esso conferma la sensazione che, seppure non tutte le grida e le profezie delle Cassandre siano vere, allo stupro della Terra concorrano tutti, non soltanto i ricchi e le "multinazionali" della vulgata buonista e no global, ma che la progressione geometrica della popolazione mondiale, la produzione incessante di detriti e di rifiuti solidi, liquidi, gassosi, non possa continuare all’infinito senza fare ciò che questa mappa dello sfregio illumina, senza devastare i connotati all’unico pianeta sul quale, per molti secoli ancora, saremo costretti a vivere. le foto di questa pagina sono tratte dal sito www.unep.org (United nations environment programme).
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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