Vittorio Zucconi: A tu per tu con Springsteen

Intervistare Bruce Springsteen è come parlare con te stesso, con qualcuno che ti porti dentro da quando la sua voce divenne anche la tua voce, cantando un futuro che sembrava tutto possibile. Quando sbuca da dietro un paravento nel camerino dove lo aspetto nel palazzone ancora vuoto, solo, senza cortigiani, magrino, molto più piccolo di quanto appaia sugli altari dei palcoscenici, con quel suo "morso inverso", la mandibola sporgente alla Fabio Capello.
Vestito in una camiciola chiara con un patacchina rossa sul bavero lasciata dalla cena frettolosa, non è una megastar, un´icona del rock, un trovatore con l´armonica e la chitarra quello che mi offre la mano ridacchiando ‟oh yes, yes, hi!” ciao, con il risolino difensivo dei timidi. E l´incarnazione di tutto ciò che abbiamo adorato dell´America e ancora ci ostiniamo, chiudendo gli occhi e ascoltandolo, ad amare.
Del ‟Boss” che siede con me in camerino, il sedere risucchiato da orridi divani di pelle nera genere ‟soggiorno cameretta a comode rate”, non sapevo nulla, che non fossero le sue note, gli accordi e i versi dei suoi pezzi. Neppure che non gli piacesse affatto essere chiamato ‟the Boss”, un soprannome che gli venne quando lavorava d´estate come carpentiere per pagarsi gli strumenti e per arrotondare la miseria delle scritture per le ‟gigs”, le esibizioni negli squallidi locali del prosaico, torvo New Jersey delle raffinerie e delle discariche tossiche. ‟Lo trovo così corny” mi dirà alla fine della intervista per ‟Radio Capital”, la prima intervista vera ed esclusiva che lui abbia mai dato a una network radiofonica italiana, usando questa parola intraducibile, corny, volgare, banale, artificiale, fate voi, comunque di cattivo gusto. Non sapevo, perché la musica e il rock non sono il mio mestiere, che una metà esatta di lui è campana, di Sorrento, come la madre Adele Zirilli, che una volta si portò addirittura in tournée facendola ballare con lui sulla scena. Sapevo che l´anno scorso si era speso su un terreno sul quale non era mai entrato prima, in politica, addirittura in campagna elettorale, per averlo visto al palazzo dello sport Mci di Washington farsi venire inutilmente la raucedine a implorare ‟un voto per cambiare”. Cambiare Bush, s´intende, e rischiare l´ostracismo di un´America in guerra.
Ma neppure se fossi stato uno di quei fans che consultano le liriche di ‟Born to Run” come il breviario (‟il pezzo che farei ascoltare al mio bambino più piccolo, per dirgli chi sono e che cosa ho cercato di fare nella vita”) e conoscono a memoria i testi di ‟Nebraska”, delle ‟Streets of Philadelphia” o del suo fresco ‟Devils and Dust”, demoni e polvere, avrei immaginato che una super mega ultra star come lui si presentasse davanti a un giornalista così, senza entourage, senza cortigiani, senza schiavi e schiave con flabelli e trombe, senza precondizioni né domande scritte prima, disarmato e perciò disarmante. Niente groupies, le stupende ragazze che seguono le stelle come le donne dei reggimenti seicenteschi pronte a ogni battaglia, nessun profumino dolciastro di ‟pot”, di marijuana nell´aria, niente energumeni con occhiali neri e catene al collo come i gruppi ‟rap” e ‟hip hop”. Soltanto vecchi amici, compagni di strada, come il vecchio critico del magazine ‟Rolling Stone” che dopo avere sentito un suo concerto, scrisse ‟questa sera ho ascoltato il futuro del rock´n´roll” e da allora lo segue ovunque. O come la guardia del corpo personale, un vecchio signore ultrasettantenne vestito in una minacciosa maglietta nera attillata con la scritta Dia (Defense Intelligence Agency, la Cia del Pentagono) e K9, le unità canine della polizia, che ringhia e mi guarda storto, ma mi sembra più una ‟tata” che un gorilla.
Le pie donne che lo accompagnano, Barbara, la sua manager americana che mi minaccia di chissà quali pene corporali se oserò trattenerlo per più di un quarto d´ora e sottrarlo al riposino prima del concerto al palazzo dello sport di Assago (cosa che naturalmente farò) e Susan, la nutrice della sua casa discografica, la Sony Italia, più che organizzatrici sono baby sitter. Le madri surrogate che vegliano attorno alla culla di un bambino di quasi 56 anni, li compirà in settembre, fragile, prezioso, bisognoso di ogni assistenza e affettuosità perché non si spaventi. Perché riservi i suoi incubi e i suoi sogni alle due ore e mezzo che lo attendono là fuori, nel buio della sala dove già la gente comincia a intonare ‟Bruuuuuuu-ce Bruuuuu-ce” e pestare i piedi.
Non è un entourage, è una famiglia da viaggio, immagine di quella famiglia vera, i tre figli che ha lasciato in New Jersey (anzi, in Jersey come dice lui) con la moglie Patti Scialfa. Una famiglia ansiosa di proteggere e conservare questo autore che è forse l´ultimo di una generazione di ‟balladeers”, di menestrelli americani, di poeti degli sconfitti, i gay consumati dall´Aids a Philadelphia, le puttane cheap, a poco prezzo del Nevada, i cowboys immaginari del ghetto nero, le ‟schiene bagnate” dei clandestini messicani che muoiono sulle rive del Matamoros cercando di acchiappare il sogno americano. E soprattutto di quei soldati americani che muoiono in Iraq, come la sua generazione, ‟due amici miei”, mormorerà, ‟morirono in Vietnam”, circondati soltanto da ‟Devils and Dust”, da demoni e da polverone, ‟e tutto per le menzogne che Bush ci ha raccontato”, scuote la testa ancora riccetta e folta.
Non è più politically correct, cantare l´America dei losers, dei perdenti, in questo nuovo mondo di manichei armati di certezze e di fucili, e dubito che anche il suo pezzo su ‟Gesù che era un figlio unico” possa commuovere l´America dei neo crociati. Se c´è una nuova leva di trovatori della sconfitta e della tenerezza, ancora non si vede, forse qualche soldato nero scampato all´Iraq, mi dirà lui nell´intervista per ‟Radio Capital”, che tornerà a cantare a ritmo di ‟hip hop” il terrore nel quale ha vissuto, con il dito sempre sul grilletto. Non so neppure se anche Bruce Springsteen ci dica la verità, o il suo sia il trucco del politico che ci racconta quello che noi vogliamo sentirci raccontare, come se anche lui fosse in fondo una baby sitter che sussurra le ninna nanna a quella generazione che pesta i piedi là fuori e vuole continuare a credere alle altre Americhe. Glielo chiederò e la sua risposta sarà la sola che un uomo onesto, un entertainer, un poeta può dare: ‟Decidete voi, se vi mento”.
Gli scapperà un rutto, figlio di quella cena ingurgitata per trovare il tempo di qualche minuto con me, e un po´ mi sento in colpa. Gli resterà il mangiare sullo stomaco, quando dovrà compiere quello sforzo spaventoso di due ore e mezzo di concerto da solo, senza la band della E-Street? Avrà mal di stomaco per colpa nostra, di noi che vorremmo spolparlo per conoscere la verità di un´arte ormai quasi perduta, l´arte di muoverti il cuore, tra musicanti sintetici e stelle di plastica? Don´t worry, don´t worry, è lui a rassicurare me, a volermi parlare dei figli, che sono la sua ossessione, nell´angoscia di ‟che cosa sarà di loro”, nella paura di non essere un buon padre, troppo on the road, troppo risucchiato da noi, dai suoi adoratori, troppo egoista. ‟È così difficile essere un padre oggi”, sussurra prima che la vecchia tata muscolosa e le pie donne lo strappino ai tremendi divani neri e se non è il verso di una canzone, capisco che lo potrebbe diventare, perché non è una grande intuizione artistica, questa. È semplicemente una cosa vera, detta da un uomo che mi è sembrato, e ho paura a dirlo perché è una parte di me, vero.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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