Michele Serra: Olimpiadi invernali. I Giochi della montagna sulla pista del Lingotto

Sul tetto del Lingotto, di mattina presto, le Alpi si toccano con le dita. La fabbrica è morta, ormai da tempo disossata delle sue enormi macchine, e avviata a un presente mezzo museale e mezzo vegeto, alberghi, padiglioni, negozi, posti di ristoro, insomma quell´insieme decorosamente inglorioso che chiamiamo ‟servizi”. Ma la percezione del ‟post” è palpabile e malinconica, è nell´asfalto intonso e ora silenzioso della bellissima pista sommitale, è nel maestoso sentimento di vuoto, nella memoria dell´epopea industriale, padronale e operaia che pare estinta per qualche misteriosa catastrofe naturale, come i dinosauri, e come i dinosauri ha lasciato tracce mastodontiche e meravigliose, soprattutto l´interminabile rampa elicoidale che un tempo portava le automobili Fiat fino al tetto, e al cospetto delle montagne.
Così il Lingotto è diventato a suo modo un sedimento geologico, e i suoi acciai e cementi fronteggiano i graniti e i basalti dei monti quasi con pari dignità. Torino è proprio addosso alle Alpi, e le Alpi addosso alla città, e l´apparente forzatura di un´Olimpiade di montagna organizzata da una metropoli finisce per apparire, da quassù, il più naturale degli azzardi. Si vedono a occhio nudo, a Nord e a Ovest, gli imbocchi ombrosi delle valli, i ghiacciai scintillanti, i cumuli di nubi che si addossano alle pendici, e vengono pensieri geografici, si intuiscono i valichi e non molto oltre la Francia e la Svizzera, Lione e Ginevra, i traffici e le migrazioni, i castelli di guardia valdostani e gli eserciti in marcia, la via del sale, il contrabbando, i valdesi, il semi-mito dell´Occitania, e ovviamente i Savoia, francesi di montagna, che scendono a regnare sul Po con insospettabile predestinazione a fondare la nazione italiana.
La suggestione che ha portato un gruppo di torinesi moderni a volere le Olimpiadi del 2006 è in fondo tutta qui, basta affacciarsi al belvedere del Lingotto, valutare il paesaggio innevato e avvertire sotto i piedi l´agonia industriale, il silenzio di ciò che fu e non è più (l´elicottero dell´Avvocato atterrava qui quasi ogni mattina, dopo avere sorvolato la città), e avere voglia di fare qualcosa, di far girare quattrini (millesettecento milioni di euro investiti tra impianti, infrastrutture e opere di accompagnamento), di far venire gente da mezzo mondo, di fabbricare un pezzetto nuovo di zecca di storia sportiva, economica, sociale e culturale.
Servivano circa ventimila volontari, per far funzionare la macchina a cinque cerchi, se ne sono già presentati, con un anno di anticipo, trentacinquemila. ‟Torino ha una psicologia vagamente militare - dice tra il divertito e l´orgoglioso l´animatrice dei Giochi invernali, Evelina Christillin - se l´obiettivo è comprensibile la gente partecipa ed esegue, ha disciplina, serietà e voglia. Questa è una città che parla poco ma risponde sempre. È una città dove avere un´idea raramente è inutile”.
L´idea, per giunta, arriva in fondo a una storia sportiva profondamente strutturata, la storia di Torino culla dello sci e degli sport di montagna. Gli Agnelli, naturalmente, con quella stravaganza metà futurista metà villereccia che fu il primo Sestriere immaginato e voluto dal figlio del capostipite, Edoardo, con i brutti grattacieli che però, a rivederli adesso, paiono molto meno peggio dei baitoni-condominio, orribili e tutti uguali, che hanno assecondato il boom delle seconde case e dello sci di massa, e rendono tutte le Alpi o quasi un identico, mediocre esercizio di velleitaria edilizia piccolo-borghese.
La storia comincia negli anni Trenta, quando sciavano solo i signori. La cultura degli sport invernali fu importata da pionieri norvegesi e svizzeri, che insegnarono lo stem-kristiania ai ricchi piemontesi. Si sciava con pesanti abiti da escursione, con le pelli di foca e lunghissimi sci di legno, i primi impianti di risalita parevano un lusso esorbitante (e lo erano) ai montanari che ancora non riuscivano a immaginare che l´industria del dislivello gli avrebbe cambiato la vita e il destino, la faccia loro e la faccia delle loro montagne, fin lì immobili da millenni. Gli Agnelli, al Sestriere, erano attesi a fondopista da Fiat-giardinetta rigorosamente blu diplomatico. Il ‟Principi di Piemonte” era considerato uno degli alberghi più belli del mondo, si prendeva il sole su cestoni di paglia e poi ci si tuffava nell´acqua bollente, la sauna era una novità esotica e salutista, nel dopoguerra Vittorio Gassman e Paola di Liegi, quando ancora non era stata inventata la squallida e scema parola ‟vip”, scendevano in neve fresca seminando i primi flash dei paparazzi.
Erano gli apripista dell´invasione massiccia, irrefrenabile e inevitabile, dello sci di massa, che in Italia comincia nei Settanta, con il boom di Thoeni e della valanga azzurra. L´allenatore di Thoeni, il francese Jean V uarnet, getta il seme del clamoroso exploit turistico-industriale-promozionale creando un ‟pool” di fornitori della Nazionale, i materiali da sci diventano marchio, status-symbol e insieme prodotto popolare, un bel pezzo della fortuna padana (veneta soprattutto) nasce anche sulla scia dei perfetti scodinzoli di Thoeni e poi di Gros (piemontese di Sauze), milioni di scarponi, sci, giacche a vento, e nuovi tessuti coloratissimi e tecnologici, caldi e lievi, il goretex, il pile, la seta-lana.
Anche gli operai sciano, dopotutto la Fiat è anche un famoso volano dopolavorista e paternalista, sulle piste della Val di Susa e dalla Val Chisone arrivano i torpedoni e le utilitarie, gli sci-club di città, le famiglie che scoprono la neve. La montagna si arricchisce ma anche si congestiona, si snatura e sfiora l´infarto nelle code da week-end, negli sterminati parcheggi gasoleosi, nell´assalto alle funivie. Finché, ed è storia di adesso, i charter e le vacanze a basso costo in Asia e in Africa, col sole e il mare anche in pieno inverno, aiutano a decongestionare leggermente le Alpi (care e sempre meno concorrenziali). E forse, magari, passato il lungo choc trentennale dell´invasione e della cementificazione, si può provare a immaginare la via di un possibile nuovo equilibrio tra la montagna e la sua ingombrante clientela.
Il punto delicato di Torino 2006 sarà la viabilità, se non un tallone di Achille certamente una prova del fuoco. Si è in parte provveduto con ampliamenti della rete e si provvederà con molti divieti al traffico privato e un sistema di navette su gomma, anche se al Toroc parlano con qualche invidia dei Giochi americani di Salt Lake City, un´Olimpiade a stella con autostrade a otto corsie. Ma se lo Utah non ha le strettoie, le gole, le asprezze delle Alpi, probabilmente non ha neanche un Lingotto dal quale dominare tutta intera un´orografia spettacolare ma in fondo così raccolta, così domestica, così europea.
Le Alpi, tornando al nostro punto di vista di partenza, il tetto del Lingotto, sono l´orlo massiccio ma vulnerabile di una delle pianure più popolate, ricche e inquinate della Terra. Il loro destino si fabbrica a Torino e a Milano, a Brescia e Verona. Le Olimpiadi di Torino dovrebbero servire anche a questo, a renderci un poco più coscienti, e partecipi, di quanto sia preziosa e fragile l´infinita bellezza delle Alpi. Già un´industria, quella metalmeccanica, è al suo requiem: bisogna dunque che ci si curi della post-industria con quel sovrappiù di premura, e coscienza, che viene dalle brutte esperienze. Torino olimpica ci prova, è una bella sfida.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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