Michele Serra: Inter a Londra. L´illusione di un posto sicuro

Sarebbe stato davvero imperdonabile se una società "socialmente sensibile" come l´Inter morattiana fosse incorsa in una gaffe come l´annullamento della tournée inglese, già programmata da tempo. Di fronte alla confuse e contradditorie notizie di ieri, l´irritazione britannica, esplicita fino alla rudezza, non faceva una piega: proprio mentre ogni sforzo, nell´isola, è teso alla riaffermazione della normalità come risposta fondamentale (e largamente condivisa) all´attacco terrorista, ecco una prestigiosa squadra di calcio straniera che annuncia di voler rinunciare a una normalissima trasferta.
La giustificazione ufficiale dell´Inter (prima di tornare sui suoi passi e confermare la trasferta) era "non gravare ulteriormente" sulle già provate forze della sicurezza britannica. Sta di fatto che proprio gli inglesi avevano fatto ampiamente sapere di voler reggere l´urto del terrore non certo arretrando, semmai decuplicando le fatiche della loro security pur di non concedere neanche mezzo centimetro di spazio agli scopi destabilizzanti degli attentatori.
La "spiegazione" dell´Inter, dunque, confliggeva sgradevolmente con le intenzioni e i desideri dei suoi ospiti. E poiché lo stesso proprietario della squadra, Massimo Moratti, fino al giorno prima aveva garantito che i programmi della trasferta inglese non sarebbero stati modificati di una virgola, la desolante impressione era che i timori di pochi o molti giocatori e/o di qualche dirigente (uno dei quali, l´amministratore delegato Ghelfi, era in vacanza a Sharm el Sheik) stessero condizionando la posizione della società, suggerendo di rimanere "prudentemente" in Italia.
Ad aiutare l´Inter, sia pure in extremis, a evitare una figuraccia, tornare sui suoi passi e confermare il viaggio oltremanica, sono state le dure reazioni inglesi e il desiderio morattiano di evitare un "caso politico". Si aggiungano, a questa tardiva ma saggia decisione, due considerazioni. La prima è che nessuna destinazione e nessuna città (nemmeno le città italiane) sono, di questi tempi, luoghi di massima sicurezza. Il mondo intero, non solo quello occidentale, è sotto l´attacco del terrorismo islamista, e giocare a Londra piuttosto che a San Siro o a Dubai, comporta, sulla carta, comunque un margine di rischio, aeroporto per aeroporto, albergo per albergo, pullman per pullman. O ci si rinchiude tutti in bunker, palleggiando contro il muro, o si accetta, pazienza se malvolentieri, il logico rischio di continuare a vivere comunque, e alla faccia delle minacce dei fanatici.
La seconda considerazione è che il mondo del calcio, più di altri, ha spesso dato adito a sospetti di una sua aurea extraterritorialità, di una viziata distrazione rispetto ai problemi del mondo "normale". Questo nonostante lo star-system del pallone, specie nel Terzo Mondo, sia investito di una visibilità, e di una popolarità, che lo inchioderebbe a una esemplarità positiva, e gli suggerirebbe di farsi testimonial virtuoso di comportamenti e decisioni positive, utili a far riflettere.
Che questa volta il sospetto di bambagiosa asocialità potesse cadere sull´Inter di Moratti, in altre occasioni impegnata a mettere il naso anche fuori dal proprio Parnaso, sarebbe dispiaciuto, lo ripetiamo, doppiamente. Ha rischiato di accadere, non è accaduto. Speriamo che polemiche e sospetti servano, per il futuro, a evitare nuovi casi analoghi. A massimo rischio di pessima figura.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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