Michele Serra: Noi, orfani di Tonino Carino costretti a cambiare vita

Torna il campionato e fa l’effetto di un detenuto in libera uscita: una simpatica canaglia, con una fedina penale ormai gloriosa (evasione fiscale, bancarotta, truffa aggravata, corruzione, rissa). E però vederlo sgambare sul campo verde ci dà sollievo, mai perdere la fiducia nello sport come veicolo di recupero sociale! Lo seguiremo, dunque, con il tradizionale affetto, da quei collusi sostanziali che siamo. Anche se il mascalzone, per lucrare meglio sul proprio discutibile fascino, ha venduto i diritti televisivi a destra e a manca (più a destra che a manca), e ci chiede il tributo ulteriore di un percorso televisivo faticosissimo e tutto da aggiornare, perfino più intricato dei precedenti, con Mediaset, Rai e satellite che fanno a brani lo stesso romanzo. Il telecomando, anzi i telecomandi (ognuno ne ha ormai un cesto pieno) dovrebbero orientarci nei nuovi palinsesti calcistici. Ma è come se avessero cambiato, proditoriamente, durante l’estate, il percorso delle linee di trasporto urbane, cancellando abitudini inveterate, costringendoci a imparare tutto daccapo. Non è questione di essere tradizionalisti: è che, per esempio, alle diciotto e quindici di ogni domenica, accendere su Raiuno (come si fa da generazioni) e non trovare più Novantesimo minuto, quella sigla, quelle facce, sarà uno choc non richiesto, uno strappo imposto, come l’abolizione della fermata d’autobus sottocasa. E da lì, spostandoci su Canale 5, ci accorgeremo che tutto è cambiato. Per dire il vero il padre di tutti i traumi, almeno per quelli dai quaranta in su, si è già abbattuto sulle nostre psicologie tifose, sentimentali e conservatrici: è stato quando ‟Tutto il calcio minuto” per minuto, sublime monopolio radiofonico dei gol in diretta, pura voce e urla di sottofondo, autoradio in gita, pigro tinello invernale, perse di colpo il proprio fascino rarefatto per mano di Sky, che i gol in diretta non li fa più sentire, ma decisamente vedere, con tanto di replay. Ci parve una profanazione inaudita, come spiare ingordamente in una camera da letto fino a lì inaccessibile, e dalla quale potevamo udire solo i sospiri e l’urlo orgiastico del gol. Ci abituammo in fretta, questo va detto, perché ogni mugugno passatista viene poi spazzato via dai comfort della modernità. Allo stesso modo ci abitueremo al calcio mediasetizzato, volenti o nolenti, anche se temiamo non poco il passaggio di antichi rituali ai nuovi linguaggi caciaroni e plastificati della televisione commerciale. La Rai, perfino nel suo maldestro e rovinoso sforzo di emulazione nei confronti del monopolio commerciale, non aveva mai perduto del tutto quel tono vagamente notarile e azzimato (da servizio pubblico di una volta) che a noi piaceva tanto, nel calcio, perché tendeva a non sovrapporsi all’evento sportivo. Quel sottotono noiosetto ma civile, bigio ma cortese, che accompagnava il godimento da tifo con discrezione: ora che ne sarà? L’idea forsennata che tutto sia show, tutto sia volgarmente enfatico, ci verrà risparmiata da Mediaset almeno per quanto riguarda il sacro rito domenicale (ormai radicato anche al mercoledì), per noi già così ricco di pathos da non richiedere didascalie troppo ingombranti, commenti troppo pacchiani? E poi: il chiacchiericcio dilagante dei talk-show calcistici, alluvione fradicia di banalità e narcisismi, uscirà calmierato oppure ringalluzzito da questa redistribuzione degli spazi e delle competenze televisive? è anche questa un’ansia legittima, perché il dubbio che, per esempio, la Rai deprivata di molte immagini voglia ovviare centuplicando il bla-bla, e Mediaset voglia non essere da meno per festeggiare da par suo il nuovo strapotere, è un dubbio molto concreto ( la competizione, in televisione, è sempre al peggio). Diciamo così, allora: che non sarà il pregiudizio, non sarà il fastidio di dovere resettare orari e abitudini, a orientare il nostro umore. Sarà il giudizio sui risultati concreti del nuovo assetto: se la copertura sarà attenta al campo più che alle ciance, al gioco più che ai lustrini, e se il profilo molto ingombrante dei nuovi conduttori (un nome per tutti, Bonolis) riuscirà a non oscurare il pallone, a mettersi al suo servizio, a capire che una cultura popolare e nazionale come il calcio non gradisce di essere colonizzata più di tanto da altri linguaggi, come quello dello show televisivo. Se, in una frase sola, la televisione sarà al servizio del calcio o, come è lecito temere, il calcio sarà al servizio della televisione. Nel quale caso echeggerà, inevitabilmente, il grido «ridateci Tonino Carino».
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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