Vittorio Zucconi: Uragano a New Orleans. La vendetta della natura

La vendetta dell´acqua sugli uomini e sui loro presuntuosi progetti, l´acqua caduta dal cielo, spinta dal mare, tracimata dai laghi, dalle paludi e dal fiume, si distende come un sudario grigio nelle prime immagini della sera e del mattino dopo, dove gli effetti del passaggio di "Katrina" si possono finalmente vedere e misurare dall´alto.
È sempre l´acqua, non il vento, l´arma di distruzione di massa degli uragani e se New Orleans non è affondata, se non è divenuta quella nuova Atlantide che il suo stesso sindaco Nagin temeva, galleggia solo perché all´undicesima ora l´uragano ha zigzagato e si è indebolito abbastanza per risparmiare un colpo diretto al suo vecchio cuore francese.
Ma il resto della città, i quartieri esterni, le zone accanto alla diga di contenimento che non poteva reggere e alle pompe sopraffate da 30 centimetri di pioggia all´ora, è divenuta una fetida e involontaria "Venezia on the Mississippi" come le altre città vicine, Gulfport, Mobile, Biloxi, Pascagoula. A New Orleans est, sulla quale è passato l´occhio di Katrina e gli argini di terra hanno ceduto, le strade sono come canali increspati dalle "ochette", le creste delle onde, l´acqua è salita ai secondi e terzi piani, furgoni sono spazzati via. Decine di migliaia di persone, forse 150 mila, le più povere in questa città che dietro la civetteria turistica, le leggende del voodoo, la remoulade di gamberetti rossi e le magnifiche donne creole, è la più miserabile delle metropoli americane con il 27% degli abitanti e il 40% dei bambini sotto il livello di povertà, sono rimaste senza casa. Soltanto con la seggiolina nello stadio coperto dei "Saints" il vecchio "Superdome" dove sono attruppati, sotto un tetto che ha perduto pezzi di copertura, ma non si è mai scoperchiato, e ora gronda acqua sugli sfollati.
Arrivano le truppe della Guardia Nazionale per mantenere l´ordine e scortare i volontari della Croce Rossa americana che ha lanciato la più grande mobilitazione della sua storia, pensando al peggio che non c´è stato. Volano gli specialisti del Genio Militare per rimettere in funzione le pompe e controllare dighe e argini che, dicono gli ufficiali del Genio con tipico riflesso universale burocratico, «comunque non abbiamo costruito né mantenuto noi». Potrebbero arrivare, lunedì prossimo, anche i barili di petrolio liberati per ordine del presidente Bush dai 700 milioni di greggio (111 miliardi di litri) custoditi nelle caverne di sale della "Riserva d´Emergenza Nazionale" in Texas, se la speculazione, frenata ieri dopo gli eccessi delle prime ore e la scoperta che Katrina era stata meno feroce del previsto, dovesse tornare a mordere oltre i 70 dollari al barile.
Sono cerotti, palliativi, pannicelli, soprattutto sospiri di sollievo. Se città come Gulfport, Baton Rouge o Pascagoula sono andate sott´acqua, se i miserabili sono affondati ancora un po´ di più nella melma, chi se ne importa. Il quartierino turistico, la faccia imbellettata di New Orleans si è salvata. Il delta del "grande fiume padre", il Mississippi che quando è in buona vomita il limo più fertile e profondo della Terra, la New Orleans dei sobborghi costruiti ottimisticamente sotto le dighe sul bordo della conca di terra che contiene la città, la costa tra gli Stati della Louisiana, del Mississippi e fino all´Alabama dove il 40% del petrolio viene raffinato, impiegheranno mesi per tornare quello che erano lunedì alle 6, quando la muraglia di acqua e di vento venuta dal Golfo ha toccato terra con la violenza di uno tsunami. Il Vieux Carrè, la New Orleans turistica e godona si è salvata, ma nel resto della Lousiana, ci sono ufficialmente 750 mila persone senza elettricità, dunque senza frigoriferi, condizionatori per l´afa umida della fine estate, attrezzature mediche per pazienti a casa, telecomunicazioni, e lo saranno per almeno un mese.
Non avrà bisogno dei nostri aiuti, di pacchi Onu e di beneficenza internazionale per risanare gli almeno 30 miliardi di dollari in danni, l´America di questa brutta estate 2005 finita, proprio nel giorno della riapertura delle scuole ieri, con l´aggressione della natura a coste dove sono state costruite città, porti, raffinerie, alberghi, villaggi turistici, case di riposo, esattamente sulla rotta di cicloni e tempeste tropicali che regolarmente si formano, ben prima che gli scienziati accusassero il riscaldamento del pianeta. Ha abbastanza soldi e mezzi, questa America, per risollevarsi da sola e il solidarismo collettivo, lo "spirito del villaggio" del West nel quale tutti gli abitanti si passano il secchio per spegnere l´incendio scatta ammirevolmente. Non c´è paese o cittadina dalle quali non stiano partendo squadre di pompieri volontari, di sanitari, di elettricisti per pulire, puntellare, curare e rimettere in piedi i pali spazzati e i trasformatori bruciati. Meno altruisticamente, sulle autostrade verso la Costa del Golfo viaggiano in queste ore anche i «migranti delle catastrofi», i carpentieri, i muratori, gli idraulici spesso con le famiglie e l´auto al traino del camper, che seguono i disastri nazionali per guadagnarsi da vivere con la ricostruzione.
Ma questi disastri cosiddetti naturali, nei quali in realtà è lo sviluppo della società artificiale laddove non dovrebbe osare a subire la vendetta della natura, come furono l´eruzione del vulcano St. Helen, la spaventosa alluvione del Mississippi, i grandi uragani come Hugo, Andrew, Ivan, i terremoti nella San Francisco edificata speranzosamente sulla più attiva falda sismica americana, sono "memorandum" di umiltà, lezioni impartite alla eterna illusione dell´uomo signore del proprio ambiente. Faceva rabbia e tenerezza, per la sua ostinata sordità, il presidente Bush, che aveva lasciato il suo rifugio estivo nel Texas per volare dalla parte opposta del Paese, nell´asciuttissima Arizona, ad annunciare ai milioni di sfollati, di cittadini senza casa, senza elettricità, senza lavoro, che avrebbe «pregato per loro». Molte preghiere, forse un po´ di petrolio, qualche buon consiglio da mamma («non lasciate ancora i vostri rifugi») è tutto quello che il comandante supremo della più formidabile nazione della Terra può fare e dire.
La palla, quando la natura si rivolta, è nel campo dei singoli Stati colpiti, dei governatori, dei sindaci, delle singole Guardie Nazionali che per queste emergenze esistono, e non per saltare in aria nei deserti d´Arabia e il governo federale deve soltanto assicurare la stampella finanziaria e fiscale dello stato di emergenza. Se lo vogliono, se pensano che convenga loro politicamente, i presidenti possono al massimo portare la propria presenza simbolica e paterna, visitare gli sfollati, consolare i bambini, sporcarsi le scarpe nel fango. Oggi sono in molti a chiedere a Bush di uscire dal "cocoon", dall´involucro della vacanza, dei consiglieri e dei grotteschi comizi precotti sulla «immigrazione clandestina», come ha tenuto ieri ignorato persino dalle sue reti tv pon pon come la Fox, troppo occupata a riprendere i proprio inviati sotto l´acqua e il vento per fare scena e ascolti, per andare a New Orleans, e sperabilmente lo farà.
Ma spetterà al sindaco Nagin di New Orleans, alla governatrice Kathleen Blanco, ai senatori degli Stati colpiti, la fatica vera di tamponare e di ricostruire, magari spartendo quelle torte di appalti e di finanziamenti che nella vita politica del profondo sud americano sono il grasso che fa girare ogni ingranaggio e stringe la rete dei good old boys, dei vecchi ragazzoni, e oggi ragazzone, bianchi della buona società, lasciando a politici di colore, come a Ray Nagin, la rogna di diventare sindaci.
Katrina non ha distrutto New Orleans, ha scoperto soltanto, e ancora una volta, la fragilità nervosa della potenza tecnologica di fronte alla potenza della natura, e quella voracità mediatica che spedisce cronisti e telecamere nei luoghi più pericolosi, nella inconfessabile speranza di diventare essi stessi la notizia del giorno e vederne uno spazzato via dalla marea. Katrina ha scoperchiato il vero peccato della città dei peccati, che non sono le povere streghine del voodoo o le finte "studentesse" che partecipano alle orge del Carnevale, ma è la colpa di avere ancora, 140 anni dopo la Guerra di Secessione, un cuore di schiavi della miseria più nera, marcio come la terra dei bayou sulla quale galleggia.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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