Vittorio Zucconi: New Orleans. Precipitati nel terzo mondo

La città annegata che vediamo affiorare come un clandestino caduto in mare è il film della nostra modernità umiliata. Se lo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano fu la parabola orribile della fragilità del mondo povero, la tragedia del Golfo è la rappresentazione del contrario.
È l'umiliazione della potenza industriale e tecnologica di fronte a un disastro cosiddetto naturale, che diventa disastro tale solamente perché si è abbatte su un mondo innaturale e quindi incapace di assorbirlo.
Il tremendo paradosso di quello che stiamo vedendo e vivendo negli Stati Uniti, dove il contraccolpo si avvertirà su tutta l'economia, sulla politica, persino sulla guerra in Iraq dimenticata anche nel giorno della strage di Bagdad, è che la complessità e la sofisticazione del tessuto urbano di una metropoli come New Orleans rende più difficile, e non più facile, sopravvivere.
La superiorità materiale del "Primo Mondo" si rivolta oggi contro abitanti sparati e in 24 ore in un "Terzo Mondo" che non sanno come affrontare. È più semplice per un villaggio di pescatori in Indonesia ricostruire la propria povera normalità di quanto lo sia per una città regione di 4 milioni di abitanti completamente dipendenti dalle proprie infrastrutture tecnologiche per vivere, mangiare, lavorare. Rimettere in funzione una centrale nucleare o centro direzionale devastato che, senza aria condizionata e senza collegamenti telefonici, è un inutile monumento di cemento armato è spaventosamente più complesso che riorganizzare la microsocietà di una piccola comunità elementare. A New Orleans non riapriranno le scuole per almeno due mesi, ci informano i governatori dei due stati più devastati, la Louisiana e il Mississippi che hanno parlato, con scarsa sensibilità storica, di una "Hiroshima". Non sanno che nella Hiroshima assai più primitiva di una New Orleans, le prime scuole riaprirono tre settimane dopo la Bomba, spesso all'aperto, con gruppetti di scolari seduti tra le macerie attorno al maestro. Cosa impossibile nella città americana o europea del 2005, dove il sistema scolastico è completamente schiavo del sistema dei trasporti e delle comunicazioni pubbliche o private, per funzionare.
Nutrirsi, mangiare, soddisfare le esigenze più elementari, il pannolino, la formula, i medicinali, un cambio di biancheria, un sapone, divengono imprese inarrivabili, nella chiusura dei supermercati e dei negozi, un fatto che spiega la furia dei saccheggi alla quale anche molti poliziotti si sono uniti. Una comunità condizionata e dunque prigioniera del proprio sviluppo si trova costretta a vivere improvvisamente come profughi del Darfur, ma senza avere il lungo, tragico addestramento quotidiano alla sopravvivenza e all'arrangiarsi. Creature addomesticate dallo sviluppo ora sono costrette a un passaggio nello stato di natura. Le vediamo vagare confuse, processioni di profughi che ciondolano sui mozziconi di ponti o si incamminano con fagotti sulle spalle, senza sapere dove vanno, pur di andare. Mentre incombono le notti affidate alla luna e alle stelle, tornato improvvisamente luminosissime nella mancanza di luci.
Nessuno osa fare previsioni sui tempi necessari per ricostruire la rete di trasmissione elettrica, perché i trasformatori e le sottostazioni sono tutte sott'acqua e le dighe hanno tutte ceduto. Le linee telefoniche terrestri sono fuori combattimento e soltanto i generatori tengono in funzione alcune "celle" per i telefonini e permettono ai camion satellitari delle televisioni di trasmettere i loro segnali.
La centrale nucleare che alimentava New Orleans è stata saggiamente bloccata prima che Katrina arrivasse. La distribuzione alimentare, costruita su frigoriferi di grossisti, dipende ora dalle colonne di autocarri militari che stanno avanzando con le razioni da campo. Parlare di lavoro, dunque di salari, non ha alcun senso, nella devastazione di magazzini, uffici, alberghi, casinò, persino di stazioni tv e giornali, tutti chiusi o evacuati. L'acqua deve essere bollita, ma con che fuochi, domanda la gente, se gas ed elettricità non ci sono?
La lezione di Katrina è banale eppure inascoltata. La modernità di una struttura urbana la rende non più resistente, ma più vulnerabile all'evento catastrofico, anche nel tempo della cosiddetta "guerra al terrorismo", quando le metropoli americane dovrebbero, ormai da almeno quattro anni, essere preparate a reagire in caso di attacchi devastati. Non esisteva invece un piano d'emergenza che fosse pronto a misurarsi con l'assalto di un terrorista naturale che aveva almeno, a differenza dei terroristi uomini, pubblicizzato da una settimana il suo arrivo. Se questo è il risultato della "sicurezza", che cosa accadrebbe a New York, a Boston, a San Francisco, a Washington, se il "doomsday scenario", la sempre annunciata aggressione terroristica con materiali radiottivi o con armi biologiche dovesse avvenire? Con i miliardi di dollari che il governo riverserà sulle zone colpite, ora che finalmente Bush si è deciso ad abbandonare le sue ormai insolenti ferie, a svolazzare a bassa quota sulla regione, dopo due giorni di inutili comizi su una guerra in Iraq che interessa soltanto chi la sta combattendo, New Orleans, Gulfport, Biloxi torneranno a vivere, tra mesi o anni.
Ma la mazzata di Katrina non ha scoperchiato uno stadio di football, ha scoperchiato la supponenza della nostra modernità, le illusioni del mondo wired, collegato, elettrificato, a banda larga, come ha scoperto imbarazzato un senatore del Mississippi quando ha invitato i cittadini a "collegarsi a internet per avere informazioni". Quale internet, senatore, gli ha chiesto un cronista? Non è più l'America, quella che vediamo a pezzi sullo sfondo delle processioni umane dei profughi vaganti, quasi tutti neri di pelle, perché sono loro, quelli che non avevano i mezzi e i soldi per fuggire (E per andare dove? Come? Con quali soldi?) quelli che sono andati a fondo. Non ci sono differenze visibili tra il pescatore cingalese e la vecchia nera rimasta con la sola borsetta, sfollata e in attesa di un autobus militare che la porti chissà dove. Entrambi vivono in un "Terzo Mondo", dipendenti dagli altri ma, per gli alieni in casa propria di New Orleans, reso più crudele dalle rovine di quel "Primo Mondo" che li ha traditi. E che ora li circonda come un set cinematografico reale e senza lieto fine.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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