Vittorio Zucconi: 2005. Le onde sopra New Orleans

All’alba del 24 agosto, il dottor Evan J Blake del centro nazionale per gli uragani in Florida sorseggiò il suo terzo vaso di caffè amaro e guardò lo schermo del radar Doppler. Sul tavolo di lavoro, il collega del turno di notte aveva lasciato una nota: "Keep an eye on the Bahamas thing", tieni d’occhio la "cosa" della Bahamas e il dottor Smith aveva seguito il consiglio. La "Bahamas thing", un innocente sbuffo di nubi e di vento come mille altri attorno alle settecento isole delle Bahamas, era cresciuto mostruosamente nella notte, nutrito da un oceano che aveva raggiunto la temperatura umana, 37 gradi.
Il dottor Blake non perse tempo. Scrisse in cinque righe asciutte il certificato di nascita della dodicesima "depressione tropicale" atlantica 2005. Era ancora troppo piccina, troppo debole, per meritare un nome che avrebbe acquisito soltanto se fosse cresciuta fino a essere un uragano ma, per curiosità, Evan J Blake scorse la lista dei nomi alternati maschili e femminili preparati in anticipo per la "hurricane season" 2005. I primi dieci erano stati consumati da uragani già passati dal mese di giugno, Arlene, Bret, Cindy, il primo disponibile era l’undicesimo. Un nome da straniera, grazioso. Katrina. Cinque ore più tardi, a tremila chilometri di distanza dal meteorologo in Florida, Walter Maestri compose sul telefono cellulare il numero del redattore del ‟Times Picauyne”, il quotidiano di New Orleans, che da anni era il suo contatto. ‟Ho un brutto presentimento - disse il vecchio italo americano, ex direttore dei servizi di emergenza a New Orleans - con questa depressione dalla Florida”. ‟Walter, Walter, sono vent’anni che tu hai brutti presentimenti”. Maestri non rise. ‟Questa mattina sono andato a dare un’occhiata alle mie dighe sul lago. Non hanno fatto niente, neanche un lavoro di quelli che avevo raccomandato e se ci arriva addosso un uragano, che Dio ci protegga”. ‟Che Dio ci protegga” lo salutò il reporter, che aveva poca fede ma molto da fare. Quando anche lui, come tutta la redazione del "Times" fu costretta a scappare in barca, rimpianse di non avere pregato. Katrina fu straordinariamente veloce, ma anche dispettosa. Corse zigzagando e attraversando il Golfo in soli tre giorni, ingannando i cacciatori di disastri mandati dalle network per farsi sbatacchiare in diretta nel centro di New Orleans, che entravano e uscivano dal "Sonny’s bar" nel French Quarter, l’unico rimasto aperto, a bere "Margaritas" a metà prezzo, senza catastrofi da raccontare. All’ultimo istante, erano le sei del mattino della domenica 27 in Louisiana, la carognetta aveva fatto l’ennesimo zig, si era addomesticata a una "categoria 4", appena 240 chilometri l’ora, e stava passando accanto, non sopra New Orleans, lasciando i reporter sotto una pioggia qualsiasi, in strade lucidate dall’acqua, ma intatte. Nel pomeriggio, mentre Katrina bastonava città a est - Biloxi, Mobile, Baton Rouge, delle quali al pubblico non importava nulla - gli inviati, furiosi per la buca e irritati per l’esaurimento della tequila da "Sonny’s", si rassegnarono a dire che ‟New Orleans poteva tirare un sospiro di sollievo”. Fu un cronista della Fox TV a rilanciare una voce che frullava nel vento. ‟Si sente dire che uno degli argini a est abbia ceduto”. Voci, e non poteva essere una cosa grave. In quelle ore il Presidente americano, il "pater familias" della nazione, con tutti i mezzi a disposizione, dopo avere invitato tutti a lasciare la città era tornato sereno nel suo ranch a esercitarsi su una chitarra con il simbolo presidenziale inciso sopra, omaggio di un cantante "country western". Il sindaco di New Orleans, un nero e democratico per di più, Ray Nagin, che aveva previsto la fine del mondo e aveva detto ‟se restate qui, morirete”, aveva fatto la solita figura del catastrofista di sinistra.
Ma non fu l’uragano a uccidere New Orleans, né il Dio di Sodoma e Gomorra. Sono stati gli uomini, i governi, gli amministratori stolti e improvvidi. La prima onda arrivò da nord-est, dalla parte della autostrada 510. Non fu granché. Una lunga leccata d’acqua tracimata dalla diga sul lato del Lago Pontchartrain che non è un lago come il Garda, ma una enorme pozzanghera piatta e limacciosa che ha soltanto, come tutti gli altri laghi che circondano New Orleans - Lago Bourgne, Lago Maurepas, Lago Salvador - il difetto di essere di cinque metri più alto della fondina entro la quale sta la città. Lungo quella diga, scavalcata dalla pozzanghera gonfiata, c’erano soltanto le casupole di legno e cartongesso, della città nera, di quel 27 per cento di abitanti che vivono sotto il livello della povertà ufficiale, oltre che dell’acqua. Muoiono i poveri, nessun allarme. Una foto che soltanto il ‟Los Angeles Times” ha osato pubblicare, mostra una donna grassa che naviga accanto a un argine ponte, a faccia in giù. Un’altra donna, sulla spalletta, accarezza il suo cane spaventato e guarda il cadavere scivolare via. La seconda ondata arrivò con la terza, la quarta, la quinta, con tutta la massa che aveva spezzato i "levies", come li chiamano, gli argini di terra e ghiaia rinforzati da una piccola parete di cemento armato che il Genio Militare costruì, secondo gli ordini ricevuti dall’alto, per resistere a un uragano forza 3. ‟Per ragioni di costi e benefici”, spiegano ora, perché i "Categoria 5" sono rari e innalzare la barriera sarebbero costato troppo. I 500 milioni di dollari per costruire i nuovi stadi si trovano, ma i 36,5 milioni che Walter Maestri aveva chiesto dal 2003 per alzare almeno i lati più esposti non c’erano mai. Nella finanziaria in corso, quella 2005, il sindaco e il Genio se li erano visti rifiutare. L’Amministrazione, intenta a ridurre le tasse e a pagare il conto dell’Iraq, ne aveva assegnati 10 e tagliati 200 dal fondo nazionale per la difesa delle coste. E il Genio militare aveva allora ammesso che la cassa era dissanguata dalla guerra. Mercoledì 31 agosto, mentre George W Bush era a San Diego davanti alla flotta del Pacifico per commemorare la resa del Giappone, New Orleans era con l’acqua alla gola e si arrendeva.
Non è neppure possibile oggi, a una settimana esatta dal passaggio di Katrina, immaginare quanti siano i morti - se siano diecimila come si sente dire - quanti siano i danni, che cosa ci sia sotto il lago che ha riempito la fondina urbana. Si possono soltanto appiccicare insieme schegge di una realtà che nessuno conosce. Si può partire dal Superdome, il vecchio stadio di football dove almeno ventimila persone senza mezzi e soldi per fuggire da New Orleans furono intruppate, accatastate sui sedili ma tenute lontane dal campo verdissimo di astroturf, erba artificiale, riassettato in attesa dell’inizio imminente del campionato. Ventimila persone che in poche ore avevano trasformato i gabinetti pubblici in buglioli da lager, per il riflusso di feci e urine, senza cibo, senza acqua, senza medicinali, tranne quelli portati di persona dai profughi, la ‟Dome People”, come furono chiamati ricordando la Boat People. In tre si sono buttati dall’anello superiore, sporcando l’astroturf, forse suicidi, forse buttati giù in una rissa per una bottiglia o una pillola. Una bambina di dieci anni è caduta in coma diabetico, salvata perché dal fondo di una borsa una donna anziana, con meno vita da perdere, ha tirato fuori la sua siringa di insulina. Si può andare all’ospedale della Carità, dove un bambino leucemico di sette anni, operato di trapianto del midollo sabato, è stato portato via lunedì notte dentro una gabbia di ferro appesa a un elicottero, tra le braccia della madre che reggeva le flebo. Un bambino più fortunato, forse, degli otto cardiopatici acuti portati sul tetto del "Charity Hospital" allagato e coi generatori sott’acqua e morti dopo due notti all’aperto, nei 35 gradi all’umido, davanti a cardiologi impotenti.
Quando la "battaglia di New Orleans" è cominciata, venerdì sera, e le colonne di mezzi militari e di soccorsi civili hanno cominciato a entrare per riconquistare la città, l’acqua aveva preso il quartiere francese, lavato via i resti del bar di Sammy, sventrato le hall degli alberghi, portato cadaveri dove saranno trovati quando l’acqua scenderà, forse quelle migliaia delle quali ha parlato il sindaco Ray Nagin. Tra loro, la donna che per una intera notte ha retto abbracciata al marito sul crinale del tetto lambito dall’acqua prima di lasciarsi scivolare giù e salvare almeno il suo uomo stremato. Titanic on the Mississipi, ma vero. Non ci sono, sette giorni dopo l’uragano, notizie dai "bayou", dalle paludi e dai villaggi dove serpi velenose, alligatori e uomini si contendono le terre asciutte, mentre l’acqua stagnante sta incubando un raccolto miracoloso di zanzare. Le armi, vendute dai grandi magazzini in belle vetrinette come swatch o collanine, sono sparite nei saccheggi.
Nell’acqua alta, nel centro direzionale dei grattacieli, passano pick up e suv rubati - 95 soltanto in una notte, spesso di soccorritori volontari spodestati e uccisi - carichi di armati bianchi e neri, "buoni" o "cattivi", predoni o samaritani. Quando l’acqua arriva alla gola di chi non ha niente da perdere e niente più da temere, dopo che un poliziotto su due saggiamente è scappato, panico, rabbia, odio, razza, rancori, tutto rigurgita in bocca, come il putridume umano e il liquame d’idrocarburi dalle fogne. ‟Se avessi avuto un fucile, avrei sparato” diceva Miss (nel sud si chiamano Miss anche le nonne) Rosy Badieux, una delle "Dome People", delle profughe americane. Ma a chi? A che cosa? ‟Al buio, a tutti”, racconta la nonna, che ha un nipotino di tre anni disperso nell’acqua, ‟a quelli che hanno permesso questo”. ‟Ma tutto tornerà più bello di prima”, ha promesso Bush, che sente l’acqua della responsabilità pubblica salirgli alla gola. Forse. L’America ce la farà, è grande, forte, perfettamente organizzata. O almeno così credevamo, fino al giorno in cui il dottor Blake vide Katrina nascere dalle acque e New Orleans affondare.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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