Umberto Galimberti: Quando l'abito diventa simbolo

In origine l’abbigliamento era uniforme perché il mondo non era differenziato: una pelle d’animale serviva per tutte le situazioni e tutte le circostanze. La metamorfosi comincia quando il valore protettivo delle vesti cede il posto a quello simbolico, per cui ogni variazione delle vesti del corpo rinvia a una variazione del mondo. Si assiste così alla trasformazione dell’ordine vestimentario in un sistema rigoroso di segni, che sanciscono quella gerarchia sociale che il corpo nudo non potrebbe esprimere. E allora l’autorità veste "pesante" per valorizzare, nel suo indumento che cade senza varianti in tutte le direzioni, l’imparzialità del suo operare. Il militare veste "rigido" per significare, nell’inamidatura e nella perfetta simmetria che non concede spazio all’inserimento di varianti, l’ordine rigoroso della sua disciplina. Per quanto riguarda il costume religioso, decisiva è la forza della tradizione, perché la religione corrisponde al dominio del tempo, e perciò le vesti del sacerdote devono essere "invariate", per segnalare l’eternità delle forme e la continuità dei contenuti. Il giovane veste "tutto" in una sola volta, per esprimere la sua libertà da ogni ordine istituzionalizzato. Fra le barriere infrante dall’indumento giovanile la più significativa è senz’altro quella che divide il maschile dal femminile. L’abbigliamento femminile, infatti, può assorbire quasi tutto quello maschile, mentre quello maschile respinge certi tratti di quello femminile, perché sulla femminilizzazione dell’uomo c’è ancora una resistenza sociale. Il tabù dell’altro sesso non ha invece la stessa forza sul giovane che, a livello di abbigliamento, tende all’androgino. E questo perché il giovane può cancellare il sesso a favore dell’età, offrendo così alla retorica della moda quelle espressioni: ‟Ancora giovane, sempre giovane” che servono a conferire all’età, più che al sesso, i valori di prestigio e seduzione.
Con le vesti si gioca la seduzione lasciando vedere il nascosto o, come dice Roland Barthes, ‟attraverso l’evidenza del sotto”. Sembra infatti che i capi di vestiario siano animati da una specie di forza centrifuga attraverso cui l’interno è costantemente sospinto verso l’esterno, mostrandosi, sia pure parzialmente, al collo, ai polsi, davanti al busto, in fondo alla gonna, creando quel misto sospeso tra evidente e nascosto in cui si intreccia il gioco estetico ed erotico, dove la regola è di far vedere il nascosto senza distruggere il suo carattere segreto. Eppure, niente meglio del gioco erotico della moda distoglie l’istinto sessuale dal suo fine naturale che è l’unione dei sessi, per trattenerlo in quel gioco estetico che si alimenta e si esaurisce nell’esibizione del nascosto, nella sottolineatura paradossale del segreto. Per il fatto stesso che il vestito copre, esso suscita il desiderio irresistibile di scoprire. Questa curiosità spinge la donna a rinnovare incessantemente i suoi mezzi per coprirsi e scoprirsi, affinché la tentazione, che tende sempre più a riassorbire nel suo attimo l’episodio sessuale, non si affievolisca. Interprete rigoroso del principio freudiano: ‟Dove c’è tabù, c’è desiderio”, la moda gioca sulla fondamentale ambivalenza degli indumenti, incaricati di indicare una nudità nel momento stesso in cui la nascondono. La moda, infatti, è una dea creatrice che può permettersi di parlare di corpi mal fatti perché ha l’onnipotenza di rettificarli, attraverso quella serie di artifici che allungano, assottigliano, gonfiano, ingrossano, diminuiscono, affinano, fino a trasformare il corpo reale in un corpo ideale della cover-girl che non esprime il corpo di nessuno, ma quella forma pura, dove il corpo non dice di sé, ma dell’indumento che indossa.
Questa onnipotenza della moda diffonde, in chi la segue, un senso di potenza illimitata e di euforia, perché immerge in uno stato di innocenza in cui tutto è per il meglio e nel migliore dei modi. Su questa libertà vertiginosa gioca la moda e il suo potere illimitato di seduzione. Seguendo rigorosamente la sua dialettica che è del conformismo e del cambiamento, alla moda basta ‟un particolare per dare una personalità”, ‟un piccolo nulla per cambiare tutto”, e così, rincarando la dose sul ‟niente”, assottigliando fino all’ineffabile, che è la metafora stessa della vita, la moda conferisce al nulla un potere semantico che si irradia a distanza, fino a significare tutto, fino a trasformare il fuori-senso in senso, il fuori-moda in moda. Così la moda coglie l’occasione di offrirsi come democratica, perché il particolare ‟non costa niente”, e al tempo stesso partecipa alla dignità dell’idea, consacrando l’uguaglianza delle borse nel rispetto di una aristocrazia dei gusti. Giocando poi sulla psicologia dei ruoli, la moda trasforma il lavoro in ozio, la tuta dell’operaio nei jeans dello sfaccendato, risolve problemi di identità: ‟Se volete esser questo, vestitevi nel dato modo”. E così senza la fatica di essere, la moda compie il miracolo per cui è sufficiente vestirsi per essere quello che non si è.
‟Vestirsi a festa” significa avere l’occasione di partecipare al mito di una vita senza lavoro che viene dalla notte dei tempi. ‟Attrezzarsi per il weekend” segnala quei valori di ricchezza di chi non dispone solo di quel giorno triviale e popolare che è la domenica, ma di qualcosa in più, per sfiorare la campagna nei suoi segni più affascinanti come le camminate, i fuochi di legna, le vecchie case, senza trattenersi nell’opacità faticosa della monotonia contadina. I luoghi sfiorati dalla moda, siano essi la città, la campagna, il mare, la montagna sono sempre luoghi assoluti, sono quell’"altrove" di cui si deve afferrare di colpo l’essenza "diversa" che facilita il gioco del sogno. Grossi problemi di identità si possono ludicamente risolvere componendo diversamente i tratti vestimentari, in modo da apparire contemporaneamente ‟dolci e fieri”, ‟rigidi e teneri”, ‟severi e disinvolti”. Questi paradossi psicologici testimoniano un sogno di totalità, dove non è necessario scegliere, perché si può essere tutto contemporaneamente. Moltiplicando le persone in un solo essere, la moda dà un saggio della sua onnipotenza, recupera il tema ancestrale della maschera, attributo essenziale degli dèi, e la offre agli uomini. Moltiplicando le persone senza rischio, perché il gioco delle vesti non è il gioco dell’essere, la moda scherza col tema più grave della coscienza umana, il tema dell’identità, incessantemente proposto dall’interrogativo: ‟Chi sono?”. È questa la domanda della Sfinge, la domanda dell’antica tragedia, a cui la moda risponde con la sua tastiera di segni, fra cui una persona sceglie il divertimento di un giorno. Come sempre accade, si gioca a quello che non si osa essere. E attraverso la moda si può giocare al potere politico perché la moda è monarca, a quello religioso perché i suoi imperativi hanno il tocco del decalogo, si gioca alla follia perché la moda è irresistibile, alla guerra perché è offensiva, aggressiva, e alla fine vincitrice. I suoi decreti non hanno una causa, ma non per questo sono privi di volontà. La sua tirannia produce un universo autarchico in cui i pantaloni scelgono da sé la propria giacca e le gonne la propria lunghezza per dei corpi ridotti a manichini d’appoggio. Rifiutando dogmaticamente la moda che l’ha preceduta, la nuova moda rifiuta il proprio passato. Chiama senza scrupoli angolosità e fratture quelle che ieri erano linee ben disegnate. Non eredita, ma sovverte l’ordine appena affermato e, facendosi gioco del tempo, afferma il diritto assoluto del presente, dell’eterno presente che è prerogativa degli dèi. Nutrendosi di infedeltà a se sessa e al proprio passato, la moda, per sfuggire alla carica colpevolizzante di questo sentimento, aggredisce il tempo col ritmo delle vendette, affondando ogni anno l’intero presente nel nulla del passato. Giocando sui limiti della memoria umana, la moda confonde il ricordo delle mode passate con l’orgia delle creazioni continue, che danno un senso di rigoglio incontenibile, di vitalità eterna, grazie all’euforia dei sinonimi che la moda finge di assumere come se fossero sensi diversi, mentre sono solo i diversi significati di un unico significante, che è poi il tratto nichilista della nostra cultura che eleva il non-essere di tutte le cose a condizione della sua esistenza.
La moda, infatti, ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di beni con il bisogno dei beni di essere consumati. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare ai vestiti e agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che ‟non si può non avere”. In una società come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma "devono" essere sostituiti, ogni invito della moda è un appello alla distruzione. Prima che la memoria umana si riprenda dallo shock che investe chi si trova di fronte allo spettacolo dell’effimero e dell’inconsistente la moda ha già sostituito il proprio fantasmagorico artificio alla vera natura delle cose, quasi per sfuggire a quel senso vago e minaccioso che Roland Barthes lesse scolpito su una tomba di un cimitero di Parigi: ‟Ieri ero quello che sei, domani sarai quello che sono”.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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