Michele Serra: La rivincita della parola nuda

Pochi anni fa mi venne chiesto di leggere, in una chiesa modenese, la Lettera ai giudici di don Lorenzo Milani. Un testo importante e denso, ma lungo (cinquanta minuti) e zeppo di riferimenti tecnico-giuridici. A rischio di noia, voglio dire, specie se letto in pubblico da un non attore quale sono. La chiesa era strapiena (più di mille persone), temevo i bisbigli da distrazione, speravo - appena - in un’attenzione di cortesia. Invece fu il silenzio, un silenzio carico di rispetto, un silenzio teatrale e solenne, a sorprendermi e quasi intimidirmi. La mia voce incerta cadeva su un pubblico attentissimo e teso, e alla fine della lettura un applauso lunghissimo sancì calorosamente, solidalmente l’"ite, missa est" di quel rito improvvisato. Escluso che il successo della lettura fosse dipeso dal mio talento di lettore, e perfino dal carisma di don Milani (in quello scritto diluito nei tempi e nelle argomentazioni), mi fu chiaro che quella sera si celebrava la parola in quanto tale. Le persone presenti volevano che si restituisse senso e dignità alla parola umana. Di più: avvertivano, come noi tutti, che la parola è in pericolo, che il suo scialo, il suo abuso, la sua distruzione - specie televisiva - è qualcosa che mina le fondamenta del linguaggio e dunque della socialità. Sono convinto che questa urgenza di difendere la parola, di farle spazio attorno quasi per aiutarla a respirare nuovamente, sia alla base del fenomeno dei tanti one man show teatrali, del teatro di affabulazione, e più in generale dell’ascolto che si dedica a chi legge o racconta in pubblico, solitario e spesso senza alcun supporto scenico. Sono innumerevoli gli esempi, anche non teatrali o para-teatrali, di letture pubbliche totalmente scarne (solo una voce, un microfono e un leggio) che riempiono gli spazi più difformi, sale teatrali e biblioteche, piazze e perfino stazioni, autobus o sale d’attesa o banche (vedi la bella rassegna bolognese Ad alta voce). Libri letti, a turno, per intero, come a Mantova lo scorso anno, in una staffetta di voci che si danno il cambio, e il vero maratoneta è il racconto che si snoda nelle ore davanti a un uditorio cangiante di passanti. Romanzi letti per radio (la radio è il complice più navigato della parola) che raccolgono un’audience non piccola, decine di migliaia di persone che leggono o rileggono con le orecchie. E anche micro-eventi privati in case private: alcuni miei giovani amici organizzano da tempo piccole serate conviviali nelle quali ogni ospite legge, a turno, una pagina o un capitolo di un libro. E per Ad alta voce fui invitato a leggere qualche poesia, nel suo tinello silenzioso, a un unico uditore, un ragazzo paraplegico. Bella esperienza, delicata e potente al tempo stesso. Indimenticabile, sempre frugando nelle mie esperienze, una serata nella campagna ravennate, in un cascinale, dove l’attore romagnolo Gigio Dadina rinnovava la tradizione del "fuler", il raccontatore di fole, sciorinando accanto al focolare acceso il suo repertorio di memorie contadine e industriali, per una trentina di commensali felici di ascoltarlo con un piatto di minestra davanti al naso, e un bicchiere di vino a portata di mano. Gli esempi alti, dal Carmelo Bene tonante al Sermonti magistrale e colloquiale che recitano Dante, sono la punta dell’iceberg. Ovunque qualcuno legga qualcosa, si raduna un piccolo o grande pubblico di ascoltatori assorti, e spesso l’umiltà e la non-professionalità dell’oratore (uno scrittore, un attore fuori contesto, un chiunque) aggiungono all’evento l’emozione dell’effrazione "democratica", come quando in certe comunità cattoliche di base si decise che non era solo del sacerdote la facoltà di dire il Verbo. Emozionante, per esempio, è vedere un giornalista come Gian Antonio Stella entrare goffamente in scena, sedersi a un tavolino e leggere, al lume di un abat-jour, le sue storie di emigrazione, totalmente al di fuori di ogni ortodossia teatrale. Ed è curioso, in questo nuovo clima così favorevole alla nuda parola, che ancora non abbiano ripreso corpo, da qualche parte, le grandi kermesse poetiche dei turbolenti Settanta, magari lasciando a quel passato infocato, ma anche acido, gli eccessi sguaiati e puerili di un pubblico troppo partecipante, però ritrovando la straordinaria magia di quelle voci spesso incongrue che davano corpo ai versi, voci d’autore quasi mai efficaci nella pronuncia e nella scansione metrica, ma poetiche perché di poeti. Con memorabili eccezioni di bravura assoluta: come Allen Ginzberg a Sampierdarena, in una notte popolare e colta di venti anni fa, che intona William Blake (‟Tiger, tiger”) con melodiosa raucedine, con magistrale felicità, accompagnato da un minuscolo armonium, e incanta un pubblico di massaie e ragazzi che niente sanno di Blake, di Ginzberg, di poesia e nemmeno di inglese, ma colgono la musica, colgono la generosità dell’officiante, capiscono la straordinarietà di quella scena povera e precaria sotto le stelle. Ci sarebbe, a ben vedere (e a ben sentire), un rischio di inflazione e/o di modaiolismo. Ma è il genere stesso (la parola nuda) che ci tutela, è una merce secca, semplice, difficile da contraffare con condimenti fasulli, bellurie dozzinali, trucchi incanta-popolo, il peggio che può capitare è che la lettura non sia poi così avvincente, il lettore davvero troppo afono o stonato. Prevale comunque il senso di rivincita rispetto al parolicidio dei media e della tivù soprattutto, il risarcimento che si va a riscuotere sotto un leggio che promette solo quello che può dare, parole, scrittura, racconto allo stato puro. Sopra i quaranta, se si deve leggere in pubblico, è molto importante non dimenticare gli occhiali, come mi è accaduto una sera nella biblioteca comunale di un paesino appenninico. Un coetaneo mi prestò i suoi. Di quelli da farmacia e anche da autogrill, venti euro. Bastano due lenti dozzinali per salvare ciò che è stato scritto. E basta la voce per parlare, qualora si ritenga che ancora ne vale la pena.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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