Vittorio Zucconi: Poker. La leggenda va in tv

Steve l’americano spizzò l’angolo delle sue carte e disse senza muovere i muscoli della faccia, come fanno i ventriloqui: I’m all in, ‟Punto tutto quello che ho”. Tre milioni e settecentomila dollari, ladies and gentlemen, annunciò il "meccanico", come si chiama nella lingua del poker quello che fa le carte dopo aver misurato il castello di gettoni. Hachem il libanese non guardò neppure le sue carte. Tenne i suoi occhi fissi sugli occhi dell’ultimo avversario rimasto per il titolo di campione del mondo di poker 2005 e rispose calmo: Call. ‟Ti vedo”. Il piatto, signori e signore, è sette milioni e quattrocentomila dollari, contò il meccanico. Spingendo un carrello di ferro di quelli usati negli alberghi per portare le uova fritte e il caffè in camera, ragazzoni con le spalle troppo larghe e ragazzone con le gambe troppo lunghe rovesciarono sul tavolo una frana di mattoni verdi, sette milioni e quattrocentomila dollari in banconote da cento, ben fascettate. Steve si grattò il mento. Hachem concesse alla moglie seduta tra il pubblico il sospetto di un sorriso. Due milioni e mezzo di telespettatori seduti a casa accavallarono le gambe per trattenere il bisogno di far pipì e la voglia di una birra e si prepararono a vedere chi di quei due, fra Steve Dennemann l’americano e Joe Hachem il libanese avrebbe portato a casa una somma che loro, gli zombies del cartellino timbrato e delle rate di mutuo, avrebbero impiegato 163 anni di lavoro per guadagnare. Al ritmo dei 46mila dollari l’anno di reddito medio nazionale lordo.
La finale in diretta della "World Series of Poker", l’ultima mania televisiva che sta consumando un pubblico già annoiato dalle marionette anabolizzate del wrestling e dai falsi reality show era cominciata. Due uomini soltanto erano sopravvissuti ai 45mila sognatori che si erano massacrati per un anno in partite via Internet, in serate ai circoli di pompieri, in camerate di studenti lazzaroni, per poi ripulire i 5.800 ammessi alle finali qui nel Rio Harra’s hotel and casinò di Reno. Steve l’americano e Hachem il chiropratico libanese artritico che aveva dovuto lasciare il suo mestiere per il dolore alle mani, scoprirono le loro due carte e si alzarono. Nel poker giocato al mondiale, il "Texas Hold’em", il "Texas tienile strette", due carte coperte sono distribuite a ciascun giocatore e altre cinque scoperte sono rovesciate al centro del tavolo, buone per tutti, da combinare con quelle in mano. I due superstiti avevano puntato tutto. Non c’era ragione per tenere le carte iniziali coperte. Steve girò le sue: un Asso e un Tre. Hachem un Sette e un Tre. La signora Hachem, nella penombra, si coprì la faccia con le mani. Suo marito non aveva niente in mano, spazzatura. L’avversario aveva un asso, lo dominava. Il telecronista e il suo sottopancia sentenziarono l’ovvio: il libanese è cotto. Il meccanico, indifferente come un budda tibetano, scoprì le prime tre carte comuni: un Quattro, un Sei e una Regina. Non cambiò nulla. Girò la quarta carta, la "carta della curva" la chiamano, la penultima. Un Tre. L’americano ora aveva una coppia, due Tre più l’Asso in mano. Il libanese si strinse nelle spalle. La sua sola speranza era che dal mazzo delle 52 carte, usato per il poker americano, il meccanico pescasse per lui come ultima carta un Cinque, per fare una scala. Il meccanico, con uno svolazzo a effetto, calò sul tavolo la quinta carta, la "river card", si dice, la "carta del fiume", come quel Mississipi nel quale piombavano, per disperazione o per cortese spinta, i giocatori traditi dall’ultima carta. è finita. Le ragazze applaudirono, il telecronista inneggiò, la signora Hachem scoppiò a piangere. I telespettatori poterono finalmente andare a fare la pipì.
Mai, neppure quando i ragazzi partivano verso il "Wild West" armati soltanto di una Smith & Wesson e dei tre consigli del padre, ‟figlio mio, non mangiare da un oste che si fa chiamare mamma, non fare all’amore con una donna più matta di te, non giocare a poker con uno sconosciuto che gli altri chiamano "doc", dottore”, questo gioco di carte aveva catturato così a fondo una nazione che pure il poker moderno ha inventato, venerato e celebrato nella propria cultura. Gli storici pignoli dei vizi umani, ci diranno che "poker" è una parola che viene dal francese "poque" e ancora prima dal tedesco "pochen", bussare, che forse addirittura furono i marinai persiani - la solita minaccia islamica -, sbarcati nella New Orleans del Settecento per vendere anche loro qualche schiavo nero ai buoni cristiani, a insegnare una versione più simile al poker giocato oggi. Ma aveva ragione Sam Clemens, più conosciuto ai lettori come Mark Twain, quando rivendicava alla sua America l’invenzione di quelle combinazioni di carte e di quelle infinite variazioni di gioco, dalle classiche cinque carte coperte, allo "stud", la teresina a cinque o sette carte, all’"alto e basso" fino al "Texas Hold’Em" praticato al mondiale, che oggi spopolano e che i legionari dell’Impero hanno portato in ogni continente, dopo la Guerra. Mark Twain, che lamentava ‟l’ignoranza delle regole basilari del poker nelle classi colte”, si sarebbe molto rincuorato se avesse potuto campare un altro secolo (morì nel 1910). Avrebbe visto l’esplosione che questo ignobile, diabolico e delizioso gioco ha conosciuto da quando, nel 1970, il gestore di uno scalcagnato casinò nel centro di Las Vegas, il "Ferro di Cavallo", accettò recalcitrante di organizzare il primo mondiale di poker. Benny Binion il gestore era un purista. Lo riservò ai professionisti, agli amici e ai "rounders", ai nomadi del mazzo che facevano appunto il "round", il giro del West per spennare galline, sempre un passo avanti alle legge che li inseguiva. Il primo campione fu Johnny Moss, un maestro. Intascò 31mila dollari. Una tv locale trasmise la finale, e fu un fiasco. La marmorea impassibilità dei vecchi pro, allenati a nascondere ogni "tell", ogni tic fisico o verbale che tradisse le loro carte, rendevano quelle partite eccitanti come guardare la vernice seccarsi. La rivoluzione per i vecchi che un Sergio Leone avrebbe adorato - Johnny "il Maestro" Moss; Jimmy "il Greco"; Amarillo "lo Smilzo"; Doyle Brunson "il Dinosauro" che ancora gioca a 86 anni, dopo avere sconfitto due infarti, un ictus e due tumori; il cinese Johnny "the Dragon" Chan; Stu Ungar, il genio matematico che vinse tre milioni di dollari e morì di overdose senza una lira nel motel Oasis di Vegas in compagnia di una bottiglia vuota - arrivò in un rossetto. Non un rossetto di donna, niente di così romantico al tavolo da poker, ma una "lipstick camera", una microtelecamera grande appunto come un tubicino di rossetto piazzata nei tavoli, sotto il bordo dei posti dei giocatori. Invisibile ma ad alta definizione, il rossetto elettronico permette al telepubblico di vedere le due carte coperte, le carte nel "buco", secondo il gergo, mentre sono spizzate dai giocatori. Qualunque idiota a casa, qualsiasi brocco da venerdì sera con patatine, sigarette e acidità di stomaco vede le carte coperte di tutti.
E dunque, come lo spettatore di telequiz che legge la risposta in sovraimpressione, si sente più bravo di quei professionisti che li lascerebbero con una mano davanti e una didietro in pochi minuti. Non c’è serata televisiva, nella galassia dei cinquecento canali vomitati dal cavo e dai satelliti, che non offra almeno qualche eliminatoria o finale o torneo di poker americano o internazionale, per puntare sulla "pokermania" esplosa, come sempre esplodono i giochi di chance nei momenti di crisi sociale collettiva, quando la vita quotidiana è dura e la paura è grande. A differenza di ogni altra competizione umana, dove il dilettante non vincerebbe un round di box o un game di tennis contro qualsiasi professionista, il poker regala una piccola, ma autentica probabilità anche al pollo. Un esordiente dilettante vinse il mondiale del 2004, infilando tutti i vecchi marpioni. Personaggi rassegnati a consumare la propria vita nella penombra verdognola di partite con qualche ricco fesso da stirare, stanno diventando idoli da album di figurine nel circuito della Wsp, la World Series of Poker, che per loro e ciò che la Fifa è per il calcio o il Tour de France per i ciclisti. La grande candeggina della tv ha lavato via quel lezzo di scantinato, di bari, di cicche, di illegalità e di sudore, che impregnava il poker dei "rounders", come fu raccontato nel bel film di John Dahl del 1998, con Matt Damon nel ruolo dello squalo bianco. La tv ha reso asettico e garbato, come una torneo di bingo in parrocchia o una gara di curling fra pensionati svizzeri, questo gioco rovinoso, assassino e infernale. La fabbrica dei miti si è messa a al lavoro. Gli occhiali da sole a foggia di occhi da rettile preistorico indossati da Greg "il Fossile" Raymer, insieme con i cinque milioni di dollari vinti nella finale mondiale del 2004, ne hanno fatto un cocco dei bambini. La semplice coincidenza del cognome è sembrata una stella cometa quando il mondiale è stato vinto da Chris Moneymaker, il signor "Faisoldi". Commovente e molto "american dream" la storia di Minh Ly, saldatore di Saigon fuggito davanti ai cattivoni comunisti nel 1975 su un peschereccio, "boat people" che ha fatto una barca di dollari. Molto politically correct è il successo di Annie Duke, casalinga e madre di tre bambini a casa che bastona maschietti al tavolo del poker. Le migliaia di casalinghe sfiancate che devono fare la spesa cercando saldi e offerte per i pannolini sospirano vedendo una di loro che butta con nonchalance mezzo milione di dollari su un bluff come loro buttando la biancheria sporca nella lavatrice. E non poteva mancare un Gesù, un teo-poker, in questo tempo di revival evangelico.
Chris Ferguson detto "Jesus", per il volto e l’acconciatura da Nazareno sotto il cappello da cowboy, che deve sopportare a ogni torneo l’immancabile battuta: ‟Maestro, niente miracoli che qui giochiamo di soldi”. Pregando intensamente vinse un milione e mezzo nella finale del 2000. Si lamentino pure, i vecchi, che questo non è più poker, che questo è show business, che questa è roba da masturbatori da Internet e da voyeurs col telecomando. Il figlio del vecchio Binion piange di nostalgia quando ricorda la finale del '71 fra Moss, "il Maestro", e Jimmy Dandalos "il Greco". Duellarono per trenta giorni e trenta notti, fino a quando Jimmy The Greek, pescato da Moss in un bluff colossale, si alzò e disse semplicemente: ‟Mister Moss, temo di doverla lasciare andare”. Ma nessuno vinse mai sette milioni di dollari, nel bel tempo andato, come la sera della finale 2005, quando finalmente la "carta del fiume" volò sul tavolo. Hachem si era già alzato per congratulare il vincitore sicuro, Steve Danneman, quando sentì la moglie urlare. Lanciò un’occhiata alla quinta carta. Era un Cinque. Scala. Aveva fatto scala: Tre-Quattro-Cinque-Sei-Sette, sette, come i milioni che aveva vinto. Steve gli strinse la mano: ‟Good play, man”, buona giocata, come avessero appena finito un torneo di briscola per la bottiglia di Amaro 18 Isolabella. I telecronisti della Espn - la rete di tuttosport posseduta dalla Disney, quella di Minni, Pippo e i tre coniglietti, che ha lanciato la mania - gli chiesero e ora Hachem? ‟Ora mi iscrivo al torneo mondiale prossimo. Ci vediamo a settembre, in Mississipi, allo Harrah’s di Biloxi per la prima eliminatoria”. Ma era un bluff. Biloxi e il suo casinò non ci sono più, dopo il passaggio di Katrina. Anche Dio gioca a poker.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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