Michele Serra: Valentino Rossi. Il re bambino che entusiasma tutti

Valentino Rossi, arrivando alle spalle di Capirossi nel Gran Premio di Malesia, vince il suo settimo titolo mondiale e lo festeggia con uno dei consueti piccoli varietà che ama allestire con gli amici, come per mantenere saldo il rapporto con le radici amatoriali e picaresche del suo motociclismo nativo, quello di suo padre Graziano, quello nomade e rompiossa dei circuiti cittadini in riva all'Adriatico. Perché anche se si corre sopra uno di quei fiammanti circuiti della nuova Asia di vetro e acciaio, Valentino sa come mantenere in vita la memoria della vecchia caciara paesana che lo ha svezzato.
Nel mezzo dei suoi vent'anni Valentino è già un veterano degli albi d'oro, un testimonial pubblicitario di prima fila, un collezionista di record. Soprattutto, è uno di quegli sportivi che hanno saputo uscire da una fama specialistica per diventare star a prescindere, molto più noti del loro stesso sport, riconosciuti e applauditi anche da chi niente sa di pistoni e di traiettorie. Se si considera, poi, che Rossi ha cominciato a profilare la propria precocissima fama negli anni in cui il motociclismo era stato semi inghiottito dai canali satellitari, lontano dalla audience di massa, si deve concludere che qualcosa, nella sua figura, calamita lo sguardo e l'attenzione del pubblico, "buca" non solo il video ma anche la patina collosa di uno star system fin troppo affollato, e zeppo di comprimari.
Forse proprio la precocità - della quale paiono un perdurante strascico la voce sottile, il viso quasi femmineo, il fisico esile - è stata il segno che ha maggiormente conquistato, o anche turbato, una società che invecchia, e nella quale si è apprendisti fino a trent'anni suonati, ormai. Il ragazzino - quasi un bambino - che cominciò a stravincere quasi dieci anni fa, sorpassando in gran fretta un tempo di maturazione dannatamente troppo lento per lui, fece un effetto quasi mozartiano, doppiamente scandaloso in un'epoca e in un paese di Salieri, cioè di gerarchie consolidate, di codici appannati, e di giovinezze tenute a stagionare fino alle prime rughe.
La velocità anche biografica di Rossi (diventare divo mondiale a neppure vent'anni) evoca, in controtempo, quella di generazioni passate, ricche di star imberbi, come James Dean o Hendrix o Jim Morrison, che ebbero vite come vampe. Valentino infatti ne è attratto: ama Morrison, è affascinato dalla corsa energica, vorace e pericolosa verso il proprio destino, nel canone classico di un esistenzialismo azzardato e ingombrante (nel suo caso, ingombrante soprattutto per gli altri).
In una recente intervista, quasi per antidoto, Rossi si definisce anche molto paziente, persona dai tempi lunghi nelle decisioni che contano, riflessivo e cauto. Lo fa, si suppone, soprattutto in funzione del suo futuro di pilota, molto attirato da quel passaggio alla Formula Uno, e alla Ferrari, che sulla carta sarebbe un passaggio di ruolo, un salto in avanti nel cursus honorum di un corridore. Eppure dà l'impressione di ritrarsi, per una volta di frenare, forse perché intuisce che il superprofessionismo della Formula Uno lo promuoverebbe "adulto" in modo irrimediabile, e lo strapperebbe alle sue radici anarco-provinciali. Invece il bello, per Valentino, deve essere questo stravincere e straguadagnare pur rimanendo, tutto sommato, un ragazzino, uno dei pochi ventenni dominatori nell'occidente gerontocratico, un re bambino che può permettersi di guardare tutti dall'alto in basso senza mettersi la cravatta.
Il Briatore che lo ha di recente snobbato, con un atteggiamento tipo "se ne resti a fare il bambino sulle due ruote, questo qui è un mondo per gente seria", ha dato voce inconscia alla paura che gli anziani hanno dei giovani. Il pilota Alonso, pur essendo il più giovane campione mondiale nella storia della Formula Uno, vicino a Valentino Rossi sembra suo nonno. Non è una questione di età, ma di simboli. La Formula Uno in questo momento non riesce a rappresentare, neanche un po', la giovinezza spavalda e incontrollabile che Valentino incarna sul palcoscenico dello show-business.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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