Vittorio Zucconi: Processo a Saddam Hussein. Le attese dell´America

Girato a Bagdad, ma prodotto a Washington, il legal thriller del processo allo Hitler della Mesopotamia, come fu definito da Bush il Vecchio, ha esordito ieri mattina in diretta dall´Iraq sui teleschermi americani. Doveva essere la prova televisiva – gradita a un pubblico come quello americano che adora i drammi processuali veri o falsi, da Perry Mason a Grisham, dal rapimento Lindbergh a O. J. Simpson – che gli ormai quasi duemila soldati perduti e i 200 miliardi di dollari spesi, non sono stati invano. E ‟gli iracheni stanno assumendo la responsabilità di loro stessi”, come ha detto il segretario di Stato Rice in Parlamento.
Subito rinviato e quindi un po´ deludente per l´impazienza dell´audience televisiva, il kolossal ‟Processo a Saddam” doveva e deve essere, nelle intenzioni dei registi, il gran finale, il mantenimento solenne della promessa bushiana, ‟potere scappare, ma non potete sfuggirci”. Norimberga a Bagdad con la doppia valenza storica di quel tribunale: la demolizione pubblica dei superuomini ridotti a banali omuncoli davanti a coloro che avevano terrorizzato; e la conferma, essenziale per l´autostima dell´America, di avere combattuto di nuovo una giusta guerra, non contro un popolo, ma contro un mostro. Credere alla bontà della natura umana, alla propensione spontanea delle creature di Dio verso la libertà e la eguaglianza dirottata soltanto da individui diabolici è un aspetto essenziale dell´essere americani.
Sfortunatamente per tutti, ma soprattutto per gli iracheni, la sceneggiatura della ‟guerra di liberazione” immaginata come una replica della liberazione dell´Europa, non è andata secondo il copione scritto a Washington.
Un pubblico che ormai guarda con scetticismo al regista Bush e con preoccupazione all´avvitarsi di una guerra senza fine, rischia di vivere anche questo momento culminante come una sequenza qualsiasi e non come lo ‟happy ending”. Come tutti i grandi ‟villains” dei crimini contro l´umanità, come il miserabile Goering smagrito, il vile Himmler, il petulante Milosevic, il gelido e burocratico Eichmann, così anche il vecchio con gli occhi spiritati, chiuso in una mezza gabbia che qui ha ricordato i ‟pen”, quei recinti bassi dove vengono messi all´asta manzi e maiali in Iowa o in Kansas, è apparso come l´attore di un film vecchio, anziché il protagonista della catarsi di domani. Un uomo arrogante e aggressivo, niente affatto disposto ad assecondare la ‟voglia di Norimberga” che la Casa Bianca vuole soddisfare.
Forse eccede il ‟New York Times” quando, nel proprio editoriale, licenzia il processo a Saddam Hussein come ‟un´occasione sprecata”, corrosa da ‟regolamenti dei conti” e macchiata da ‟approssimazioni giuresprudenziali”. Il giudizio che dovrebbe contare non è quello di Condoleezza Rice, evidentemente entusiasta, del portavoce della Casa Bianca McClellan (‟la legge torna a regnare in Iraq”) o degli editorialisti del ‟New York Times”, ma è quello degli iracheni stessi che avranno guardato e capito meglio degli americani, afflitti da una pessima traduzione simultanea dall´arabo, che cosa il loro re nudo e i giudici si sono detti.
Ma il kolossal giudiziario deve essere, per avere successo, il punto di saldatura fra americani e iracheni e dimostrare agli uni come agli altri, e alla audience internazionale, araba, islamica, europea, che davvero l´America non invade ‟per conquistare, controllare e dominare” come George Bush ha ripetuto mille volte, ma per ‟fare giustizia”. La sentenza, scontata, e la punizione, che sarà l´impiccagione (proprio come a Norimberga) vorrà essere contemporaneamente di condanna per il ‟barbaro tiranno” e di implicita assoluzione per chi lo ha rovesciato. Il processo a Saddam e al regime Baathista è dunque due processi in uno, organizzato per assolvere e per condannare insieme. Il problema che la prima puntata ha sottolineato, è sapere se Saddam Hussein e la Corte irachena, certamente non all´altezza dei giureconsulti americani, inglesi e francesi (con russi al fianco) raccolti a Norimberga, starà al gioco.
I registi washingtoniani avevano respinto ogni ipotesi di un tribunale internazionale come quello che sta trascinando all´infinito il processo a Slobodan Milosevic, proprio per evitare che l´impenitente ‟Rais” potesse giocare tra i cavilli e rendere ancora più difficile ciò che è sempre molto arduo, cioè dimostrare la responsabilità personale - la sola che nella civiltà giuridica occidentale conti - nei crimini di stato o di guerra. E scampare alla pena di morte, che nessun tribunale internazionale avrebbe comminato.
Agli iracheni che hanno sofferto il morso della dittatura saddamita può bastare lo spettacolo del tiranno esposto a quella giustizia che lui aveva negato a loro. Ma agli americani, dal cui consenso ultimo dipenderà la continuazione di una guerra che non ha scadenze né uscite visibili, serve il sentimento che giustizia sia stata fatta davvero, che Saddam sia ‟giustiziato” come dicono i sostenitori delle forche, e non ‟ammazzato” ed esposto al ludibrio della folla come un Benito Mussolini. La prima puntata del ‟Saddam serial”, sfortunatamente in diretta al mattino, in ore di basso ascolto per ragioni di fuso, è stata mediocre, un assaggio, ravvivato soltanto dalla ribellione dell´imputato alle guardie, ma senza quel dramma, che il pubblico abituato ai processi ai Clinton e ai serial killer, ai duelli fra accusa e difesa, ai rovesciamenti di copione, si attende.
Il processo a Saddam non deve essere un flop, perché era una delle pietre miliari che il progetto Iraq aveva messo lungo la strada dal marzo del 2003, la battaglia vittoriosa, il cambio di regime, le festosa accoglienza degli iracheni liberati, la scoperta e la conferma di arsenali micidiali e di complicità terroristiche, le elezioni, il Parlamento sovrano e il patibolo per Saddam. La strada è franata e la sola certezza è questo processo. Ci sono ormai troppi americani scettici verso la guerra perché il pubblico dei contribuenti e degli elettori Usa si accontenti di una sceneggiata.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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