Michele Serra: Il saio laico che ci mimetizza

Dice che torna di moda il cappotto, e sono pregiudizialmente favorevole. Il lungo evo dei giubbotti apparteneva al giovanilismo obbligatorio, non siamo tutti rocker, è bene che il girovita almeno ogni tanto scompaia dietro la larga e ondeggiante quinta del cappotto. Fa parte della neo-sobrietà, tanto invocata, l'idea di un saio laico che rivesta le figure, in fondo la cosa più invidiabile dei preti è l’eleganza metafisica dei loro sottanoni, è bello potersi permettere un surrogato di tonaca almeno lungo i marciapiedi, prima che il luogo chiuso ci costringa a smascherarci. Certo non penso ai miseri trequartini a fior di culo che furoreggiavano negli anni del mio ginnasio, né agli striminziti e costosissimi cappotti neri da prima teatrale, spesso tristemente guarniti da sciarpette bianche che fanno tanto cumenda alle prime del Teatro Manzoni, quando la Wandissima era la Wandissima. No, se deve essere cappotto allora bisogna che sia. Il largo campanone dei loden, gli enormi tweed anni Cinquanta che pesavano come sarcofagi e facevano gemere gli attaccapanni, i cappotti scuri e quaresimali degli impiegati degli anni Sessanta. I maxicappotti delle femmine di vent’anni fa (o forse erano trenta) che sfioravano terra e affilavano le figure, perfino i trench slabbrati con tasche grandi come otri, prediletti nei defilée da corteo del tempo che fu. Mi piacerebbero larghi e comodi, in controtendenza rispetto alla penuria e alle costrizioni degli ultimi anni, anni di strizzature. Per me l’idea dell’eleganza somma è il caftano, e il cappotto è il solo indumento occidentale che si avvicini a quell’agio privo di linee anguste, di sciancrature, di tagli costrittivi. Qualcosa che, al passo, sventoli ma non troppo, senza gli eccessi gotici di certi mantelloni da Londra ottocentesca, tipo Hide che rincasa correndo e ghignando, alla luce barcollante dei lampioni. No, un po’meno svolazzante, meno pletorico, però che ci vendichi delle uniformi da fichetto, delle giubbe da bulletto, dei giacconi da studentello, dunque un cappotto dentro il quale circoli l’aria, e il portafogli nel taschino nemmeno lo si avverta: negli ultimi anni la pressione del portafogli nel giaccone abbottonato poteva provocare anche delle cardiopatie. Novità clamorosa sarebbe rivedere cappotti all’uscita delle scuole, salvando i ragazzini dalla dittatura del casual firmato e modificando le statistiche di raffreddori e congestioni. Chissà se, in qualche liceo, qualche gagà implume non sia già predisposto a cogliere il significato rivoluzionario del cappotto, che copre la griffe stampata sulla felpa, il cappotto egualitario che esalta la comodità dell’anonimato, che allude all’esaltante, pudico decoro borghese bandito dalla televisione e dunque dalle strade. A meno che i cappotti prossimi venturi non siano orrendamente guarniti di grossa scritta sulla schiena, marchiati come l’ultima delle magliette - qualche stilista ci starà già pensando. Il cappotto, in fin dei conti, è l’ultima spiaggia da conquistare per gli spacciatori di griffe. Ma sia chiaro, e diciamolo in anticipo: ha da essere in tinta unita, possibilmente scuro, poco vistoso e senza l’ombra di una scritta. Altrimenti non lo chiamino cappotto e lo lascino riposare in pace.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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