Umberto Galimberti: Noi contemporanei e il nostro nuovo inconscio tecnologico

Dall´11 al 13 novembre, al Palazzo delle Stelline di Milano, gli psicologi junghiani del Centro Italiano di Psicologia Analitica discutono, nel loro XIII congresso delle sorti della psiche nell´età della tecnica. Si ha infatti l´impressione che, nella nostra epoca, la tecnica non sia più uno strumento nelle mani dell´uomo, ma, nel governo del mondo, abbia preso il posto dell´uomo, riducendo quest´ultimo a semplice funzionario, quando non a semplice ingranaggio dell´apparato da essa dispiegato.
Se così fosse la psiche umana non ospiterebbe più solo un ‟inconscio pulsionale”, come Freud l´ha magistralmente descritto dove sessualità e aggressività mandano a buon fine gli interessi della specie spesso in conflitto con quelli del singolo individuo, ma anche un ‟inconscio tecnologico” dove una società, in ogni suo aspetto regolata dalla tecnica, chiede all´uomo di essere perfettamente omologato all´apparato di appartenenza (sia esso amministrativo, burocratico, industriale, commerciale), per evitare di toccare con mano la propria inadeguatezza rispetto alla perfezione della macchina, e scoprirsi null´altro che un modo deficiente d´esser macchina, una scandalosa non-macchina, un clamoroso Nessuno.
E come la psicoanalisi, ormai da un secolo, ci ha mostrato che l´inconscio pulsionale produce quel turbamento dell´identità che l´Io avverte ogni volta che scopre, come scrive Freud, di ‟non essere padrone in casa propria”, così oggi la psicoanalisi dovrebbe indagare quanto la tecnica si avvicina passo passo all´Io, quanto inconsciamente lo condiziona ogni giorno di più, risolvendo la sua identità in funzionalità, la sua libertà in competenza tecnica, la sua individualità in atomizzazione, la sua funzionalità in deindividuazione, la sua specificità nell´essere il più possibile conforme a quella cultura di massa in cui l´individuo realizza se stesso quanto più attivamente si adopera alla propria omologazione, che consiste nella sua riduzione a organo dell´apparato, a sua espressione, con progressivo decentramento da sé e trasferimento del suo centro nel sistema tecnico che lo riconosce (cioè gli dà identità) come sua componente.
L´autonomia che nel corso dell´evoluzione l´Io è riuscito a strappare all´inconscio pulsionale, che è poi quello pre-individuale, quello biologico, oggi la consegna all´inconscio tecnologico, a partire dal quale l´Io giudica se stesso più o meno ‟capace”, più o meno ‟valido” a misura della sua più o meno riuscita integrazione. Ma dire integrazione significa guardare se stessi dal punto di vista dell´apparato, e quindi valutarsi tanto più positivamente quanto meno si è se stessi.
Questo spiega perché egemoni diventano nell´età della tecnica quelle ‟psicologie dell´adattamento” il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all´apparato. Tali sono il cognitivismo che invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie ‟dissonanze cognitive” in modo da armonizzarle all´ordinamento funzionale del mondo, e il comportamentismo che invita ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinanti nel privato e coltivati come tratto originale della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche.
Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l´”autenticità”, l´”essere se stesso”, il ‟conoscere se stesso”, diventano, nel regime della funzionalità dell´età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l´esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest´ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che ‟essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia.
E in tutto ciò c´è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto psicologie del conformismo, assumono come ideale di salute proprio quell´esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale all´apparato tecnico, allo scopo di non scoprirsi come semplici macchine difettose che non sono mai all´altezza dell´efficienza richiesta.
Da qui prende avvio quella patologia, oggi sempre più diffusa, che siamo soliti chiamare depressione”, che però nell´età della tecnica ha cambiato forma. Infatti non origina più come in passato da un vissuto di ‟colpevolezza”, come ancora si può leggere in tutti i manuali di psicoanalisi e di psichiatria, ma da un vissuto di ‟inadeguatezza” e di ‟insufficienza” rispetto al grado di funzionalità richiesto dall´apparato tecnico.
Passati come siamo da un ‟società della disciplina” che caratterizzava l´età pre-tecnologica (dove la nevrosi era un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio) a una ‟società dell´efficienza”. E quando l´orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è ‟permesso”, ma in ordine a ciò che è ‟possibile”, la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: ‟Ho il diritto di compiere quest´azione?”, ma ‟sono in grado di compiere quest´azione?”.
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione nell´età della tecnica, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che rendono popolare e diffusa la droga. Il farmaco dipendente e il tossico dipendente sono infatti due varianti di quel tipo umano che non si sente mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di identità, mai sufficientemente attivo, mai all´altezza delle prestazioni che l´istanza efficientista della società della tecnica richiede.
Tratti questi che entrano in collisione con l´immagine che l´età della tecnica richiede a ciascuno di noi. E così la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e dell´iniziativa, o anche semplicemente del mancato sfruttamento di una possibilità, amplifica inesorabilmente i confini della sofferenza e dell´inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli efficientisti dominanti rendono ancora più dolorose e talora insanabili.
Qui occorre una profonda riflessione che consenta alla psicanalisi di portarsi all´altezza del ‟disagio della civiltà”, che oggi non è più tanto quello generato dall´inconscio pulsionale, quanto e soprattutto quello generato dall´inconscio tecnologico che, nella perfezione della macchina, segnala con sufficiente chiarezza la misura dell´inadeguatezza umana.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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